Immobilità e cura ai margini del riconoscimento giuridico a Gerusalemme

Articolo pubblicato originariamente su Insaniyyat. Traduzione dall’inglese a cura della redazione di Bocche Scucite

Di Thayer Hastings *

Ho incontrato una giovane donna che chiamerò Sara durante il mio lavoro sul campo in Palestina nel 2022, mentre studiavo il modo in cui le politiche e le pratiche del maggioritarismo etnico a Gerusalemme si manifestano nella vita dei palestinesi della città. Sara proviene da una famiglia di cristiani palestinesi autoctoni della città. Nella pratica, tuttavia, conduceva la propria vita ai suoi margini e nelle sue zone di confine, con un accesso difficoltoso al centro e gravi limitazioni alla mobilità più in generale. Il nodo centrale di queste limitazioni risiedeva nella privazione del suo status giuridico personale sotto il governo israeliano. Alla popolazione palestinese di Gerusalemme incorporata nel sistema di governo israeliano in seguito alle conquiste del 1967 fu attribuito uno status provvisorio di residenza permanente, che richiede il rinnovo perpetuo del diritto di entrare e uscire dalla città e dal Paese.

Sebbene Sara fosse nata e non avesse mai lasciato l’area della Cisgiordania (di cui fa parte Gerusalemme Est) e avesse quasi trent’anni quando ci incontrammo, non aveva ancora ottenuto la documentazione di base, né la registrazione di un numero identificativo e, in definitiva, il riconoscimento della propria personalità giuridica. Lo Stato sostiene che la famiglia avesse mancato un termine per registrare la sua nascita in un ospedale di Betlemme e che da ciò fosse derivato, a cascata, un ostacolo destinato a condizionare tutta la vita di Sara. Senza una carta d’identità, molti aspetti fondamentali della vita fondati sulla documentazione burocratica diventavano difficili o addirittura irraggiungibili: viaggiare, ottenere licenze, guidare, accedere all’istruzione superiore e così via. Sebbene per un decennio avesse contestato la propria condizione di non-status attraverso il sistema giudiziario israeliano, non aveva ancora compiuto progressi sostanziali nell’ottenimento di questi documenti fondamentali. Di conseguenza, conduceva una vita geograficamente confinata, assimilabile a una condizione di morte civile, che le era stata imposta automaticamente, così come ad altre persone nella sua stessa situazione, fin dalla nascita, anziché essere comminata come misura punitiva.

Sara e la sua famiglia nucleare — il padre, la madre, i fratelli maggiori e minori — vivevano tutti sul margine orientale della città, nel quartiere di Bir Ona, accanto a Beit Jala e Betlemme. Abitavano insieme in un nuovo edificio residenziale del piccolo quartiere, dotato di pochi parcheggi, al quarto piano, dal quale godevano di un’ampia vista sul muro dell’apartheid. Il muro dell’apartheid, o muro di annessione, indicato eufemisticamente anche come «barriera di separazione», costeggia e definisce il quartiere. Questo spazio frammentato si trova all’estremità meridionale di Gerusalemme, tecnicamente e, soprattutto, formalmente all’interno dei confini municipali, ma nella pratica, attraverso lo sfollamento e l’esclusione prodotti dal muro, costituisce una parte del tessuto urbano della grande Betlemme. Per accedere all’interno di Gerusalemme è necessario attraversare un percorso tortuoso e un checkpoint.

