La redazione di Bocche Scucite ha tradotto in italiano il nuovo documento dell’iniziativa cristiano palestinese Kairos Palestina “un momento di verità: la fede in tempo di genocidio”
Un momento di verità:
la fede in tempo di genocidio
L’iniziativa cristiano-palestinese Kairos Palestina
Guardiamo al giorno in cui potremo vivere liberi nella nostra terra, insieme a tutti gli abitanti del mondo, in vera pace e riconciliazione, fondate sulla giustizia e l’uguaglianza per tutte le creature di Dio, dove «amore e verità s’incontreranno, giustizia e pace si baceranno» (Salmo 85,10)…
Titolo originale: A Moment of Truth: Faith in a Time of Genocide
Traduzione a cura di Bocche Scucite
14 novembre 2025
Kairos Palestina è un movimento ecumenico cristiano palestinese che affonda le sue radici nello storico documento “Un momento di verità” pubblicato nel 2009. Nato dalla realtà vissuta della sofferenza, dalla fede incrollabile e dal desiderio di giustizia, il movimento Kairos Palestina alza una voce profetica contro l’oppressione in corso in Palestina. Il documento originale Kairos rappresenta la parola collettiva dei cristiani palestinesi al mondo; un grido di speranza fondato sull’amore, la preghiera e la fede incrollabile in Dio. Si rivolge innanzitutto alla comunità palestinese e poi invita le chiese e i cristiani di tutto il mondo a rifiutare l’ingiustizia e l’apartheid e a lavorare con coraggio per una pace giusta e duratura.
14-11-2025
Introduzione
§1
Noi, l’Iniziativa Ecumenica Cristiano Palestinese, abbiamo pubblicato nel 2009 il Documento Kairos Palestina – “Una parola di fede, speranza e amore dal cuore della sofferenza palestinese”. I capi delle Chiese di Gerusalemme hanno ascoltato questo grido, lo hanno accolto e hanno offerto il loro sostegno. Allo stesso modo, il documento ha avuto ampia risonanza, sia a livello locale che internazionale. Allora come oggi, ci siamo riuniti – donne e uomini, clero e laici – provenienti dalle diverse famiglie ecclesiali della Palestina. Dopo la preghiera e la riflessione sulla sofferenza del nostro popolo sotto occupazione, abbiamo lanciato quel grido di speranza in assenza di speranza, affermando la nostra fede in Dio e il nostro amore per la nostra patria, convinti che la nostra lotta riguardi in ultima analisi la vita e la dignità umana.
§2
Viviamo oggi in un’epoca di genocidio, pulizia etnica e sfollamenti forzati che si consumano sotto gli occhi del mondo intero. Questo momento – un momento di verità – ci impone di assumere una posizione nuova, diversa da tutte quelle precedenti. È un momento decisivo. Oggi rinnoviamo la nostra posizione a favore della verità e il nostro impegno nei confronti dei principi fondamentali religiosi, teologici e morali. Guardiamo alla nostra realtà e assumiamo una posizione rinnovata, rispondendo alla voce dello Spirito Santo nel profondo del nostro cuore, ascoltando la chiamata della fede in questo tempo di genocidio. Rinnoviamo il nostro messaggio di fede, speranza e amore, offrendo una visione ispirata dalla fede per il tempo dopo il genocidio.
Parte I
La realtà: genocidio, colonizzazione e pulizia etnica
1.1
Lanciamo questo grido dal cuore dell’aggressione a Gaza, che ha lasciato dietro di sé centinaia di migliaia di martiri e feriti e quasi due milioni di sfollati. Molti sono stati sepolti sotto le macerie, bruciati vivi, torturati a morte nelle prigioni o sfollati con la forza più di una volta. Altri hanno sofferto la fame, presi di mira anche mentre correvano in cerca di cibo. Decine di migliaia di bambini sono stati uccisi nei modi più orribili. I settori sanitari, educativi, economici e ambientali di Gaza, anzi, ogni aspetto della vita, sono stati distrutti. Ci vorranno anni per riprendersi dalla devastazione e dalla catastrofe che si sono abbattute su di noi come popolo.
1.2
Le organizzazioni per i diritti umani, le istituzioni giuridiche e gli esperti internazionali sono stati inequivocabili: le dichiarazioni dei leader politici israeliani e le azioni di Israele nell’assalto a Gaza costituiscono un genocidio. Molti dei crimini di guerra e dei crimini contro l’umanità sono stati documentati e sono stati emessi mandati di arresto nei confronti dei leader politici israeliani sulla base delle sentenze della Corte internazionale di giustizia1.
1.3
I sionisti non vogliono che restiamo sulla nostra terra. Il loro piano per noi è lo sfollamento, la morte o la sottomissione. La guerra genocida contro Gaza è la continuazione del progetto sionista di impadronirsi di tutta la Palestina, svuotata del suo popolo palestinese. La pulizia etnica e la negazione del diritto al ritorno a coloro che sono stati sfollati con la forza sono politiche in atto a Gerusalemme, in Cisgiordania, a Gaza e nei territori del 1948. La Nakba del nostro popolo è la nostra realtà quotidiana. Questo genocidio è stato perpetrato da Israele dopo decenni di apartheid2, colonialismo d’insediamento, repressione politica e volontà deliberata di reprimere ogni possibilità di soluzione politica, compresa quella dei due Stati. Oggi viene smascherato il vero volto dell’ideologia sionista: un sistema che per decenni ha consolidato un regime di apartheid organizzato e sofisticato, supportato da tecnologie avanzate che esercitano un controllo totale su ogni aspetto della vita palestinese, frammentando il territorio, dividendo il suo popolo e trasformando l’esistenza palestinese in un inferno insopportabile. La cosiddetta Legge sullo Stato-Nazione promulgata da Israele nel 2018 incarna il razzismo sionista e l’arrogante supremazia ebraica in Palestina, rendendo l’apartheid una realtà vissuta. La decisione di Israele di annettere la Cisgiordania ha ulteriormente messo a nudo le vere intenzioni di questo progetto coloniale.
