Nuovo rapporto di B’tselem: Il progetto di eliminazione, lo smantellamento sistematico della vita collettiva palestinese in Cisgiordania

Da quando l’attuale governo israeliano è entrato in carica alla fine del 2022, e ancor più dall’ottobre 2023, Israele ha intensificato drasticamente l’attacco a ogni aspetto della vita palestinese in Cisgiordania. In qualsiasi momento, i palestinesi possono essere esposti alla violenza di soldati o milizie di coloni armati, essere arrestati e incarcerati, subire abusi e umiliazioni e, talvolta, persino essere uccisi.

Il progetto The Elimination Project si basa su oltre 2.000 testimonianze raccolte da B’Tselem tra i palestinesi a partire dall’ottobre 2023, nonché su più di tre decenni di documentazione delle violazioni dei diritti umani commesse dal regime israeliano di apartheid in Cisgiordania. Il rapporto analizza la realtà attuale non come una serie di episodi isolati o di singole forme di violenza, ma come parte di un più ampio meccanismo di eliminazione volto a smantellare le condizioni necessarie alla continuità dell’esistenza palestinese in Cisgiordania, consolidando al contempo in modo irreversibile il controllo e la supremazia ebraica.

L’esame della realtà attuale in Cisgiordania mostra che il progetto di eliminazione viene oggi attuato in modo più aperto, diretto e violento rispetto al passato e fa sempre più affidamento

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RIASSUNTO DEL REPORT

Al momento della pubblicazione, la Cisgiordania è sottoposta a un’offensiva israeliana su vasta scala che sta smantellando sistematicamente e a ritmo crescente le basi dell’esistenza palestinese. Dalla formazione dell’attuale governo, alla fine del 2022, e con un’intensità ancora maggiore dall’ottobre 2023, Israele ha drasticamente intensificato la sua offensiva contro ogni ambito della vita dei palestinesi in Cisgiordania.

La possibilità di recarsi al lavoro, accompagnare i figli a scuola, frequentare l’università, ricevere cure mediche o usufruire dei servizi comunali, incontrare familiari e conoscenti, coltivare la propria terra, andare in vacanza o partecipare a eventi culturali, così come centinaia di altre attività ordinarie che compongono la vita quotidiana, sono tutte sottoposte a un costante attacco israeliano e talvolta vengono del tutto negate. Al di sopra di tutto questo incombe una minaccia costante alla vita e all’incolumità fisica. In qualsiasi momento, i palestinesi possono essere esposti alla violenza di soldati o milizie di coloni armati, essere arrestati e incarcerati, subire abusi e umiliazioni e, talvolta, persino essere uccisi.

Come mostra il rapporto, questo attacco combinato, che colpisce i palestinesi sia come individui sia come collettività, ha trasformato la vita di circa 3,5 milioni di persone in una lotta costante contro l’oppressione e l’espropriazione imposte dal regime israeliano.

La documentazione sulle violazioni dei diritti umani e il dibattito pubblico che la accompagna tendono a concentrarsi su singoli episodi di danno concreto. Questo rapporto adotta una prospettiva più ampia, esaminando insieme le diverse violazioni. Analizza la realtà della Cisgiordania come un sistema complesso, caratterizzato da una logica di fondo e attuato attraverso pratiche differenti da una molteplicità di attori israeliani che operano contemporaneamente e in coordinamento tra loro.

Vista in questa prospettiva, l’azione di Israele in Cisgiordania non consiste semplicemente in una serie di violazioni distinte dei diritti individuali e collettivi. È piuttosto parte di un meccanismo organico e complessivo di eliminazione. In questo contesto, per «eliminazione» si intende il protrarsi di azioni lesive delle condizioni materiali, sociali e politiche che rendono possibile l’esistenza collettiva palestinese — la terra, le istituzioni, la lingua, la cultura, i legami sociali, la leadership, la memoria e la storia condivise — nonché della possibilità stessa di immaginare e costruire un futuro comune.

Il progetto di eliminazione portato avanti da Israele in Cisgiordania sta rimodellando il territorio e le condizioni di vita al suo interno, in modo tale che il controllo e la presenza israeliani diventino continui, radicati e permanenti, mentre l’esistenza palestinese diventa frammentata, vulnerabile e dipendente.

Questo rapporto mostra come Israele stia attuando questo meccanismo di eliminazione attraverso cinque ambiti principali: la violenza e l’intimidazione, le restrizioni alla libertà di movimento, lo strangolamento economico, la distruzione sociale e politica e la pulizia etnica e la conquista del territorio.

Questi cinque ambiti agiscono simultaneamente e si rafforzano a vicenda. Le restrizioni alla libertà di movimento e lo strangolamento economico compromettono i mezzi di sussistenza, i legami sociali e la capacità dei palestinesi di mantenere le proprie istituzioni e partecipare alla vita politica. I danni politici e sociali che ne derivano indeboliscono la capacità dei palestinesi di difendere i propri diritti e mantenere il legame con la terra. Nel loro insieme, questi processi facilitano l’espansione del controllo israeliano sul territorio e l’allontanamento dei palestinesi da esso, disgregando le comunità e devastando abitazioni, mezzi di sussistenza, memoria collettiva e continuità territoriale.

La violenza costituisce il principale strumento di coercizione che rende possibile l’intero sistema e ne accelera il funzionamento.

Il rapporto si basa sul patrimonio di conoscenze accumulato da B’Tselem in decenni di documentazione delle violazioni dei diritti umani dei palestinesi in Cisgiordania, sull’analisi delle politiche del regime israeliano e su circa 2.000 testimonianze raccolte negli ultimi anni da palestinesi residenti in Cisgiordania, nonché sull’analisi di documenti ufficiali, leggi, delibere governative e altri rapporti.

