“Cerco l’uomo” diceva un antico filosofo greco. Spesso lo cerchiamo tra le luci, sui palcoscenici della storia, tra i potenti e i vincitori. Oggi l’ho trovato tra i vinti.
Siamo in Cisgiordania, a Betlemme, Hebron e anche più a sud.
Hebron è la città dei patriarchi, dove Abramo seppellì Sara sua moglie, comprando il campo dagli Ittiti. La Bibbia al capitolo 23 di Genesi dice che quelli per due volte offrirono ad Abramo la caverna di Macpela come un dono ed invece per tre volte il patriarca chiese e ottenne di pagarne il valore. In quella medesima regione oggi quello che si ritengono eredi della promessa fatta ad Abramo rubano la terra alla gente di Palestina, abbattono case, rovinano uliveti, prendono pascoli, fanno violenza senza che nessuno riesca a fermarli. Come per Maria e Giuseppe, che a Betlemme non trovavano posto nell’albergo ancora oggi in questa regione sembra che per alcuni non ci sia posto. Non c’è posto nel campo profughi di Dheisheh, lì dove i palestinesi trovarono rifugio quando nel 1948 dovettero lasciare le loro città perché finite nella parte di Palestina affidata dalle Nazioni Unite al nuovo Stato di Palestina. Partirono pensando di stare fuori qualche settimana, portando con loro che chiavi di casa ed invece sono 80 anni di vita da profughi, 4 generazioni…
Non c’è posto ad Hebron dove nel 1994 in seguito ad un attentato di un terrorista israeliano che nella moschea presso la tomba dei patriarchi uccise 29 fedeli mussulmani ne ferì 125, la città è divisa in due: H1 per i palestinesi e H2 per i soli ebrei.
Non c’è posto nelle colline di Masafer Yatta più a sud, dove i raid dei coloni sono sempre più violenti.
Profughi a Betlemme dove la scuola funziona solo qualche giorno a settimana,
abitanti di una delle città più antiche del mondo e patrimonio dell’unesco ridotti in povertà,
pastori delle colline che non possono più uscire con li loro greggi,
queste le persone che oggi abbiamo incontrato: dei perdenti, degli sconfitti che cercano di resistere ma che sono destinati ad essere schiacciati.
Eppure tra questa gente ho trovato l’umanità. Non nella tecnologia delle telecamere e dei droni, non nella forza economica di poter costruire in pochi mesi una colonia con tutti i servizi, non nelle armi dell’esercito che protegge i violenti e non la verità: non nei vincitori ma negli sconfitti. In quegli sconfitti politicamente, economicamente, militarmente ho trovato l’uomo che Diogene Cinico, l’antico filosofo greco cercava.
L’ho trovato in Išá (nome fittizio per non rivelare l’identità dell’uomo incontrato) che ha convito il suo e i villaggi attorno a resistere in modo non violento, a continuare a vivere la vita semplice dei pastori senza reagire alla provocazione dei coloni. “Essi ci provocano con violenza – dice – per indurci a reagire e poi continuare la narrazione dei palestinesi violenti e terroristi contro cui si può usare solo il pugno duro”.
“Noi non siamo questo, noi siamo gente semplice e vogliamo vivere in modo semplice – ha continuato- il popolo palestinese insegnerà al mondo cosa significa umanità”.
Di fronte al racconto di quanto accadeva nella terra attorno al suo villaggio, di fronte alla testimonianza anche di giovani attivisti internazionali che semplicemente si fanno accanto ai pastori per filmare e cercare, spesso inutilmente, di fermare i coloni, si ergeva un uomo consumato, dal volto segnato dalle rughe, che non smetteva mai di fumare ma che con il sorriso sulle labbra diceva “la battaglia non è contro di loro. Loro sono solo strumenti dell’Ingiustizia. La battaglia è dentro di te. Non tu non devi smettere di credere nella giustizia, non devi smettere di credere nel bene, perché nel momento in cui semplicemente ti metti anche solo ad urlare cattive parole contro di loro, pur non facendo niente di violento, tu stai già perdendo, stai perdendo te stesso, perché la vera battaglia è una battaglia spirituale dentro di te”.
Un sorriso compariva sul suo labbro, ma era un sorriso diverso. Ho imparato a riconoscere il ghigno di chi pensa di averla fatta franca, conosco il sorriso di chi è contento di aver inferto il colpo giusto o detto una bella frase ad effetto e si compiace di sè; li conosco bene perché ho imparato a rifonderli anche sul mio viso. No, per Išá era diverso, ho visto in lui una luce di chi ha raggiunto un livello superiore e non vuole impressionare ma solo condividere quello che ha imparato.
La sua terra è la terra de film “No other land” così famoso e per il quale uno dei suoi registi ha pagato con la vita. “Visto che la tua terra è così famosa, cosa possiamo fare per te?” gli abbiamo chiesto.
“Non dovete fare qualcosa per me- ha risposto – perché è facile fare manifestazioni per la gente di Palestina, per la gente lontana, la lotta invece è interiore e per recuperare i valori dell’umanità. Tornate a casa e preoccupatevi del vostro vicino, di chi vi è accanto, provate a migliorare il vostro mondo, lavorare sulla comunità e pian piano migliorerete il vostro ambiente e magari un po’ alla vostra -dovete crederci – la vostra società e un domani i vostri governi e dei governi migliori aiuteranno anche noi ad uscire da questo inferno”.
In questa terra occupata e sconfitta, ho trovato umanità, una lezione di grande umanità, non odio, non il desiderio di una vendetta o anche semplicemente una giustizia divina, ho trovato uomini e donne che vogliono cambiare il mondo ma non partendo dagli altri ma da loro stessi. Tra queste gente per molti disperata, ho trovato speranza e il desiderio non di voler forzare il mondo secondo le mie categorie ma quello di provare “semplicemente” ad essere una persona migliore.
Don Rito

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