Articolo pubblicato originariamente su The New Arab. Traduzione dall’inglese a cura della redazione di Bocche Scucite
«Non voglio che mio figlio mi venga restituito in una bara»: il padre di un palestinese malato detenuto da Israele chiede un intervento urgente
Da 17 mesi, un padre palestinese attende notizie del figlio detenuto nelle carceri israeliane. Oggi teme che possa non tornare a casa vivo.
Per quasi un anno e mezzo, Nader Abu Hilal ha aspettato notizie del figlio. Ogni aggiornamento che raggiunge la casa di famiglia a Dura, a sud di Hebron, nella Cisgiordania occupata, porta con sé nuove preoccupazioni. Le ultime informazioni indicano che Azmi Abu Hilal, avvocato di 31 anni affetto da nanismo, ha perso molto peso, soffre di dolori persistenti e potrebbe essere affetto da una grave malattia mentre si trova in detenzione israeliana.
«Vogliamo che i nostri figli siano liberi», racconta Nader Abu Hilal a The New Arab. «Siamo rimasti scioccati dalla violenza con cui è stato arrestato: forze speciali e un grande contingente dell’esercito israeliano hanno fatto irruzione nella nostra casa, l’hanno perquisita e hanno arrestato mio figlio Azmi».
Azmi è stato arrestato dalle forze israeliane nel gennaio 2024 e accusato di un presunto coinvolgimento in una sparatoria nei pressi di Betlemme che costò la vita a un israeliano, accuse che lui respinge.
Il padre racconta che la famiglia ha subito un ulteriore colpo quando le forze israeliane hanno demolito la loro casa durante il Ramadan di quest’anno, oltre un anno dopo l’arresto di Azmi.
La demolizione rientra in una politica spesso applicata contro le famiglie dei palestinesi accusati di aver compiuto attacchi.
Sebbene Azmi resti detenuto senza una condanna definitiva, Amani Sarahla, membro della Società dei Prigionieri Palestinesi (PPS), ha dichiarato a The New Arab che esiste un’alta probabilità che venga in futuro condannato all’ergastolo, circostanza della quale il trentunenne non sarebbe ancora a conoscenza.
Abdullah Zughari, direttore della PPS, ha affermato che il caso di Azmi riflette le condizioni vissute da circa 10.000 detenuti e prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane.
«Ciò che ci preoccupa non è il motivo dell’arresto o le accuse mosse contro il detenuto», ha dichiarato Zughari. «Ciò che ci preoccupa è il disprezzo dell’occupazione per i diritti umani fondamentali garantiti dal diritto internazionale a tutela dei prigionieri».
«Un altro teatro del genocidio»
In una dichiarazione diffusa lunedì, la PPS ha affermato che la guerra israeliana ha trasformato le prigioni in un altro «teatro del genocidio», attraverso un «sistema completo e sistematico di tortura» che avrebbe causato la morte di oltre 100 detenuti e prigionieri palestinesi, 89 dei quali identificati finora.
L’organizzazione cita il caso di Azmi come esempio di uno dei periodi più duri mai vissuti dai prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane.
Secondo Zughari, la vita dei detenuti è diventata «un inferno vivente» a causa di aggressioni continue, isolamento, negligenza medica, fame e quello che definisce un sistema di tortura sistematica.
Azmi, affetto da nanismo, avrebbe visto peggiorare drasticamente il proprio stato di salute durante la detenzione, secondo quanto riferiscono sia la famiglia sia l’organizzazione.
«Il suo peso è sceso a non più di 45 chilogrammi», racconta il padre. «L’amministrazione carceraria rifiuta deliberatamente di fornirgli le cure necessarie nonostante gli interventi di avvocati, difensori dei diritti umani e istituzioni competenti. Anche le richieste degli avvocati di visitarlo sono state respinte».
Detenuto nel carcere di Ofer, Azmi sarebbe stato colpito da colpi d’arma da fuoco sparati dalle forze carcerarie israeliane e avrebbe avuto bisogno di cure mediche.
Il sospetto di un tumore del sangue
Il padre racconta che la famiglia ha appreso da detenuti rilasciati che Azmi era stato sottoposto ad alcuni esami circa quattro mesi fa e che gli sarebbe stato comunicato di avere un tumore del sangue. Tuttavia, non sarebbe mai stato sottoposto ad ulteriori accertamenti, nonostante le ripetute richieste avanzate in tribunale per il suo trasferimento in ospedale.