Il rapporto mette in relazione le diverse violazioni, ne esamina la logica comune e i meccanismi che le rendono possibili e restituisce un quadro complessivo della realtà che il regime israeliano sta creando in Cisgiordania.

La logica dell’eliminazione e l’assetto del regime

Per comprendere la realtà che sta prendendo forma oggi in Cisgiordania, è necessario esaminare le radici ideologiche e le strutture di governo su cui poggia questo meccanismo israeliano di eliminazione.

Il termine «logica dell’eliminazione», coniato dallo storico australiano Patrick Wolfe, descrive il modo in cui un progetto coloniale di insediamento opera per ridurre, smantellare e rimuovere l’esistenza delle popolazioni indigene in quanto collettività legata alla propria terra.

L’eliminazione può essere attuata attraverso azioni dirette volte a ridurre la presenza indigena, tra cui l’uccisione, l’espulsione e il confinamento in piccole enclavi. Può tuttavia assumere anche la forma di un meccanismo permanente che ricorre a misure giuridiche, urbanistiche, economiche e territoriali per impedire il ritorno dei rifugiati, espropriare le persone delle loro terre, frammentare le comunità, controllare gli spostamenti e colpire le istituzioni sociali e politiche.

Queste misure agiscono congiuntamente per distruggere le condizioni necessarie affinché la popolazione indigena possa mantenere la propria esistenza collettiva sulla propria terra.

Il progetto sionista-israeliano presenta le caratteristiche fondamentali del colonialismo d’insediamento: l’instaurazione della sovranità ebraico-israeliana in un territorio abitato da una popolazione palestinese indigena, accompagnata dal progressivo indebolimento dell’esistenza palestinese attraverso l’emarginazione, l’espulsione, l’espropriazione e la frammentazione.

Definire il progetto sionista-israeliano come colonialismo d’insediamento non significa negare i legami storici, religiosi e culturali degli ebrei con questo territorio, la presenza ininterrotta di una comunità ebraica al suo interno, né la lunga storia di persecuzioni, espulsioni e violenze subite dagli ebrei. La questione che questa definizione pone rispetto al progetto sionista-israeliano non è se esista un legame ebraico con il territorio, ma riguarda le modalità attraverso cui il progetto sionista ha cercato di instaurare una sovranità ebraico-israeliana esclusiva in un territorio in cui i palestinesi vivevano e continuano a vivere.

La Nakba è stata la prima manifestazione su larga scala di questa logica di eliminazione. Tra il 1947 e il 1949, centinaia di migliaia di palestinesi furono espulsi o fuggirono dalle proprie case, diventando rifugiati e venendo poi privati della possibilità di fare ritorno nella propria patria. Centinaia di comunità palestinesi furono distrutte e spopolate. Le loro proprietà furono saccheggiate, da privati o da istituzioni, e le loro terre furono messe a disposizione degli insediamenti israeliani.

Nel 1967, con l’occupazione della Cisgiordania e della Striscia di Gaza, Israele estese il proprio controllo e impose il governo militare diretto su milioni di palestinesi. Espropriò terre, istituì insediamenti, limitò la pianificazione e lo sviluppo palestinesi e frammentò il territorio.

Gli Accordi di Oslo non interruppero questo processo. Pur istituendo l’Autorità Palestinese e trasferendole poteri limitati, gli accordi lasciarono a Israele il controllo su aspetti fondamentali dello spazio e della vita palestinesi, all’interno di un quadro nel quale l’espansione degli insediamenti, l’espropriazione e la frammentazione territoriale continuarono e si intensificarono.

L’apartheid è la struttura di regime che organizza e preserva la supremazia e il controllo ebraici sui palestinesi nell’intero territorio compreso tra il Mar Mediterraneo e il fiume Giordano, dove un unico regime israeliano attribuisce diritti, tutele, risorse e potere politico in modo diverso agli israeliani ebrei e ai palestinesi.

In Cisgiordania, la distinzione istituzionale tra i due gruppi è particolarmente netta: i coloni israeliani sono soggetti al diritto civile israeliano e godono di pieni diritti politici, dei servizi statali e della protezione dello Stato, mentre i palestinesi che vivono nello stesso territorio sono sottoposti al governo militare e al diritto militare e non possono partecipare alla definizione delle politiche e delle leggi che regolano quasi ogni aspetto della loro vita.

La frammentazione della collettività palestinese in differenti gruppi giuridici e spaziali costituisce un ulteriore aspetto di questo regime e produce a sua volta geografie palestinesi frammentate, nonché forme frammentate di vita individuale e collettiva.

Il progetto di eliminazione in Cisgiordania, descritto in dettaglio in questo rapporto, opera all’interno della struttura di questo regime attraverso un processo duplice: Israele smantella l’esistenza palestinese mentre riorganizza il territorio per espandere e istituzionalizzare il controllo e la presenza israeliani.

Terre e risorse vengono trasferite sotto il controllo israeliano; insediamenti, avamposti e fattorie si espandono; i sistemi giuridici, di pianificazione, infrastrutturali e di finanziamento consolidano una presenza israeliana continua e permanente.

I due processi sono strettamente intrecciati: lo smantellamento dell’esistenza palestinese consente l’espansione del controllo e della presenza israeliani, mentre tale espansione consolida e approfondisce l’espulsione e la frammentazione dei palestinesi.