1.4
Mentre i popoli del mondo ci hanno dimostrato solidarietà, la guerra genocida ha messo a nudo l’ipocrisia del mondo occidentale, i suoi valori vuoti e le sue vane promesse di impegno a favore dei diritti umani e del diritto internazionale. In realtà, il mondo occidentale ci ha sacrificati, rivelando il razzismo e il doppio standard nei confronti del nostro popolo. Naturalmente, distinguiamo tra gli artefici di queste politiche distruttive e i numerosi leader, organizzazioni e movimenti popolari che hanno dimostrato sincera solidarietà ai palestinesi di Gaza, chiedendo la fine dell’ingiustizia e dello spargimento di sangue e il pieno riconoscimento dei nostri diritti legittimi.
1.5
Questa guerra ha anche messo in luce un’altra realtà del sionismo, sia ebraico che cristiano, nella sua giustificazione della violenza e dell’uccisione. Noi cristiani palestinesi siamo profondamente scioccati dalle posizioni di molte chiese che hanno adottato la narrativa dei colonizzatori o rimangono in silenzio di fronte al genocidio del nostro popolo. A volte, danno la priorità al dialogo inter-religioso ebraico-cristiano rispetto alla verità, alla dignità umana e alla vita stessa, ignorando il contesto. Giudicano una parte e scusano l’altra o semplicemente rimangono in silenzio. Alcuni arrivano persino a prendere posizioni complici, favorevoli o che invocano il genocidio.
1.6
Israele commette questi crimini invocando gli eventi del 7 ottobre 2023, sostenendo che le sue azioni sono un atto di autodifesa, dimenticando che l’attacco di Hamas di quel giorno è stato generato da decenni di ingiustizie, oppressione e sfollamento dal 1948, anno della Nakba, e da oltre sedici anni di un blocco immorale e soffocante su Gaza. Sottolineare queste realtà storiche – e il diritto di un popolo sotto occupazione di resistere al proprio occupante e oppressore – significa riconoscere che gli eventi del 7 ottobre si sono verificati in un contesto particolare. Citare il contesto non giustifica l’uccisione o la cattura di civili, le violazioni del diritto e delle norme internazionali e i crimini di guerra. La pretesa di “autodifesa” non può reggere. Come può un colonizzatore difendersi da coloro che ha colonizzato e cacciato dalla loro terra? Il diritto internazionale – se conserva ancora un qualche peso morale – confuta questa affermazione3.
1.7
Il colonialismo di insediamento, passato e presente, si basa sul genocidio, sulla pulizia etnica e sullo sfollamento forzato delle popolazioni indigene, il tutto allo scopo di sfruttare la terra, le risorse e le ricchezze a vantaggio dei colonizzatori. Dietro la guerra genocida di Israele contro Gaza vediamo profonde dimensioni economiche, in particolare il suo interesse per i giacimenti di gas naturale al largo della costa palestinese. Il controllo su Gaza significa anche il controllo su una delle rotte commerciali e dei corridoi di approvvigionamento energetico più importanti al mondo, consentendo la realizzazione di vasti progetti economici e commerciali che consolidano il dominio economico coloniale a spese del popolo palestinese. Il silenzio del mondo nei confronti del genocidio a Gaza non è innocente. È legato a enormi interessi economici che antepongono il profitto alla vita e ai diritti umani.
1.8
A Gerusalemme, chiare politiche coloniali di natura religiosa e demografica mirano a giudaizzare la città a scapito del suo pluralismo. Si registrano continui attacchi ai luoghi sacri musulmani e cristiani, tentativi di incendiare chiese, profanare e distruggere cimiteri e scrivere slogan razzisti sui muri. Gli attacchi al clero cristiano sono in aumento, così come le restrizioni alle celebrazioni religiose cristiane come la Domenica delle Palme e il Sabato Santo. Si è intensificata anche la coercizione finanziaria, attraverso l’imposizione di tasse e il congelamento dei conti bancari delle chiese, in violazione dello “status quo”. I capi delle Chiese di Gerusalemme hanno descritto questi atti come parte di una politica sistematica volta a svuotare la Terra Santa dei suoi cristiani.
1.9
In tutta la Cisgiordania occupata, da nord a sud, le città, i villaggi e le comunità beduine palestinesi subiscono incessanti aggressioni da parte dei coloni e degli insediamenti. Questi devastano la terra, distruggono i raccolti, avvelenano o sequestrano le risorse idriche e attaccano i residenti, il tutto sotto la protezione, il sostegno e persino la partecipazione dell’esercito israeliano in atti di violenza, uccisioni, demolizioni di case e sfollamenti forzati. La società palestinese vive sotto un assedio soffocante imposto da posti di blocco, cancelli e altri meccanismi che negano al nostro popolo la libertà di movimento4.
1.10
Per i palestinesi che vivono nello Stato di Israele il razzismo e la discriminazione persistono in modo palese. Le comunità palestinesi subiscono intimidazioni, criminalizzazione della libertà di espressione e persecuzione di qualsiasi tentativo di difendere i diritti dei palestinesi, oltre alla deliberata negligenza nei confronti della criminalità organizzata dilagante nelle città palestinesi. A coloro che sono stati sfollati all’interno di Israele nel 1948, le cui terre sono state confiscate, viene ancora negato il diritto di tornare nei loro villaggi e ricostruire le loro case. Le comunità beduine continuano a essere vittime di sfollamenti sistematici e pulizia etnica, soprattutto nel Naqab (Negev).
