Articolo pubblicato originariamente su Syria Untold. Traduzione dall’arabo a cura della redazione di Bocche Scucite
Di Suleiman Abdallah
Dopo aver portato al Festival di Cannes una serie di cortometraggi raccolti sotto il titolo From Ground Zero, presentati a margine della manifestazione come forma di protesta contro il rifiuto del festival di proiettarli, il regista palestinese Rashid Masharawi è arrivato a Venezia per presentare, insieme a due partner produttivi, questo film incentrato sulla persecuzione dei giornalisti palestinesi da parte delle forze israeliane a Gaza.
Il regista non attribuisce qui al giornalista uno status speciale o diverso da quello degli altri abitanti di Gaza, a sottolineare il fatto che tutti condividono le stesse condizioni e le stesse sofferenze. Da qui deriva il titolo del film.
Hassouna adotta qui un approccio diverso: non realizza un film sulla morte di un fotoreporter a Gaza, ma sulla celebrazione della vita e sulla sopravvivenza di uno di loro.
Non mostra scene costruite per strappare le lacrime allo spettatore e non cerca l’eccitazione legata agli scontri sui fronti di guerra. Cerca invece di farci sentire cosa significhi essere consapevoli di poter essere il prossimo bersaglio di un bombardamento semplicemente perché si è un fotogiornalista.
Come si vive? Come ci si comporta? Come si calcola ogni passo? Come si affronta ogni giornata considerandola forse l’ultima della propria vita?
Il film ci permette di osservare ciò che questo pericolo quotidiano, protratto per un anno, lascia su tre generazioni: su Osama, cittadino di Gaza; sul figlio neonato, di cui assistiamo alla nascita all’inizio del film; e sui suoi genitori.
Questi ultimi dovranno intervenire nella decisione se Osama debba continuare a lavorare oppure no, dopo che alcuni suoi colleghi sono stati presi di mira. E si trovano davanti a un paradosso: Osama è forse più al sicuro dentro casa o fuori?
Ciò che il regista mostra non sono atrocità che non abbiamo già visto, ma l’esperienza dell’attesa della morte improvvisa: i semplici sogni a cui Osama e i suoi colleghi aspirano prima di lasciare questa vita, il loro tentativo di combattere il rumore dei droni facendo battute, le preoccupazioni quotidiane, la ricerca di cibo e di benzina per far muovere l’automobile, l’inseguimento dei palloni aerostatici che trasportano gli aiuti e gli sfollamenti ripetuti verso sud, seguiti dai ritorni a ogni tregua, in mezzo alle celebrazioni.
Attraverso questo approccio, il regista alleggerisce il peso emotivo del film sul pubblico. Lo spettatore non dovrebbe aspettarsi scene incendiarie, capaci di suscitare emozioni fortissime e lacrime, ma piuttosto un’opera capace di generare empatia umana.
È previsto che il film venga proiettato presso istituzioni politiche europee nell’ambito di una campagna. La Palestina lo ha inoltre presentato come proprio candidato di quest’anno all’Oscar per il miglior film internazionale, secondo quanto riferito dal compositore delle musiche del film, Rasmus Steen, dopo la proiezione del film a Venezia.

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