Sebbene il progetto di eliminazione non sia nuovo, da quando l’attuale governo israeliano è entrato in carica alla fine del 2022, e ancor più dall’ottobre 2023, esso ha subito un’accelerazione e un’intensificazione. Autorità, finanziamenti statali e potere politico sono stati affidati ad attori impegnati nell’espansione degli insediamenti, nel perseguimento dell’annessione e nell’emarginazione dei palestinesi; le risorse vengono convogliate verso gli insediamenti, comprese fattorie e avamposti, mentre il coordinamento tra le istituzioni statali, l’esercito, il movimento degli insediamenti e le milizie dei coloni si è fatto più stretto e più esplicito.

Azioni che in precedenza venivano presentate come temporanee, eccezionali o dettate da esigenze di sicurezza vengono ora attuate su vasta scala, in modo più diretto e dichiarato apertamente.

Il «Piano decisivo», pubblicato nel 2017 dal ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich, è un documento chiave per comprendere la realtà attuale in Cisgiordania, poiché esplicita apertamente la logica dell’eliminazione e collega l’ideologia del colonialismo d’insediamento a un programma di azione politica. Il piano offre ai palestinesi tre possibilità: vivere sotto la supremazia ebraica rinunciando alle proprie rivendicazioni politiche, andarsene oppure affrontare una repressione violenta qualora resistano.

Sebbene il piano non sia stato formalmente adottato nella sua interezza come decisione di governo né tradotto in legge, negli ultimi anni alcuni elementi centrali della sua logica sono stati tradotti in politiche, stanziamenti di bilancio, deleghe di poteri e pratiche attuate sul campo.

L’attuale escalation in Cisgiordania si sta verificando parallelamente al genocidio che Israele sta commettendo contro i palestinesi nella Striscia di Gaza. A Gaza, la logica dell’eliminazione ha assunto la sua forma più estrema; in Cisgiordania, si manifesta in altre forme, attraverso i cinque ambiti di intervento descritti nel rapporto. I due scenari non sono separati. La normalizzazione delle uccisioni di massa e della distruzione su vasta scala inflitte da Israele alla Striscia di Gaza ha ampliato drasticamente i confini della violenza considerata legittima e impiegata dal regime israeliano contro i palestinesi.

Dall’ottobre 2023, pratiche precedentemente più rare, associate all’offensiva contro Gaza, sono diventate più frequenti in Cisgiordania, tra cui i bombardamenti aerei, la distruzione su vasta scala di aree residenziali e infrastrutture, gli sfollamenti di massa e un allentamento delle regole sull’uso della forza letale.

Il meccanismo di eliminazione in Cisgiordania

Il meccanismo di eliminazione israeliano in Cisgiordania opera attraverso cinque ambiti centrali di intervento: la violenza e l’intimidazione, le restrizioni alla libertà di movimento, lo strangolamento economico, la distruzione sociale e politica e la pulizia etnica e la conquista del territorio.

Nel loro insieme, questi ambiti limitano la possibilità per i palestinesi della Cisgiordania di condurre una vita quotidiana nelle sue condizioni fondamentali, minando al contempo le condizioni che consentono alla società palestinese di esistere come soggetto politico, sociale e territoriale, dotato di istituzioni, diritti collettivi e di una prospettiva di futuro condiviso.

L’importanza di ciascun ambito non risiede soltanto nel danno diretto che provoca, ma anche nella sua relazione con gli altri ambiti e nel contributo che apporta al risultato complessivo.

Violenza e intimidazione

La violenza in Cisgiordania funziona come un meccanismo centrale di controllo, sfollamento e smantellamento. I suoi effetti non si limitano a coloro che vengono direttamente uccisi, feriti, incarcerati, percossi o espulsi dalle proprie case. Essa intimorisce l’intera popolazione. Restringe il margine di azione disponibile ai palestinesi, come individui, famiglie e comunità.

In qualsiasi momento, i soldati possono fare irruzione in un’abitazione; coloni armati possono arrivare in un’area di pascolo; un posto di blocco può essere chiuso senza spiegazioni; una persona può essere arrestata, percossa o uccisa. In condizioni simili, ogni attività ordinaria richiede una valutazione del rischio. La paura non è un effetto collaterale della violenza, ma parte integrante del modo in cui essa opera come strumento di coercizione e del risultato che mira a produrre.

La violenza viene esercitata dall’esercito israeliano, dalla polizia e dallo Shin Bet, insieme ai coordinatori della sicurezza degli insediamenti, alle squadre di sicurezza degli insediamenti e alle milizie dei coloni. Alcuni operano come organi ufficiali dello Stato; altri agiscono con il sostegno o sotto la protezione dello Stato, oppure all’interno di una sfera di quasi totale impunità.

Le milizie di coloni armati attaccano villaggi, comunità di pastori, terreni agricoli e aree di pascolo utilizzando armi e veicoli fuoristrada forniti dallo Stato, mentre l’esercito è spesso presente, non impedisce la violenza e talvolta vi partecipa attivamente: i soldati bloccano le strade di accesso, utilizzano gas lacrimogeni o munizioni vere contro i palestinesi che cercano di difendere sé stessi e i propri beni, e i soldati che vivono negli insediamenti partecipano alla violenza quotidiana diretta contro le comunità palestinesi vicine.

I confini tra violenza militare, violenza statale e violenza dei coloni in quanto civili si fanno indistinti e i diversi attori finiscono di fatto per operare come un unico sistema.

Dall’ottobre 2023, l’esercito israeliano ha arruolato migliaia di coloni nei Battaglioni di Difesa Regionale, destinati a prestare servizio nelle aree in cui vivono, mentre altre migliaia sono entrate a far parte delle squadre di sicurezza degli insediamenti e degli avamposti. In questo periodo, B’Tselem ha documentato casi in cui i coloni hanno esercitato poteri di natura «militare»: fermando e arrestando palestinesi, chiedendo loro di esibire i documenti, demolendo strutture e imponendo chiusure a intere comunità. Queste pratiche rendono ancora più labile la distinzione tra i diversi agenti della violenza — coloni armati, soldati e altri attori ufficiali.

