Maersk, munizioni e responsabilità delle aziende al tempo del genocidio

Articolo pubblicato originariamente su Mondoweiss. Traduzione dall’inglese a cura di Veronica Bianchini per Bocche Scucite

Foto di copertina: Uno striscione della campagna “Mask off Maersk” davanti a un container della Maersk. (Foto: Movimento della Gioventù Palestinese)

Di Palestinian Youth Movement (PMY)

Nonostante la società smentisca da anni, un nuovo dirompente rapporto dimostra esplicitamente che Maersk trasporta componenti per proiettili, bombe e mortai in Israele. Maersk avrebbe dovuto rispondere già da tempo della sua complicità nel genocidio che tutt’ora si consuma a Gaza.

Lunedì 8 giugno 2026 la campagna “Mask Off Maersk” (“Maersk, giù la maschera!”) promossa dal Palestinian Youth Movement (PYM, Movimento dei giovani palestinesi) e Oxfam Denmark, una delle maggiori organizzazioni di difesa dei diritti umani a livello internazionale, ha pubblicato un nuovo dirompente rapporto che dimostra esplicitamente come Maersk abbia trasportato componenti per proiettili, bombe e mortai in Israele dopo aver affermato per anni di non spedire munizioni. Nemmeno un mese prima avevamo denunciato le violazioni da parte di Maersk del suo embargo verso gli insediamenti, ufficialmente annunciato nel 2025. Per una società il cui scopo dichiarato è “migliorare la vita di tutti rendendo il mondo più integrato”, ritrovarsi in soli 2 anni al centro di sei distinti rapporti e comunicati che illustrano come in realtà faccia tutt’altro è abbastanza sconcertante, anche per gli odierni standard aziendali.

La verità, non così sconvolgente per altro, è che finora la motivazione di Maersk non sono stati i diritti umani ma i profitti da realizzare a ogni costo. Per il gigante della logistica i “diritti umani” sono un esercizio di semantica, una dichiarazione, una posizione da assumere davanti al pubblico, mai un impegno o, come rivelano i risultati della nostra ricerca, un cambio reale di politica. Padri palestinesi setacciano le macerie di casa in cerca degli ultimi brandelli rimasti della loro famiglia, mentre Maersk carica a bordo l’ennesimo carico di componenti per munizioni in preparazione del prossimo massacro di Israele. Maersk lo sa bene. Maersk si è data un gran daffare per far sì che Israele possa ancora commettere questi massacri. In quanto promotori di una campagna che ha mobilitato milioni di persone in tutto il mondo per porre fine alla complicità di Maersk nel genocidio israeliano a Gaza, meritiamo chiarezza. Il popolo palestinese merita una risposta. Quella che segue è quindi una domanda formale all’amministratore delegato Vincent Clerc e ai dirigenti di Maersk: Maersk, cos’è un’arma?

Maersk è stata una delle imprese di logistica più importanti tra quante hanno reso possibile il genocidio tutt’ora in corso a Gaza. Ciononostante, nella “dichiarazione sui carichi di natura militare” pubblicata sul sito web della società, più lunga di giorno in giorno, il gigante della logistica dichiara con convinzione di non trasportare armi. Inoltre, durante l’assemblea annuale generale di quest’anno, l’amministratore delegato Vincent Clerc, in risposta alle domande degli azionisti, ha negato risolutamente di avere svolto alcun ruolo nel trasporto di carichi militari specifici in Israele, rifiutandosi persino di rispondere alle domande sulle politiche di due diligence in materia di diritti umani. È pertanto assolutamente indispensabile che capiamo cosa è effettivamente un’arma e in che modo la Maersk sta decisamente non spedendone alcuna in Israele.
Questo è ciò che sappiamo:

1. Maersk ha spedito i veicoli Oshkosh che Israele usa per trasportare i palestinesi rapiti nei campi di detenzione e sterminio che si trovano fuori Gaza;

2. Maersk ha spedito componenti per i mortai che Israele usa per bombardare i Palestinesi a Gaza in modo indiscriminato;

3. Maersk ha spedito milioni di kg di nuclei di proiettili e coppette per bossoli: tutto ciò che occorre per fabbricare proiettili eccetto l’innesco esplosivo e la polvere da sparo;