«Anche gli avvocati hanno fatto pressione affinché ricevesse cure mediche, ma senza alcun risultato», afferma Abu Hilal.
«L’occupazione sottopone deliberatamente i nostri figli detenuti alla tortura», aggiunge. «Come padre di un prigioniero, non voglio che mio figlio mi venga restituito in una bara».
Azmi soffrirebbe inoltre di forti dolori addominali e gastrici, perdita dell’equilibrio e un grave disagio psicologico.
La scabbia come «strumento di tortura»
Secondo la PPS, Azmi soffre di scabbia da oltre un anno, dopo aver contratto la malattia nell’aprile 2025. L’organizzazione sostiene che migliaia di detenuti palestinesi siano stati contagiati.
«La malattia è diventata uno strumento di tortura a causa del mantenimento deliberato delle condizioni che ne favoriscono la diffusione», afferma la PPS.
L’organizzazione sostiene che la mancanza di prodotti per la pulizia e disinfettanti, le restrizioni alle docce regolari, il rifiuto di fornire vestiti puliti e l’obbligo di lavare e riutilizzare continuamente un unico cambio di abiti abbiano contribuito alla diffusione della malattia.
«Gli avvocati della PPS lo hanno visitato nuovamente nelle ultime settimane e continua a soffrire di scabbia, con lesioni diffuse su tutto il corpo», riferisce l’associazione.
La PPS sostiene inoltre che la negazione di cure adeguate abbia trasformato le malattie della pelle in una delle manifestazioni più evidenti di una pratica sistematica che si sarebbe aggravata dopo l’inizio della guerra a Gaza, contribuendo alla morte di diversi detenuti.
L’organizzazione afferma che i tentativi di contestare le condizioni carcerarie davanti alla Corte Suprema israeliana hanno ottenuto risposte limitate e superficiali.
Appello alla comunità internazionale
Zughari ha invitato le organizzazioni internazionali, tra cui il Comitato Internazionale della Croce Rossa, le Nazioni Unite e i tribunali internazionali, ad adottare misure concrete per proteggere i detenuti.
«Ci troviamo di fronte a una catastrofe umanitaria, giuridica e dei diritti umani», ha dichiarato, avvertendo che i detenuti rischiano una «morte imminente» se le condizioni nelle carceri israeliane non cambieranno.
Abu Hilal sostiene che i detenuti palestinesi stiano affrontando «una delle amministrazioni carcerarie più dure della storia della nostra causa palestinese».
Ricorda che altri due suoi figli erano stati incarcerati in passato da Israele e che erano tornati a casa debilitati fisicamente, con una forte perdita di peso e conseguenze dovute alla cattiva alimentazione, all’insufficiente assistenza sanitaria e alla limitata esposizione alla luce del sole.
Ora teme per la vita di Azmi.
«L’occupazione e l’amministrazione carceraria continuano a torturare deliberatamente i nostri figli», afferma Abu Hilal. «Il nostro messaggio al mondo, alle persone libere ovunque e alle istituzioni che si occupano di diritti umani, è di agire per i nostri figli nelle carceri.»
«I loro corpi si sono consumati fino a diventare poco più che scheletri», aggiunge.
«Consideriamo nostro figlio un prigioniero per la causa di Dio e speriamo che lui e tutti i prigionieri possano riconquistare la libertà».
Nota: questo articolo riporta le dichiarazioni della famiglia di Azmi Abu Hilal e della Società dei Prigionieri Palestinesi. Le accuse relative alle condizioni di detenzione e alle violazioni dei diritti umani rappresentano le affermazioni delle fonti citate nell’articolo.

Sempre ho nel cuore il popolo palestinese. Anch'io dico: Signore fino a quando?". Perché nessuno dei potenti parla? Perché si…
Sono vicina al popolo palestinese. Unità a voi nella preghiera. Soffro con voi. Quando finirà? Il mondo che conta e…
il soldato in questione è stato ricevuto in ambito isareliano in Italia credo anche una scuola ebraica a Milano ma…
[…] dalla “devastazione che si è dispiegata davanti agli occhi del mondo”. ( https://bocchescucite.org/difendere-la-dignita-e-la-presenza-del-popolo-di-gaza/ ) Mai così espliciti e rinunciando…
Grazie per il vostro coraggio Perché ci aiutate a capire. Fate sentire la voce di chi non ha voce e…