Il numero di palestinesi uccisi in Cisgiordania è aumentato drasticamente negli ultimi anni. Tra il 7 ottobre 2023 e il 30 giugno 2026, Israele ha ucciso 1.087 palestinesi in Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est. Tra le persone uccise, 242 erano minori e 21 erano donne. Nello stesso periodo, Israele ha inoltre intensificato il ricorso a attacchi aerei, incursioni su vasta scala nelle aree densamente popolate e distruzione di infrastrutture nei campi profughi.

La violenza letale fa parte di un apparato più ampio che comprende incursioni notturne, irruzioni nelle abitazioni, perquisizioni, detenzioni, minacce, umiliazioni, sorveglianza e intrusioni negli spazi privati. Nel loro insieme, queste misure creano una situazione nella quale i palestinesi non dispongono di alcuno spazio sicuro in cui la loro vita possa svolgersi senza l’ombra dell’oppressione israeliana.

Gli arresti di massa e l’incarcerazione costituiscono un altro elemento centrale dello stesso meccanismo. Nel corso di decenni, Israele ha incarcerato centinaia di migliaia di palestinesi. Le pratiche di abuso e tortura sono state utilizzate non soltanto come strumenti di punizione, ma anche come strumenti di deterrenza su vasta scala, volti a far comprendere ai palestinesi che qualsiasi partecipazione ad attività politiche o civiche, o qualsiasi forma di resistenza al regime israeliano di apartheid, può concludersi con una detenzione senza processo, frequentemente accompagnata da gravi violenze.

Come la violenza impiegata dal regime israeliano, anche la costante minaccia di arresto e incarcerazione è finalizzata a intimidire i palestinesi. Dall’ottobre 2023, Israele ha ampliato il ricorso al sistema carcerario come strumento di repressione e intimidazione rivolto sia ai singoli individui sia alla collettività palestinese nel suo insieme, e le strutture di detenzione e carcerarie sono diventate una rete di campi di tortura nei quali ogni palestinese che vi entra è condannato a subire abusi fisici e psicologici continuativi.

Secondo il monitoraggio di B’Tselem, tra l’ottobre 2023 e il giugno 2026 almeno 32 detenuti e prigionieri provenienti dalla Cisgiordania sono morti nelle strutture carcerarie israeliane a causa di violenze, negligenza sistemica e mancata assistenza medica. In questo modo, uccisioni, violenza, minacce e incarcerazione agiscono congiuntamente per diffondere la paura, ridurre la resistenza e consentire il funzionamento degli altri ambiti dell’eliminazione.

Restrizioni alla libertà di movimento

La possibilità di muoversi attraverso il territorio è una condizione preliminare per la vita sociale, economica, familiare e politica. Quando una persona non può raggiungere la propria terra, un ospedale, il luogo di lavoro, una scuola o la città più vicina, la proprietà della terra o l’esistenza di istituzioni e servizi sociali perdono parte della loro rilevanza pratica.

Il sistema israeliano di controllo degli spostamenti palestinesi poggia su un’infrastruttura consolidata nel tempo: posti di blocco tra la Cisgiordania e Israele, Gerusalemme Est e la Giordania; posti di blocco interni alla Cisgiordania; cancelli agli ingressi delle comunità palestinesi; la Barriera di Separazione; strade di circonvallazione; strade vietate o soggette a restrizioni per il traffico palestinese; un sistema di permessi; ordini militari; e vari tipi di ostacoli fisici.

Nel loro insieme, questi elementi hanno creato uno spazio palestinese frammentato e discontinuo, nel quale gli spostamenti dei palestinesi dipendono dai permessi e dalle decisioni di soldati, altre forze armate, funzionari e, talvolta, anche coloni.

Dall’ottobre 2023, Israele ha utilizzato questa infrastruttura in modo più intenso, arbitrario e violento. Secondo i dati di B’Tselem, tra l’ottobre 2023 e il giugno 2026 Israele ha istituito più di 200 nuovi posti di blocco e ha bloccato l’accesso di decine di comunità palestinesi alle strade principali e alle strade che collegano tra loro le comunità palestinesi.

Questi ostacoli vengono aperti e chiusi senza preavviso, tragitti brevi si trasformano in viaggi di ore e le persone non sanno se riusciranno a raggiungere il lavoro, la scuola o le cure mediche, né se potranno tornare a casa.

Israele ha revocato tutti i permessi che consentivano ai palestinesi di entrare nelle aree situate all’interno della Linea Verde.

Accanto alle chiusure ufficiali, i coloni bloccano le strade, minacciano gli automobilisti e aggrediscono i palestinesi che vi transitano e, talvolta, fanno pressione sull’esercito affinché chiuda le vie di transito palestinesi.

Il controllo degli spostamenti opera in due direzioni complementari: da un lato, frammenta lo spazio palestinese in enclavi e comunità isolate che dipendono da ingressi, cancelli, permessi e strade alternative e accidentate; dall’altro, produce la continuità territoriale israeliana attraverso strade e infrastrutture al servizio degli israeliani.

Le restrizioni alla libertà di movimento sono direttamente collegate all’espropriazione. Quando gli agricoltori non possono raggiungere le proprie terre, i pastori non possono raggiungere le aree di pascolo, i lavoratori non possono raggiungere il luogo di lavoro e studenti, insegnanti o équipe mediche non possono raggiungere le proprie destinazioni, le restrizioni agli spostamenti compromettono anche i mezzi di sussistenza, la salute, l’istruzione, i legami sociali e la possibilità di rimanere sulla propria terra.