4. Maersk ha spedito le ali, le batterie e gli analizzatori di superficie dei caccia da combattimento F35 che Israele usa per lanciare le sue bombe MK-80, armi talmente barbare che, come ha appurato un’unità investigativa di Al Jazeera, hanno fatto evaporare, insieme ad altre bombe, oltre 2000 palestinesi;

5. Maersk ha trasportato ogni singola parte delle bombe MK-80 di cui sopra, oltre alle spolette e alla polvere esplosiva stessa!

E l’elenco potrebbe continuare ancora e ancora. Non vi è la benché minima possibilità che questi carichi siano neutrali o innocenti. Si sospetta che la stessa classe di proiettili trasportati da Maersk nel 2024 sia stata usata nel 2018 per colpire, mutilare e uccidere 233 palestinesi, compresa Razan Al-Najjar, infermiera di 21 anni uccisa mentre si prendeva cura della sua gente cercando di rimetterla in sesto. Gli stessi nuclei di proiettili sono stati sparati 355 volte da una mitragliatrice montata su un Merkava contro Hind Rajab, di soli 5 anni, intrappolata in macchina con i membri della sua famiglia assassinati mentre scongiurava la Mezzaluna rossa di salvarle la vita. Le moschee e le chiese distrutte di Gaza, i suoi quartieri rasi al suolo, i palestinesi uccisi nelle cosiddette zone franche, come avvenuto di nuovo solo il 23 maggio, devono la loro sorte al tipo di carichi che Maersk trasporta.

Chiediamo quindi, di nuovo. Dalle macerie delle case di Gaza. Dalle fosse comuni in cui giacciono pezzi delle nostre madri, padri, amici e colleghi. Dai campi di prigionia e sterminio dei palestinesi. Dalle rovine dell’ospedale al-Shifa, dalle onorabili Rafah e al- Mawasi:

Maersk, cos’è un’arma?

Maersk sa di essere complice del peggior genocidio del nostro tempo, e Maersk ha fatto di tutto per nascondere il proprio ruolo alzando una cortina di fumo. Messa di fronte per la prima volta all’inedita ricerca della campagna “Mask off Maersk”, e un movimento internazionale di lavoratori, studenti e compatrioti decisi a farla rispondere di ciò che fa, il suo istinto è stato quello di prendere le distanze e cercare di schivare il colpo. “Maersk osserva una politica rigorosa in forza della quale non spedisce armi o munizioni in zone attive di conflitto”, ha dichiarato, ammettendo allo stesso tempo di occuparsi del “trasporto di civili e carichi di natura militare in Israele”.

Questa distinzione fittizia, usata per eludere la responsabilità aziendale trincerandosi dietro al gergo giuridico, si è sgretolata al più attento esame della nostra campagna. Mese dopo mese la campagna “Mask off Maersk” ha pubblicato nuovi rapporti che collegavano Maersk al trasporto delle ali di ognuno dei caccia da combattimento F-35 spediti in Israele almeno da marzo 2022. E mentre i rapporti di ricerca si moltiplicavano, la risposta globale dilagava costringendo Maersk a pensare velocemente. In soli due anni il governo spagnolo ha bloccato due navi di Maersk, costringendola a deviare la rotta su Tangeri, in Marocco, in modo permanente, mentre i portuali francesi si rifiutavano di scaricare i carichi di Maersk destinati a Israele costringendola infine ad eliminare il loro porto dalla sua rotta mar Mediterraneo C.

Se ciò non bastasse a dimostrare l’intima conoscenza della nostra campagna da parte di Maersk, il suo stesso addetto stampa internazionale ha ammesso di leggere i nostri rapporti.

Maersk sa che la gente ha scoperto il suo gioco. E tuttavia, nonostante complicati cambi di rotta delle navi, portuali in sciopero, consulenti legali, rapporti di ricerca rivelatori, titoli di ultime ore da parte delle maggiori agenzie di informazione, azioni dirette davanti alla sua sede di Copenaghen e proteste di solidarietà davanti ai suoi uffici di tutto il mondo, Maersk sceglie di restare complice, giungendo persino a violare le politiche che dichiara di perseguire.