1.11
Negli ultimi anni Israele, sostenuto dagli Stati Uniti e da altre grandi potenze, ha costantemente attaccato i principi fondamentali e i diritti legittimi del popolo palestinese. Ha cercato di cancellare la questione dei rifugiati tentando di eliminare l’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei profughi palestinesi nel Vicino Oriente (UNRWA), accusandola di terrorismo e facendo pressione sui paesi donatori affinché ne tagliassero i finanziamenti. Allo stesso tempo, diversi campi profughi in Cisgiordania sono stati sistematicamente distrutti, causando nuovamente lo sfollamento di migliaia di persone.
1.12
Le organizzazioni della società civile palestinese che operano nel campo dei diritti umani sono state oggetto di feroci attacchi volti a screditarle, minarne il lavoro ed eliminarle attraverso accuse di terrorismo e pressioni politiche sui governi, affinché interrompano i finanziamenti e le perseguano penalmente.
1.13
Dal 7 ottobre 2023, Israele ha notevolmente ampliato la sua politica di rapimenti e incarcerazioni. Oggi migliaia di palestinesi, uomini e donne, sono detenuti nelle prigioni israeliane. Circa un terzo di loro è detenuto senza accusa né processo in regime di detenzione amministrativa. Tra loro ci sono molti bambini. Dall’inizio della guerra sono stati registrati numerosi decessi nelle prigioni. Le organizzazioni per i diritti umani hanno documentato pratiche sistematiche di tortura, violenza sessuale, politiche di fame e negazione delle cure mediche. I prigionieri, in particolare quelli provenienti da Gaza, sono sottoposti a detenzione di massa e completo isolamento dal mondo esterno in base alla legge militare israeliana, con conseguenti numerose sparizioni forzate, perdita della rappresentanza legale e totale assenza di comunicazione5.
1.14
La situazione politica interna palestinese necessita urgentemente di una riorganizzazione. Le divisioni, le rivalità e l’esclusione si sono accentuate. La maggioranza dei palestinesi ha perso fiducia nella propria leadership politica. A seguito degli accordi di Oslo e delle loro conseguenze, l’Autorità palestinese è rimasta intrappolata nel servire gli interessi dell’occupante, gestendo la vita quotidiana degli occupati per conto dell’occupante israeliano, incapace di proteggere il proprio popolo dal terrore dei coloni e dall’apparato di sicurezza israeliano.
1.15
Segni di disordine hanno iniziato a diffondersi all’interno della società palestinese e sono diventati parte della nostra realtà, spesso a causa dell’assenza o della debole applicazione dello Stato di diritto. Ciò ha portato a un aumento delle intimidazioni, delle invasioni di terreni, del tribalismo, del favoritismo e della corruzione nelle sue varie forme a scapito del bene comune, aggravando la frustrazione e la disperazione della popolazione. Tra la vasta distruzione e il genocidio a Gaza, gli atti di violenza, vendetta, caos e furto non hanno fatto altro che aumentare le sofferenze del popolo palestinese.
1.16
La vita quotidiana dei palestinesi sotto occupazione militare è ormai consumata da preoccupazioni interne: posti di blocco, restrizioni di viaggio alle frontiere e ai valichi, pagamento degli stipendi del settore pubblico e molte altre questioni urgenti. Per quanto significativi, questi rimangono sintomi di una realtà più ampia che deve rimanere al centro della nostra attenzione: il sistema di dominio politico e militare imposto da Israele come entità occupante sul popolo palestinese.
1.17
La nostra società e la nostra cultura politica soffrono dell’assenza di un rinnovamento della leadership e della mancanza di una visione attraverso elezioni democratiche e dell’esclusione dei giovani leader. La Palestina sta ora affrontando un grave fenomeno di fuga dei cervelli, che coinvolge professionisti qualificati e giovani. Non si tratta di emigrazione volontaria, ma di uno sfollamento forzato, causato dall’oppressione e dalla totale mancanza di opportunità. Noi, palestinesi di tutte le fedi, affermiamo di essere il popolo indigeno di questa terra e che la nostra stessa esistenza oggi è minacciata come mai prima d’ora. L’emigrazione continua dei cristiani non si ferma, costituendo un pericolo reale per la presenza cristiana in Palestina, che ora rischia la pulizia etnica e l’estinzione.
1.18
I cristiani in Palestina e nella diaspora sono parte integrante del popolo palestinese. Le loro sfide sono le sfide dell’intera nazione. La realtà della Chiesa è direttamente influenzata da tutto ciò che accade sul territorio. Di fronte a queste realtà, la Chiesa continua a lavorare instancabilmente, attraverso la cura pastorale e i ministeri istituzionali, per sostenere i propri figli, le proprie figlie e la società in generale. I capi delle Chiese lavorano insieme per affrontare i ripetuti attacchi, rilasciando dichiarazioni e assumendo posizioni coraggiose, nonostante le pressioni e le intimidazioni che subiscono, nella speranza che il mondo e la Chiesa universale li ascoltino. Allo stesso tempo, alcuni cristiani palestinesi sentono un crescente bisogno di una maggiore vicinanza tra clero e laici e di un ruolo più forte della leadership della Chiesa nel rifiutare l’occupazione e i suoi simboli, elevando la teologia locale e dandole più ampia espressione nei pulpiti delle chiese e nelle posizioni pubbliche.
1.19
Negli ultimi anni, il Medio Oriente ha subito importanti trasformazioni politiche e regionali, determinate da un piano deliberato volto a imporre il dominio militare israeliano sull’intera area con il sostegno delle potenze occidentali, ridisegnando una nuova mappa politica e demografica. Sostenuto sistematicamente dai suoi alleati, Israele ha attaccato molti paesi della regione, violando la loro sovranità e quella dei loro popoli, calpestando il diritto internazionale e affermandosi come uno Stato aggressivo e prepotente, come se fosse al di sopra di tutte le leggi e le convenzioni, spingendo la regione e il mondo intero sull’orlo della catastrofe.