Spesso, il diniego di accesso alla terra crea le condizioni per la conquista israeliana di quella stessa terra. Una strada bloccata o un cancello chiuso non costituiscono quindi una semplice restrizione alla libertà di movimento: sono strumenti che contribuiscono al meccanismo di espropriazione e di eliminazione.

Strangolamento economico

Lo strangolamento economico dei palestinesi in Cisgiordania danneggia le condizioni materiali che consentono loro di guadagnarsi da vivere, mantenere una casa, coltivare la terra, studiare, ricevere cure mediche e pianificare il futuro. Si manifesta attraverso la povertà, la disoccupazione e un significativo calo del tenore di vita.

Ma funziona anche come meccanismo di controllo e pressione costante, aumentando la dipendenza della società palestinese dal governo israeliano.

Dal 1967, Israele ha limitato lo sviluppo economico palestinese indipendente, indirizzato la forza lavoro palestinese verso il mercato del lavoro israeliano, controllato le risorse e i valichi e impedito lo sviluppo indipendente delle infrastrutture, dell’industria e del commercio.

La divisione della Cisgiordania nelle Aree A, B e C prevista dagli Accordi di Oslo ha lasciato sotto il controllo israeliano la maggior parte delle riserve territoriali, delle risorse naturali e delle fonti d’acqua. Gli accordi hanno inoltre lasciato a Israele il controllo sulle prospettive di sviluppo e di indipendenza dell’economia palestinese, mantenendo il controllo sulle importazioni e sulle esportazioni e su ambiti politici che incidono direttamente sull’economia palestinese.

Dall’ottobre 2023, Israele ha utilizzato questa dipendenza in modo più aggressivo. Ha revocato quasi tutti i permessi che consentivano ai palestinesi della Cisgiordania di lavorare all’interno della Linea Verde, privando più di 140.000 persone della loro principale fonte di sostentamento.

Il tasso di disoccupazione, che nel 2022 era pari al 13,1%, è salito oltre il 31,3% nel 2024.

Le difficoltà economiche hanno costretto alcune persone a rischiare di entrare senza permesso nelle aree situate all’interno della Linea Verde, esponendosi al rischio di arresto e persino di morte: tra il 7 ottobre 2023 e il 30 giugno 2026, almeno 26 lavoratori palestinesi sono stati uccisi mentre cercavano di attraversare la Barriera di Separazione per recarsi al lavoro.

Al contempo, Israele ha intensificato i ritardi e le trattenute sulle entrate fiscali che riscuote per conto dell’Autorità Palestinese, compromettendo la capacità dell’AP di pagare gli stipendi e fornire servizi di base.

Il controllo israeliano sul sistema finanziario palestinese, sull’acqua, sull’energia, sulla terra e sulle infrastrutture consente di esercitare una pressione costante che danneggia allo stesso modo famiglie, imprese e istituzioni palestinesi.

Da anni Israele impedisce lo sviluppo indipendente delle infrastrutture idriche e della produzione energetica palestinesi, danneggiando al contempo le infrastrutture esistenti e le iniziative locali volte a sviluppare fonti energetiche alternative.

Il danno economico viene inflitto anche attraverso gli altri ambiti dell’eliminazione: le restrizioni alla libertà di movimento impediscono l’accesso ai luoghi di lavoro e ai mercati; la violenza dell’esercito e delle milizie dei coloni impedisce l’accesso ai terreni agricoli, alle aree di pascolo e alle fonti d’acqua; e la conquista del territorio ostacola lo sviluppo palestinese.

Per molte famiglie, i terreni agricoli, gli ulivi, i vigneti e le greggi non rappresentano soltanto fonti di reddito, ma anche una rete di sicurezza economica, un legame intergenerazionale con la terra e una base per la vita comunitaria.

Lo sradicamento degli alberi, il furto delle greggi e l’impedimento agli agricoltori di raggiungere le proprie terre fanno più che danneggiare il reddito immediato. Interrompono le conoscenze agricole tradizionali e il legame con la terra e recidono le basi di una vita costruita nel corso di generazioni, minando la possibilità di rimanere sulla terra.

Lo strangolamento economico si estende dalle famiglie alle istituzioni e ai servizi che sostengono la società. Quando le famiglie non possono acquistare cibo, ripagare i debiti o mandare i figli a scuola, e quando i sistemi dell’istruzione, della sanità e dell’assistenza sociale sono costretti a operare in condizioni di cronica insufficienza di bilancio, diminuisce la capacità della società palestinese di mantenere la continuità istituzionale, la resilienza delle comunità e le prospettive della generazione successiva.

Lo strangolamento economico, pertanto, non è semplicemente un effetto collaterale del controllo: è un meccanismo utilizzato per smantellare l’esistenza palestinese.

Distruzione sociale e politica

La distruzione sociale e politica indebolisce le istituzioni, le relazioni e gli spazi che consentono ai palestinesi di organizzarsi, rappresentarsi, preservare conoscenze e memoria e agire in vista di un futuro condiviso.

Dal 1967, Israele ha imposto ai palestinesi della Cisgiordania un governo militare che vieta o limita quasi ogni forma di attività politica palestinese indipendente.

Attraverso ordini militari e leggi, Israele mette al bando organizzazioni della società civile e partiti politici, chiude istituzioni, impedisce manifestazioni, arresta attivisti politici e definisce partiti politici, movimenti giovanili, comitati popolari, organizzazioni della società civile, gruppi studenteschi, giornalisti e difensori dei diritti umani come «terroristi» o li accusa di «incitamento».