Le nazioni europee suonano l’allarme mentre Israele caccia dalle loro case migliaia di palestinesi per fare largo alla costruzione di nuovi insediamenti. Sappiamo però che questo piano non riguarda solo Cisgiordania e Gerusalemme, ma anche la striscia di Gaza, come descritto nel piano generale di ricostruzione per Gaza di Kushner, supportato da prove satellitari che dimostrano come l’esercito israeliano costruisca nuove strutture ogni giorno. Che succede quindi se le società internazionali di sviluppo immobiliare, che praticamente sbavano alla vista della distruzione di Gaza, riescono effettivamente a costruire la loro “città internazionale” sulle rovine di Gaza? Maersk comincerà a spedire anche agli insediamenti di Gaza? Il rapporto sugli insediamenti della nostra campagna coglie Maersk con le mani nel sacco: nemmeno un anno dopo essersi impegnata a non effettuare più spedizioni verso gli insediamenti israeliani, i suoi camion vengono sorpresi mentre trasportano materiale per la costruzione e la demolizione per conto di Comasco Ltd., inclusa nell’elenco delle aziende complici della demolizione delle case palestinesi dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani (OHCHR).

Maersk, quanto ancora può essere tirata la corda del gergo giuridico prima che si spezzi?

Il cerchio si sta stringendo intorno a Maersk, può abbandonare la nave o restarci sopra per tutta la durata del genocidio e subire le conseguenze della storia. Avrebbe dovuto rispondere già da tempo di ciò che fa.
Maersk, la via più semplice per uscirne è quella dei diritti umani. Risparmiati il problema di scioperi da milioni di persone e di nuovi rapporti di ricerca e smetti di trasportare carichi militari in Israele. Implementa un embargo reale e completo sulle spedizioni verso gli insediamenti israeliani.

Perché se gli ultimi due anni ci insegnano qualcosa, è che chi non lo fa va incontro a conseguenze materiali reali. Nel 2025 il fondo di investimento gestito dalla Norges Bank, fondo sovrano norvegese (nonché uno dei maggiori al mondo), ha disinvestito dalla Caterpillar perché l’impresa ha contribuito alla distruzione delle case e delle terre palestinesi in Cisgiordania affinché potessero esservi costruiti solo insediamenti israeliani. Lo stesso anno, l’operato del ministro delle finanze del Paese Jens Stoltenberg è stato al vaglio dal parlamento norvegese per aver potenzialmente tratto profitto dalle spedizioni di carichi militari in Israele effettuate da Maersk. Aggiungiamo al quadro l’embargo articolato in 9 azioni del governo spagnolo contro Israele, e i portuali italiani, francesi, marocchini e spagnoli che regolarmente si rifiutano di far attraccare i carichi della Maersk. Aggiungiamo le perdite finanziarie, l’instabilità organizzativa e l’isolamento politico che Maersk sta affrontando, viene allora spontaneo chiedersi: cosa c’è in ballo? Cosa ha da perdere Maersk e cosa può guadagnarci rispondendo a una sola domanda: Maersk, cos’è un’arma?

Maersk, le Nazioni unite hanno incluso la tua società nell’elenco delle società complici e che traggono profitto dalle violazioni israeliane dei diritti umani e dal genocidio di Gaza. Le nostre rivendicazioni sono chiare: metti fine a tutte le attività che sostengono le imprese dei territori occupati in Palestina, smetti di trasportare carichi militari e munizioni per l’esercito israeliano e rafforza la tua due diligence sui diritti umani. Non ci sono altre sottigliezze da usare, ne’ possibilità di ri-definire il senso delle parole per dissociare le tue spedizioni in Israele dal genocidio a Gaza. Ci sono soltanto decine di milioni di lavoratori, studenti, artisti e medici, in sei diversi continenti, centinaia di Paesi e migliaia di città, e te. Maersk, il fumo si è dissolto. La maschera è ormai caduta.

 

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