1.20
Come risultato di questi interventi esterni e delle lotte per il dominio, sono emersi gruppi religiosi estremisti e terroristici, che condanniamo insieme a coloro che li hanno sostenuti, finanziati e/o armati. Questi movimenti hanno rafforzato il settarismo a scapito della cittadinanza. Molte “minoranze”, compresi i cristiani mediorientali, specialmente in Siria e Iraq, hanno pagato un prezzo doloroso per questo estremismo. In solidarietà e preghiera, siamo al loro fianco e al fianco di tutte le vittime del terrorismo settario e religioso.
1.21
Allo stesso tempo, gli accordi di normalizzazione sono stati pubblicizzati come accordi di pace tra Israele e alcuni Stati arabi con il nome di “Accordi di Abramo”. La stessa denominazione rappresenta una manipolazione della religione al servizio di interessi politici, economici e di normalizzazione, ignorando l’essenza della questione e la priorità di raggiungere una pace giusta con gli stessi palestinesi. Questi accordi hanno invece normalizzato l’occupazione e l’apartheid in Palestina, rendendoli realtà accettabili. È emerso anche un nuovo fenomeno: l'”Islam sionista”, un movimento recente tra gruppi di arabi e musulmani che, per ragioni religiose, economiche o geopolitiche, sostengono il sionismo e considerano Israele un potenziale alleato.
1.22
Alla luce di tutto ciò, dobbiamo chiamare le cose con il loro nome: Israele è un’entità coloniale, colonizzatrice ed esclusiva, costruita sullo sfollamento della popolazione indigena e sulla sua sostituzione con nuovi coloni. Per questo motivo, rifiutiamo il concetto stesso di “conflitto”. La realtà sul campo è la tirannia e un regime oppressivo di colonialismo e apartheid. Qualsiasi negazione di questa realtà è un’evasione dalla verità manifesta, che rafforza e perpetua l’ingiustizia.
1.23
Viviamo oggi in una nuova era, un’epoca in cui “la forza fa la ragione” e la pace viene imposta con la forza militare, in spregio al diritto internazionale e alle sentenze dei legittimi tribunali internazionali. Riaffermiamo il nostro impegno a rispettare e sostenere l’autorità del diritto internazionale, che garantisce i diritti umani e la pace tra le nazioni e i popoli. Questo momento della storia umana richiede una posizione anche basata sulla fede, che dica la verità al potere e alla tirannia senza compromessi né evasioni. Al di là dell’esperienza palestinese, questo è davvero un momento di verità.
Parte II
Un momento di verità per noi
2.1
Di fronte a questa dura realtà e in questo momento decisivo, lanciamo questo grido – innanzitutto a noi stessi, ai figli e alle figlie delle nostre chiese e congregazioni, e a tutto il nostro popolo nella patria e nella diaspora. È un grido di fermezza, una rinnovata presa di posizione a favore della verità e un invito ad ascoltare la voce di Dio dentro di noi e rivolta a noi. Questo è il momento della solidarietà e del sostegno reciproco, il momento di assumere posizioni chiare e coraggiose fondate sui principi della fede e dell’appartenenza nazionale.
Questo è il momento della verità. Affermiamo che ciò che è stato costruito sulla menzogna e sull’ingiustizia storica non potrà mai portare pace o sostenibilità. Le vere soluzioni iniziano con lo smantellamento dei sistemi oppressivi e razzisti. Solo allora potremo parlare di un nuovo orizzonte che sogniamo e desideriamo ardentemente, un orizzonte in cui rimaniamo nella nostra terra insieme a tutti coloro che la abitano sulla base della giustizia, dell’uguaglianza e dei diritti uguali, liberi dalla supremazia e dal dominio.
2.2
Chiediamo una rivalutazione nazionale completa della nostra realtà per trarne insegnamenti e intuizioni che portino a una visione collettiva unificata e a una strategia chiara per le azioni future, fondata sull’indipendenza del processo decisionale palestinese. Ciò deve includere una revisione critica di tutte le soluzioni proposte e della loro fattibilità all’interno di un quadro rappresentativo legittimo che garantisca l’indipendenza del processo decisionale e il diritto all’autodeterminazione. Mettiamo in guardia dal dare alla nostra lotta nazionale un carattere religioso o dal trasformarla in una questione religiosa che metta le religioni l’una contro l’altra.
2.3
Questo è un momento di resistenza incarnata in una perseveranza a caro prezzo sulla nostra terra di fronte a ogni tentativo di sfollamento, annessione e genocidio, una resistenza vissuta nella nostra unità, cooperazione e impegno verso la nostra fede, i principi nazionali e tutti i nostri diritti. Mantenere la fede e la speranza è resistenza. Pregare è resistenza. Salvaguardare i luoghi sacri è resistenza. Preservare la pace sociale è resistenza.
2.4
In un momento in cui la resistenza palestinese e i movimenti di solidarietà globale vengono criminalizzati, ribadiamo il diritto di tutti i popoli colonizzati di resistere ai propri colonizzatori. Come abbiamo affermato nel nostro primo documento, Un momento di verità: una parola di fede, speranza e amore dal cuore della sofferenza palestinese, rimaniamo fedeli al principio della resistenza creativa, una posizione ferma e costosa contro l’ingiustizia in atto. Vediamo la resistenza creativa incarnata nei movimenti popolari palestinesi che affrontano l’occupazione, l’espansione degli insediamenti, il terrorismo dei coloni e l’apartheid, così come nel lavoro delle organizzazioni della società civile, nelle iniziative legali e per i diritti umani, nell’impegno culturale, teologico e diplomatico e nei movimenti studenteschi e sindacali. In tutti questi e in molti altri, riconosciamo mezzi efficaci di resistenza fondati sull’amore, un amore che può portare al cambiamento e rinnovare la speranza.
2.5
Apprezziamo i movimenti globali di resistenza, difesa e pressione popolare che lavorano per responsabilizzare i governi e gli organismi internazionali, isolando Israele attraverso boicottaggi e sanzioni fino a quando non rispetterà il diritto internazionale. Consideriamo questo aspetto da un punto di vista morale.