Tra il 1967 e il 2019, Israele ha messo al bando più di 411 organizzazioni politiche, compresi tutti i principali partiti politici palestinesi.

Dall’ottobre 2023, Israele ha intensificato l’attacco contro ogni forma di organizzazione, protesta ed espressione. Israele ha arrestato funzionari eletti, attivisti, accademici, studenti e giornalisti; ha fatto irruzione nelle sedi di ONG; ha limitato le manifestazioni e le proteste non violente; e ha ampliato la sorveglianza e gli arresti per i contenuti pubblicati sui social media.

La partecipazione ad attività di partito o studentesche, l’organizzazione di una manifestazione, la documentazione di violazioni dei diritti umani e persino l’assistenza alle vittime della violenza possono portare all’arresto, alla detenzione e a conseguenze dannose per gli attivisti e le loro famiglie.

In questo modo, l’incarcerazione non serve soltanto a punire i singoli, ma anche a dissuadere la popolazione e a limitare la possibilità di un’azione collettiva.

La repressione delle manifestazioni e il ricorso sistematico a metodi violenti e talvolta letali per disperderle costituiscono da anni uno dei principali strumenti attraverso cui Israele ha ostacolato l’organizzazione politica palestinese.

Nei sette mesi compresi tra il 7 ottobre 2023 e la metà di maggio 2024, le forze israeliane hanno ucciso almeno 28 palestinesi, tra cui 11 minori, durante manifestazioni o in relazione ad esse. In confronto, questa cifra equivale a quasi la metà del numero di palestinesi uccisi dalle forze israeliane durante le manifestazioni nell’intero periodo di 13 anni precedente all’ottobre 2023.

L’intensificarsi della violenza e l’ondata di arresti hanno colpito anche gli organizzatori delle proteste e gli attivisti più noti, determinando, nel corso del 2024, un calo delle manifestazioni che da anni si svolgevano nei villaggi e nelle città di tutta la Cisgiordania.

L’offensiva è diretta anche contro gli spazi nei quali la vita collettiva viene creata e preservata: scuole, università, centri culturali e religiosi, archivi, stampa e istituzioni comunitarie.

Le incursioni, le restrizioni alla libertà di movimento e le difficoltà economiche costringono le istituzioni educative a ridurre le ore di insegnamento o a interrompere completamente le attività; gli attacchi contro i giornalisti e le apparecchiature per la documentazione limitano la possibilità di raccontare ciò che accade; e la campagna israeliana contro l’UNRWA, che ha incluso, tra le altre cose, l’approvazione di due leggi che ne vietano o limitano le attività, danneggia non soltanto i servizi essenziali forniti dall’UNRWA ai rifugiati, ma anche uno dei principali quadri istituzionali attraverso cui vengono preservati lo status di rifugiato e la memoria politica e storica palestinese.

Nello spazio pubblico, tutto ciò si accompagna alla cancellazione dei simboli palestinesi e alla saturazione del paesaggio con simboli israeliani. Le bandiere palestinesi vengono rimosse dalle abitazioni, dalle istituzioni e dagli spazi pubblici, talvolta attraverso la violenza e gli arresti. Al contempo, decine di migliaia di bandiere israeliane vengono collocate lungo le strade e agli ingressi delle comunità palestinesi.

Il controllo dei simboli non è irrilevante: esprime una rivendicazione di esclusività sullo spazio, sulla storia e sull’identità politica che vi può essere espressa.

Anche in queste condizioni, la vita politica e sociale palestinese continua. I palestinesi continuano a organizzarsi, documentare, insegnare, scrivere, intraprendere azioni legali, preservare la memoria, difendere le proprie terre, mantenere le istituzioni e ricostruire gli spazi comunitari.

Questa continuità sottolinea che l’eliminazione non è una condizione compiuta, ma un processo in corso messo in atto contro una collettività che continua a esistere e a resistere.

Pulizia etnica e conquista del territorio

Il modo in cui Israele si appropria dello spazio e le crescenti manifestazioni di pulizia etnica in Cisgiordania costituiscono le espressioni più evidenti delle due dimensioni dell’eliminazione coloniale: da un lato, lo smantellamento delle condizioni necessarie all’esistenza palestinese nel territorio; dall’altro, l’instaurazione di uno spazio israeliano contiguo e istituzionalizzato.

Dal 1967, Israele ha confiscato oltre due milioni di dunam [1 dunam = 0,1 ettari], vale a dire più di un terzo della Cisgiordania, attraverso una serie di meccanismi giuridici, urbanistici e amministrativi: dichiarazioni di «terre demaniali», «zone militari chiuse», «zone di tiro», riserve naturali e siti archeologici; restrizioni alla pianificazione e alla costruzione; demolizione di abitazioni e infrastrutture; istituzione di insediamenti; costruzione di strade e infrastrutture che collegano gli insediamenti a Israele.

Formalmente, si tratta di strumenti diversi, giustificati sulla base di motivazioni differenti, ma nel loro insieme riducono lo spazio abitabile palestinese ed espandono quello disponibile agli ebrei israeliani.

Parallelamente al percorso ufficiale e burocratico, le milizie dei coloni operano a partire da fattorie e avamposti che ricevono finanziamenti, attrezzature, infrastrutture e protezione militare.

La creazione di fattorie agricole e avamposti consente a piccoli gruppi di coloni armati di utilizzarli come basi per operare come milizie e conquistare vaste aree in breve tempo: bloccano le strade, impediscono l’accesso alle aree di pascolo e alle fonti d’acqua, aggrediscono i residenti, danneggiano proprietà e greggi e coinvolgono l’esercito e la polizia contro le comunità palestinesi.

A luglio 2026, Israele aveva assunto il controllo di oltre 1.070.000 dunam attraverso queste milizie, pari al 18% della Cisgiordania. Tra il 2023 e il 2025 sono stati istituiti 185 nuovi avamposti, circa 130 dei quali erano avamposti agricoli.

La violenza, il diniego di accesso alla terra, la demolizione di abitazioni e infrastrutture e l’assenza di protezione creano un ambiente coercitivo nel quale le comunità palestinesi non possono rimanere sulle proprie terre.

A giugno 2026, questa conquista aveva portato all’espulsione di 64 comunità palestinesi di pastori dalle proprie abitazioni e all’espulsione parziale di altre 15.

Tale trasferimento forzato non richiede sempre un’espulsione fisica diretta; avviene anche quando lo Stato o gli attori che operano sotto la sua protezione rendono impossibile la vita in un determinato luogo.

Quando un simile schema è finalizzato a rimuovere una particolare componente etnica o nazionale da un’area, viene comunemente definito pulizia etnica.

In Cisgiordania, questo schema riduce la presenza palestinese, amplia quella ebraico-israeliana e interrompe la continuità della vita palestinese spingendo i palestinesi verso le enclavi.

Un’altra forma di sfollamento e conquista del territorio è evidente nei campi profughi della Cisgiordania settentrionale. Dal gennaio 2025, l’esercito ha sfollato circa 33.000 residenti dai campi profughi di Jenin, Tulkarm e Nur Shams.

Ha distrutto edifici e infrastrutture, dichiarato che avrebbe mantenuto il controllo dei campi per il momento e impedito alla maggior parte dei residenti di farvi ritorno.

Questo sfollamento fa parte del passaggio a una nuova fase delle operazioni militari nei campi profughi e in altre aree residenziali densamente popolate della Cisgiordania, una fase più ampia e aggressiva.

L’espulsione dalla terra è anche espulsione dalla casa, dalla comunità, dalla scuola e dai mezzi di sussistenza.

Dopo lo sfollamento di una comunità, le sue terre diventano aree di pascolo per le fattorie dei coloni; le strade di accesso vengono chiuse, al loro posto vengono realizzate infrastrutture israeliane e la presenza palestinese viene cancellata dal paesaggio.

Talvolta i palestinesi rimangono a breve distanza dalle proprie terre, ma senza alcuna possibilità di tornare al modo di vivere, ai mezzi di sussistenza e alla comunità che vi esistevano.

La pulizia etnica e la conquista del territorio sono il risultato dell’azione combinata degli altri quattro ambiti e, al tempo stesso, ne rafforzano gli effetti. La perdita della terra danneggia la continuità territoriale, la base economica e il tessuto comunitario, riducendo ulteriormente la possibilità di mantenere nel tempo la vita palestinese nel territorio.

Le implicazioni giuridiche del progetto di eliminazione in Cisgiordania

Il «progetto di eliminazione» non è una categoria giuridica distinta, ma un termine che descrive la portata cumulativa del regime di apartheid insieme a politiche e atti che il diritto internazionale riconosce e vieta, tra cui l’annessione, la costruzione di insediamenti, il trasferimento forzato, la persecuzione, la violenza sistematica e la negazione dei diritti fondamentali.

Molte delle pratiche attraverso cui vengono attuati i cinque ambiti descritti sopra possono inoltre costituire violazioni del diritto dell’occupazione e del diritto internazionale dei diritti umani, crimini di guerra o crimini contro l’umanità, tra cui uccisioni illegittime, tortura, detenzione illegittima, punizione collettiva, persecuzione, espulsione e trasferimento forzato e la creazione di insediamenti.

Considerate nel loro insieme, queste pratiche non possono essere comprese soltanto come violazioni separate, ma come parte di un sistema integrato attraverso il quale viene portato avanti il progetto di eliminazione.

Il divieto di apartheid previsto dal diritto internazionale costituisce il principale quadro giuridico per analizzare il regime in Cisgiordania.

Il regime israeliano distingue tra due gruppi — ebrei e palestinesi — e assegna loro status, diritti, protezioni e risorse differenti; mantiene un sistema istituzionalizzato di dominio e oppressione sistematici dei palestinesi e commette atti inumani per instaurare e preservare tale dominio.

Il diritto dell’occupazione continua ad applicarsi in Cisgiordania, ma non costituisce un’alternativa al quadro dell’apartheid né è sufficiente, da solo, a rappresentare nella sua interezza il quadro giuridico.

Il regime di apartheid in Cisgiordania opera principalmente attraverso il controllo militare, mentre l’annessione e gli insediamenti consolidano il controllo israeliano sul territorio, ne modificano la composizione e violano il diritto del popolo palestinese all’autodeterminazione.

Nel suo parere consultivo del luglio 2024, la Corte internazionale di giustizia ha stabilito che la presenza continuativa di Israele nel Territorio palestinese occupato è illegittima e che Israele deve porvi fine il prima possibile.

L’ampia impunità di cui godono soldati, agenti di polizia e coloni che danneggiano i palestinesi consente ai meccanismi di eliminazione di persistere, consolidarsi e radicarsi come parte del regime israeliano di apartheid.

Tra il 2016 e il 2024, al sistema militare di giustizia e applicazione della legge sono state presentate 2.427 denunce riguardanti danni arrecati dai soldati ai palestinesi e alle loro proprietà; sono state avviate indagini soltanto nel 22,7% dei casi e sono stati formulati capi d’imputazione soltanto nello 0,9%.