Le strategie di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni sono, a nostro avviso, forme efficaci di resistenza creativa radicate nella logica dell’amore e della non violenza, come affermato nel nostro documento originale.
2.6
Di fronte all’ecocidio perpetrato da Israele a Gaza e alle ripetute aggressioni e distruzioni ambientali in Cisgiordania che minacciano le generazioni future, rinnoviamo la nostro appartenenza a questa terra e il nostro radicamento in essa. Affermiamo la sacralità della vita e il dovere di prenderci cura del creato. La nostra vocazione è quella di vivere in coesistenza con il creato: una fede condivisa e una responsabilità morale abbracciata da individui e istituzioni, pubbliche, governative, sociali e religiose.
2.7
Sottolineiamo l’urgente necessità di proteggere tutti coloro che sono vulnerabili nella società: le vittime dell’occupazione e della colonizzazione; le persone con disabilità, in particolare quelle che hanno perso arti; coloro che hanno il cuore spezzato, coloro che sono in lutto; e tutti coloro che sono emarginati per qualsiasi motivo, comprese le vittime di violenza domestica o sociale, di sfruttamento economico e di abusi basati sul genere.
2.8
Tra i volti della determinazione e della speranza nella nostra società spicca quello della donna palestinese: nonna, madre, sorella e figlia. È lei la colonna portante e il partner essenziale nella lotta, che tiene insieme la casa, la terra, la memoria e il futuro. La sua presenza è fondamentale per la società nel suo complesso e il suo contributo è molteplice nella vita nazionale, sociale, economica e spirituale. La donna palestinese non può essere ridotta alla categoria delle “donne e bambini”, vittime senza volto, private della loro autonomia e volontà. La sua voce, la sua creatività e la sua leadership sono forze indispensabili. Non può esserci vera liberazione senza la sua piena partecipazione a tutti i livelli del processo decisionale e della costruzione della nazione.
2.9
Il nostro messaggio a noi stessi, come cristiani palestinesi, è questo: sentiamo il peso della storia sulle nostre spalle e siamo determinati a preservare la testimonianza cristiana in questa Terra Santa. A tutti i palestinesi diciamo: il mantenimento della presenza cristiana è sia una causa nazionale che una priorità. Non siamo semplicemente un numero né soltanto una forma di diversità all’interno della nostra società. Siamo cittadini autoctoni che incarnano i valori umani e cercano di operare e costruire la nostra patria insieme a tutti i nostri partner che ne fanno parte.
2.10
Rivolgendoci a noi stessi, diciamo: siamo i figli e le figlie della prima Chiesa, discendenti degli apostoli e dei santi dei primi secoli cristiani, coloro che hanno coltivato questa terra, costruito le sue città e i suoi villaggi e bevuto dalle sue acque. Non viviamo ai margini di questa terra. Siamo intrecciati nel suo tessuto. Portiamo con noi la sua storia e il suo patrimonio. Il suo stesso suolo ci riconosce come suoi. Molti imperi sono passati su questa terra e sono scomparsi, sepolti nella polvere della storia, ma le campane delle nostre chiese continuano a suonare, testimoniando la verità e proclamando ogni giorno la Risurrezione.
2.11
Questo è ciò che diciamo ai nostri giovani e alle nostre giovani: voi siete la Chiesa viva; voi siete il tesoro della speranza. Il futuro nasce dalla vostra perseveranza e dalla vostra fede. Crediamo in voi. Vediamo la vostra rabbia, il vostro dolore, la vostra paura. Vediamo anche la vostra forza. Sappiamo che la nostra storia non è finita, che la nostra ingiustizia continua. Non vi chiamiamo a un ottimismo ingenuo, ma a una speranza radicata nell’azione. La speranza non è resa. La speranza è un atto vivente di resistenza — un rifiuto fermo della realtà di morte imposta su di noi, un affrontare e resistere a ogni forma di ingiustizia e occupazione. Gesù Cristo camminò con i poveri e i deboli, si schierò al fianco degli oppressi e non abbandonò mai l’amore né compromise la verità e la giustizia; per la salvezza dell’umanità, accettò la croce. La sua Risurrezione fu vittoria sulla morte e sull’ingiustizia, un segno di speranza radicato nella fede. Questa è la speranza che oggi ci sostiene.
2.12
E perciò diciamo anche a voi giovani: non siete soli. Ci sono persone che vi sostengono in Palestina e in tutto il mondo. Anche se ora vi viene imposto il silenzio, verrà il giorno in cui le vostre voci saranno ascoltate. Le vostre voci contano. Esprimetevi. Scrivete. Cantate. Create. Organizzatevi. Resistete con la vostra umanità in un mondo che cerca di privarvi di essa. Abbiate il coraggio di amare, di sognare e di plasmare un futuro libero e radioso. Rendiamo omaggio alle vostre iniziative e alle vostre attività – nella chiesa, nell’impegno nazionale e civico, nello scoutismo, nella gioventù, nello sport, nella cultura, nell’arte, nella politica e nei diritti umani – tutte caratterizzate dall’apertura alla società, dallo spirito di volontariato e dalla fede e dalla speranza libere dal settarismo. Traiamo ispirazione dalla vostra fermezza e dal vostro amore. Vediamo in voi la promessa di un futuro migliore.
2.13
Ai nostri fratelli e sorelle della diaspora, a coloro che sono stati costretti ad abbandonare la loro terra: anche se geograficamente lontani dalla Palestina, essa vive dentro di voi. Vi invitiamo a impegnarvi nelle comunità, nei movimenti e nelle coalizioni che mirano a rafforzare la nostra determinazione e ad affermare la nostra presenza. Il vostro ruolo è fondamentale. La vostra voce ha il potere di cambiare la realtà. Apprezziamo il vostro attivismo. Abbiamo ascoltato le vostre voci. Anzi, le ha ascoltate il mondo intero. Condividete la nostra sofferenza e le nostre storie di perseveranza e successo. Create spazi di dialogo e costruite ponti tra noi e i leader religiosi e politici dei paesi della vostra diaspora. Agite con saggezza e presentate al mondo la vera immagine del nostro popolo. Anche in voi risiede la speranza di un futuro migliore. Non perderemo il nostro sogno di riunificazione, né abbandoneremo il nostro diritto al ritorno.
2.14
Estendiamo il nostro sostegno ai nostri leader spirituali e alle istituzioni ecclesiastiche che continuano a portare la loro testimonianza cristiana anche nei momenti più bui e difficili, rafforzando la fermezza dei loro figli e delle loro figlie6. Lodiamo in particolare l’enorme lavoro delle chiese di Gaza che hanno dato rifugio agli sfollati. Apprezziamo il coraggio dei nostri leader ecclesiastici che sono rimasti al fianco del nostro popolo a Gaza e hanno sostenuto la loro perseveranza in mezzo al genocidio e allo sfollamento. I fedeli di Gaza hanno scritto storie eroiche di perseveranza e testimonianza. Alcuni sono stati martirizzati. Molti sono stati feriti e hanno perso i propri cari. Le nostre preghiere e i nostri cuori sono con loro. Chiediamo ai cristiani di tutto il mondo di sostenerci nel nostro sforzo – contrariamente a quanto potrebbe suggerire l’apparenza – di preservare la presenza cristiana a Gaza, che risale ai primi secoli del cristianesimo, e di difendere il diritto di tutti gli sfollati di tornare alle loro case e ricostruire le loro vite.
2.15
Siamo testimoni della Resurrezione e della tomba vuota da cui è sgorgata la luce della vita. Crediamo che l’ultima parola non spetti alla morte, ma alla vita. Non alle tenebre, ma alla luce. Non all’ingiustizia, ma alla verità. Proclamiamo con l’apostolo Paolo: «Siamo tribolati da ogni parte, ma non schiacciati; siamo sconvolti, ma non disperati; perseguitati, ma non abbandonati; colpiti, ma non uccisi. » (2 Corinzi 4,8-9).
Parte III
Un invito al pentimento e all’azione
3.1
Rivolgiamo il nostro appello ai cristiani di tutto il mondo. Lo rivolgiamo da Gerusalemme, Betlemme e Nazareth – dal luogo di nascita di Cristo, dalla terra dell’Incarnazione del Verbo, dalla culla dell’amore, della misericordia e della giustizia. Dalla terra della sofferenza, della morte e della Risurrezione – la terra della redenzione e della speranza – da dove è giunto l’appello dell’umanità al pentimento e al ritorno ai fondamenti della fede. Da qui la fede si è diffusa fino ai confini della terra7. È un invito a «imparare a fare il bene, ricercare la giustizia, soccorrere l’oppresso» (Isaia 1,17).
3.2
Il Dio che ci è stato rivelato nelle Sacre Scritture, sia nell’Antico che nel Nuovo Testamento, il Creatore dell’Universo e di tutta l’umanità, è Colui che si è incarnato nel Figlio, Gesù Cristo, il Dio di tutti i popoli (Atti 10,34-35; Romani 10,12-13). Dio, Creatore e Padre di tutti, è solidale e si schiera dalla parte degli oppressi e degli emarginati, delle vittime di ogni forma di ingiustizia e tirannia di ogni nazione, indipendentemente dalla razza, dalla religione o dalla nazionalità (Luca 4,18-19). La missione della Chiesa si manifesta quindi nell’aderire all’opera del Regno di Dio attraverso la ricerca della pace, la difesa degli oppressi e il compimento del bene.
3.3
La pulizia etnica è un processo cumulativo, iniziato nelle menti delle potenze coloniali europee quando hanno negato l’immagine di Dio negli altri e legittimato la morte, il dominio e la schiavitù. Consideriamo lo Stato di Israele, fondato nel 1948, come la continuazione di quella stessa impresa coloniale basata sul razzismo e sull’ideologia della superiorità etnica o religiosa. Questo progetto ha colonizzato la Palestina e ha lavorato per sfollare la popolazione indigena palestinese dal tempo della Nakba fino ad oggi. La nostra attuale realtà palestinese è il risultato inevitabile dell’ideologia sionista e del movimento coloniale suprematista, esso stesso prodotto della mentalità imperialista.
3.4
Il genocidio è un peccato strutturale contro Dio, contro l’umanità e contro il creato. È in diretta opposizione al grande comandamento dell’amore, sintesi di tutta la legge (Galati 5:14). Coloro che negano il genocidio commesso contro il popolo palestinese a Gaza – nonostante le prove schiaccianti, le testimonianze e persino le dichiarazioni degli stessi sionisti – negano l’umanità stessa del popolo palestinese. Abbiamo quindi il diritto di chiedere: come si può parlare di fratellanza o comunione cristiana mentre si nega, si sostiene, si giustifica o si tace di fronte al genocidio, specialmente quando tali atti sono commessi in nome di Dio e delle Scritture? È necessaria una riflessione onesta e un pentimento da parte di tutti i credenti, in particolare dei leader religiosi di tutto il mondo.
3.5
Esprimiamo la nostra gratitudine a tutte le chiese che hanno riconosciuto l’ingiustizia inflittaci e la guerra genocida a Gaza. Rendiamo omaggio a tutte le voci che hanno preso posizione religiosa e morale contro il sionismo e il cosiddetto sionismo cristiano, rifiutando il genocidio e l’apartheid e chiedendo la fine delle spedizioni di armi a Israele e il perseguimento dei criminali di guerra. In queste voci sentiamo il sostegno alla nostra speranza, un segno dello Spirito Santo e la presenza della coscienza morale nell’umanità.