Lo stesso schema emerge nei casi di violenza commessa da israeliani contro palestinesi: il 93,6% dei fascicoli d’indagine aperti tra il 2005 e il 2025 si è concluso senza un rinvio a giudizio e soltanto il 3% si è concluso con una condanna totale o parziale.

L’impunità non riguarda soltanto la punizione successiva ai fatti. Essa crea condizioni nelle quali gli autori delle violenze possono aspettarsi che il sistema si schieri dalla loro parte, consentendo così alla violenza di continuare.

Conclusione: il dovere di fermare il progetto di eliminazione e porre fine al regime israeliano di apartheid

La realtà descritta in questo rapporto conduce a una chiara conclusione morale e politica: l’oppressione sistematica e violenta che Israele infligge ai palestinesi in Cisgiordania non può essere posta fine attraverso un’applicazione più efficace della legge nei confronti dei coloni particolarmente violenti, la rimozione di alcuni posti di blocco, un congelamento parziale della costruzione di insediamenti o cambiamenti politici frammentari.

Tali misure possono prevenire alcuni crimini e violazioni dei diritti e proteggere le persone in casi specifici e sono pertanto importanti nell’immediato. Ma non modificano la struttura che produce violenza, espropriazione e oppressione.

Le pratiche descritte in questo rapporto non sono anomalie, ma elementi integranti del funzionamento del regime.

La tutela dei diritti umani richiede di fermare il progetto di eliminazione e porre fine al regime israeliano di apartheid e al controllo militare sui palestinesi.

Correzioni sporadiche non possono trasformare un progetto coloniale d’insediamento basato sull’espropriazione in un sistema che rispetti i diritti umani.

I diritti dei palestinesi non potranno mai essere garantiti all’interno di un sistema che opera per negare loro il potere politico, controllare le loro terre e smantellare la loro capacità di esistere come collettività.

Un regime basato sulla supremazia ebraica, sull’apartheid e sull’espropriazione è illegittimo. Non può essere accettato o normalizzato, né è sufficiente limitarsi a ridurre parte della violenza e dell’espropriazione che esso produce.

Per anni, la comunità internazionale ha assistito allo svolgersi di questi eventi in Cisgiordania continuando a considerarli come una serie di atti ed episodi separati: l’espansione degli insediamenti, la violenza dei coloni, le demolizioni, i blocchi stradali, l’espropriazione delle terre o l’uccisione di palestinesi.

Condanne isolate e reiterati appelli alla moderazione, a evitare azioni unilaterali o a tornare al tavolo dei negoziati concedono a Israele tempo, margine di manovra e impunità per continuare a portare avanti il proprio progetto di eliminazione.

Il sostegno politico, militare ed economico a Israele e la protezione diplomatica di cui gode forniscono al regime israeliano le risorse, la legittimità e la libertà necessarie per continuare a commettere crimini contro i palestinesi.

Gli Stati e le istituzioni internazionali hanno l’obbligo morale e giuridico di fare tutto ciò che è in loro potere e di utilizzare tutti i mezzi a loro disposizione previsti dal diritto internazionale per impedire a Israele di continuare a commettere i propri crimini, porvi fine e proteggere i palestinesi da essi.

L’impunità internazionale impedisce di chiamare a rispondere dei crimini già commessi ed è anche una delle condizioni che consentono a tali crimini di continuare.

Il genocidio a Gaza non ha determinato quel fondamentale cambiamento della politica internazionale che la portata dei crimini avrebbe richiesto, e la stessa politica consente il protrarsi in Cisgiordania della violenza, dello strangolamento economico, della distruzione sociale e politica e della pulizia etnica.

Analizzare il progetto di eliminazione richiede anche di prestare attenzione ai modi in cui i palestinesi agiscono al suo interno e contro di esso: mantengono il legame con la propria terra, sostengono e sviluppano istituzioni e strutture sociali e politiche, preservano memoria e identità, documentano, si organizzano e resistono.

Queste azioni costituiscono parte integrante della realtà descritta nel rapporto e della lotta in corso per il controllo dello spazio, della vita al suo interno e della possibilità di costruire un futuro palestinese.

Qualsiasi ordine politico giusto deve fondarsi sul riconoscimento dei palestinesi come soggetti politici titolari di diritti individuali e collettivi, non come una popolazione da amministrare da parte di Israele o di attori internazionali.

I diritti dei palestinesi alla libertà, all’uguaglianza, all’autodeterminazione e a vivere collettivamente come popolo costituiscono il presupposto, non una questione subordinata al consenso del regime che li controlla.

Lo status politico dei palestinesi e le condizioni della loro vita non possono continuare a essere determinati attraverso la coercizione israeliana, il controllo militare o assetti che preservano gli attuali rapporti di dominio.

B’Tselem si batte per un futuro di libertà, giustizia, uguaglianza e democrazia per tutte le persone che vivono tra il fiume e il mare.

Un simile futuro richiede la fine del regime di apartheid e del governo militare sui palestinesi e la garanzia di diritti individuali e collettivi, di un’uguale partecipazione politica e di una possibilità concreta per tutti di contribuire a plasmare il proprio futuro.

Porre fine ai crimini e alle violazioni dei diritti è una condizione necessaria, ma la giustizia richiede anche il riconoscimento delle ingiustizie, l’accertamento delle responsabilità per i crimini commessi e il confronto con le conseguenze ancora attuali dell’espropriazione e dello sfollamento, della violenza e della distruzione sociale e politica, passati e presenti.

Tutto ciò richiede una trasformazione fondamentale dell’attuale struttura del regime e la costruzione di un sistema fondato sull’eguale valore di ogni essere umano e sulla garanzia del diritto a vivere in libertà, uguaglianza, sicurezza e dignità.

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