3.6
Chiediamo un movimento teologico globale fondato sui pilastri del Regno di Dio, un movimento che nasca dai contesti e dalle lotte dei popoli che soffrono il colonialismo, il razzismo, l’apartheid e la povertà strutturale prodotta da sistemi economici e politici corrotti che servono gli interessi degli imperi mondiali. Contestiamo la falsa logica di una pace “neutrale” o “equilibrata”, così come le forme di diplomazia ecclesiale che non dicono la verità al potere come modo per eludere la responsabilità morale e spirituale. Insieme ai nostri partner in tutto il mondo, ci siamo impegnati in un’auto-analisi per liberarci dai residui delle teologie coloniali che abbiamo ereditato dall’Occidente.
3.7
Rifiutiamo l’oppressione e l’ingiustizia prodotte dalla teologia del razzismo, del colonialismo e della supremazia etnica incarnata dal sionismo cristiano, una teologia che ha prodotto l’apartheid, la pulizia etnica e il genocidio delle popolazioni indigene. Il sionismo cristiano invoca un dio tribale, razzista, della guerra e della pulizia etnica, insegnamenti del tutto estranei al cuore della fede e dell’etica cristiana. Il sionismo cristiano deve quindi essere definito per quello che è: una distorsione teologica e una corruzione morale. Dopo che tutti gli sforzi per invitare i sionisti cristiani a un sincero pentimento sono stati esauriti, la responsabilità morale, ecclesiale e teologica richiede che essi siano ritenuti responsabili e che la loro ideologia sia respinta e boicottata. È giunto il momento che le chiese del mondo ripudino la teologia sionista e dichiarino chiaramente la loro posizione sulla Palestina: si tratta di un caso di colonialismo di insediamento e di pulizia etnica di un popolo indigeno.
3.8
Condanniamo tutti coloro che sfruttano e sostengono l’accusa di antisemitismo per mettere a tacere la voce palestinese della verità. Respingiamo ogni tentativo di confondere l’antisemitismo con l’opposizione all’apartheid e con la pressione esercitata affinché Israele sia chiamato a rispondere delle proprie responsabilità ai sensi del diritto internazionale, in particolare attraverso l’uso di definizioni e documenti concepiti per servire le ideologie e gli interessi sionisti con il pretesto di combattere l’antisemitismo. L’uso improprio del termine antisemitismo distorce e oscura la realtà del vero antisemitismo che ancora esiste nel nostro mondo e che condanniamo con forza insieme a tutte le forme di razzismo, esclusione e pregiudizio, compresa l’islamofobia. L’ideologia sionista sostiene di rappresentare e proteggere il popolo ebraico, ma così facendo ha confuso “ebreo” e “sionista” come se fossero la stessa cosa. Non tutti gli ebrei sono sionisti e non tutti i sionisti sono ebrei. Questa confusione ha arrecato un grave danno al giudaismo stesso e alla sua immagine in tutto il mondo.
3.9
Invitiamo tutte le persone di coscienza – credenti in Dio di ogni fede e persone animate da convinzioni profonde – a unirsi in coalizioni che proteggano l’umanità da un ulteriore declino nella realtà dell’ingiustizia, della tirannia e della dominazione. Chiediamo la creazione di un ordine mondiale alternativo, giusto e umano, poiché l’attuale sistema globale ha fallito nelle sue responsabilità più importanti: difendere i deboli e garantire la pace e la sicurezza internazionali.
3.10
Ribadiamo e sottolineiamo il nostro appello alle chiese di tutto il mondo affinché, collaborando con coalizioni sia religiose che laiche, facciano pressione sui loro governi per isolare Israele, lo ritengano responsabile, impongano sanzioni, lo boicottino e vietino l’esportazione di armi fino a quando non rispetterà il diritto internazionale, porrà fine all’oppressione e alla tirannia e aderirà ai principi di giustizia e pace. Allo stesso modo, chiediamo ai governi del mondo di esercitare pressioni affinché i criminali di guerra, chiunque essi siano, siano perseguiti dalla Corte Internazionale di Giustizia e dalla Corte Penale Internazionale; di garantire un risarcimento al popolo palestinese, sia in patria che in diaspora; e di adoperarsi per il ritorno immediato degli sfollati attraverso la ricostruzione di Gaza e il rafforzamento della tenacia del suo popolo.
3.11
Ora più che mai è il momento di una solidarietà che comporta dei costi. Per sua stessa natura, la vera solidarietà ha un prezzo. È una posizione basata sulla fede, un impegno umano e una responsabilità morale. La vera solidarietà è anche l’incarnazione della nostra comune umanità e fraternità. O viviamo insieme o periamo insieme. Oggi è la Palestina. Domani saranno altri popoli emarginati e oppressi.
3.12
In questo spirito, rendiamo omaggio al numero crescente di voci ebraiche che si oppongono alla guerra e affrontano il sionismo con convinzione morale, basata sulla fede e sull’umanità. In loro troviamo dei partner nella nostra comune umanità e nella lotta per la libertà e la dignità delle persone, partner anche nel dialogo religioso e politico. Per troppi anni tale dialogo è stato monopolizzato dai sionisti e dai loro alleati, con premesse basate sul rafforzamento dell’ideologia sionista e sulla persecuzione dei palestinesi. Chiediamo quindi alle chiese di tutto il mondo di distinguere tra il dialogo con gli ebrei e il dialogo con il sionismo, boicottando il dialogo con le voci sioniste che hanno sostenuto e continuano a sostenere l’occupazione, l’apartheid e il genocidio del popolo palestinese. Chiediamo invece alle chiese di sostenere e amplificare le voci profetiche ebraiche che invocano giustizia e verità.
3.13
La solidarietà cristiana significa stare al fianco e sostenere la Chiesa locale nella sua perseveranza rafforzando la determinazione dei credenti nel rimanere nella loro terra e potenziando la Chiesa e le istituzioni cristiane che incarnano la missione di fede e quella umanitaria sul campo. Rinnoviamo il nostro appello ai cristiani di tutto il mondo di sfidare l’assedio imposto ai cristiani della Terra Santa, a venire e visitare le pietre vive, a testimoniare e a rispondere di ciò che vedono, e ad aiutare a rafforzare la perseveranza dei palestinesi e, tra loro, dei cristiani palestinesi. Questo è il nostro appello: «Venite a vedere». Poi raccontate ciò che avete visto, reagite e restate al fianco della Chiesa nella sua perseveranza.
Parte IV
La fede in tempo di genocidio
4.1
Dalla terra dell’Incarnazione, della Croce e della Resurrezione, rinnoviamo la nostra parola di speranza nel Dio dei poveri, degli oppressi e degli emarginati. La guerra genocida ha cercato di privarci della nostra speranza e della nostra fede nella bontà di Dio e nella vita sulla nostra terra. Eppure dichiariamo la nostra adesione alla fede in un Dio santo e giusto e al diritto che Dio ci ha dato di vivere con dignità sulla nostra terra e sulla terra dei nostri antenati. Questa è la nostra speranza. Questa è la nostra perseveranza. Questa è la nostra resistenza.
4.2
Abbiamo sentito parlare molto di soluzioni politiche e di pace, mentre la realtà sul campo dice il contrario. Parlare oggi di una soluzione politica è inutile se prima non ci impegniamo seriamente a riconoscere e correggere gli errori del passato, a cominciare dal riconoscimento dell’ingiustizia storica commessa nei confronti dei palestinesi sin dall’ascesa del movimento sionista e dalla Dichiarazione Balfour. Qualsiasi inizio autentico deve comportare lo smantellamento del colonialismo d’insediamento e del sistema di apartheid basato sulla supremazia ebraica, come codificato nella legge razzista dello Stato-nazione di Israele. Respingiamo anche le proposte di uno Stato indebolito e condizionato, privo di piena sovranità sui propri confini, sulle proprie acque, sul proprio spazio aereo e sulla propria sicurezza. Ciò di cui c’è bisogno è un’azione e una protezione internazionale, la responsabilità dei criminali di guerra e il risarcimento per i sopravvissuti al genocidio, alla Nakba e al colonialismo d’insediamento. Le soluzioni durature non si baseranno sulla logica della forza, ma sui fondamenti della giustizia, dell’uguaglianza e del diritto all’autodeterminazione.
4.3
Il nostro obiettivo è vivere come figli e figlie di Dio nella nostra patria senza barriere, muri, occupazione militare e apartheid, ma in un mondo in cui regnino giustizia, equità e uguaglianza. Immaginiamo un futuro in cui il nostro mondo sia libero dalla guerra, dalla morte, dal settarismo e dal tribalismo, dove la parola della verità si elevi al di sopra della parola del potere e in cui la legittimità appartenga alla pace e alla giustizia. Traiamo la nostra speranza dalla Parola di Dio e dalla fede viva nei nostri cuori, rifiutando di lasciare che il futuro sia plasmato dalle voci dell’estremismo, del colonialismo e della supremazia.
4.4
Ribadiamo il nostro rifiuto di uno Stato religioso, poiché esso costringe lo Stato entro confini ristretti, favorisce alcuni cittadini rispetto ad altri ed esclude e discrimina tra la sua popolazione. La nostra speranza è quella di uno Stato civile e democratico fondato su una cultura del pluralismo – non sul dominio numerico – che riconosca la bontà e il valore di ogni persona appartenente a questa terra. Una tale cultura, radicata nel comandamento dell’amore, ci obbliga a confrontarci con ogni forma di estremismo e razzismo nella nostra terra – ricca com’è della diversità dei suoi popoli, delle sue culture e delle sue religioni – sulla base dell’uguaglianza davanti alla legge e della piena cittadinanza.
4.5
Dal cuore del dolore, del genocidio e dello sfollamento, lanciamo questo grido, un grido profetico di perseveranza. Dichiariamo il nostro impegno a lavorare per il bene di questa terra e di tutta l’umanità sulla base della nostra comune umanità fino al giorno in cui vivremo liberi nella nostra terra insieme a tutti gli abitanti del mondo in vera pace e riconciliazione fondate sulla giustizia e sull’uguaglianza per tutta la creazione di Dio, dove la misericordia e la verità si incontrano, e la giustizia e la pace si baciano (Salmo 85:10).
1 https://www.ohchr.org/en/press-releases/2025/09/israel-has-committed-genocide-gaza-strip-un-commission-finds
4 https://www.unocha.org/publications/report/occupied-palestinian-territory/west-bank-movement-and-access-update-may-2025
5 https://www.ohchr.org/en/press-releases/2024/07/un-report-palestinian-detainees-held-arbitrarily-and-secretly-subjected
6 https://www.fides.org/en/news/69796-ASIA_PALESTINE_Christian_institutions_third_largest_employer_among_the_Palestinian_population_according_to_a_survey_people
7 https://www.change.org/p/an-open-letter-from-palestinian-christians-to-western-church-leaders-and-theologians

[…] dalla “devastazione che si è dispiegata davanti agli occhi del mondo”. ( https://bocchescucite.org/difendere-la-dignita-e-la-presenza-del-popolo-di-gaza/ ) Mai così espliciti e rinunciando…
Grazie per il vostro coraggio Perché ci aiutate a capire. Fate sentire la voce di chi non ha voce e…
Vorrei sapere dove sarà l'incontro a Bologna ore 17, grazie
Parteciperò alla conferenza stampa presso la Fondazione Basso il 19 Mercoledì 19 febbraio. G. Grenga
Riprendo la preghiera di Michel Sabbah: "Signore...riconduci tutti all'umanità, alla giustizia e all'amore."