Il margine di Bir Ona, rivolto verso Gerusalemme

Negli ultimi trent’anni, vivere all’interno di questo territorio, che comprende qualche decina di edifici residenziali, è diventato estremamente prezioso e ricercato. Nel 1994, Israele aprì la strada a una politica di revoca delle residenze dei palestinesi di Gerusalemme. Furono emesse circa 15.000 revoche, con un picco tra la fine degli anni Novanta e gli anni Duemila, sebbene esse continuino ancora oggi. Alla revoca seguivano sfollamento ed espropriazione, non soltanto per l’individuo interessato, ma anche per la sua famiglia, soprattutto quando i figli erano registrati a nome di una persona cui era stata revocata la residenza. Per i familiari di Sara, vivere all’interno del territorio municipale di Gerusalemme è essenziale per conservare e rinnovare il loro status di residenti di Gerusalemme. Per Sara, invece, vivere a Gerusalemme costituiva il presupposto stesso per ottenere la residenza, una battaglia legale tuttora in corso che lei insiste nel portare avanti contro lo Stato israeliano. Tuttavia, vivere nelle zone di confine — funzionalmente fuori da Gerusalemme a causa del muro — le offriva un accesso alla mobilità quotidiana, seppur limitata. Sebbene non avesse mai viaggiato all’estero, aveva studiato in diverse università della Cisgiordania, lavorava nel proprio settore di studi, frequentava gli amici e visitava luoghi e attività commerciali locali. Sul piano della quotidianità, zone di confine come il quartiere di Bir Ona rendono possibile un senso cruciale di normalità.

Un senso di normalità è una cosa; ciò che rende la vita praticabile all’intersezione tra status di residenza e geografia, invece, è qualcosa di molto più fondamentale, quotidiano e intimo. Si consideri, per esempio, uno dei numerosi episodi in cui la famiglia pensò che la lunga battaglia per ottenere uno status per la figlia fosse finalmente giunta alla conclusione. Un avvocato che avevano ingaggiato aveva promesso un esito positivo e la famiglia, entusiasta, organizzò una vacanza per celebrare la mobilità che Sara avrebbe presto ottenuto. Sarebbero partiti per una località balneare nel Sinai egiziano, sul Mar Rosso. La data prevista per la risoluzione della situazione di Sara passò, ma le promesse dell’avvocato rimasero disattese. La famiglia arrivò a un punto di svolta. Riflettendo su quel momento, Sara mi raccontò:

Avevo già comprato i vestiti, preparato i bagagli. E la situazione si era chiarita: o avrebbero perso tutto quello che avevano prenotato, oppure io non sarei partita. Così ho detto: basta, resterò qui.

Mentre non poteva unirsi alla famiglia nel viaggio, come forma di consolazione fu trattata come una regina dalla sua parentela allargata. Trascorse l’intera settimana nell’appartamento della nonna, nel cuore di Gerusalemme, anziché nella loro casa nelle zone di confine della città, sul lato della Cisgiordania rispetto al muro. La sua stessa presenza lì era trasgressiva, poiché non possedeva una carta d’identità e quindi non disponeva di un mezzo legittimo per visitare o risiedere nella parte propriamente detta di Gerusalemme. In circostanze normali avrebbe fatto visita regolarmente alla nonna con l’aiuto di amici e familiari che la aiutavano ad attraversare clandestinamente il checkpoint; quella volta, però, ebbe l’opportunità di rimanere in città come una residente, anziché come una visitatrice. In quelle condizioni ricevette un flusso continuo di visite da parte di amici e parenti. Ricordava di essere stata invitata a casa delle persone o fuori a ogni pasto, in un’eccezione lussuosa, e di avere carta bianca nello shopping: «La gente mi comprava tutto quello che volevo, mi portava al ristorante. La mia famiglia non era con me, ma è stata la settimana più bella della mia vita». Nel suo racconto, la negazione del suo status venne trasformata dalla comunità in un periodo eccezionale, durante il quale i suoi desideri furono messi al centro. Lei descrisse tutto questo con una sola parola: dalāl. Il termine arabo affettuoso dalāl, o daleʿ, indica generalmente il coccolare qualcuno e il prodigarsi per lui. Ha una connotazione negativa simile a quella di «viziato» in italiano, ma esprime anche il tipo di affetto profuso verso una persona profondamente amata e tenuta in considerazione.

Attraverso l’attenzione e le premure, il dalāl sperimentato da Sara e riversato su di lei dalla parentela allargata e dalla comunità assunse la forma della cura. Il dalāl, categoria consolidata di trattamento eccezionale sebbene quotidiano nei confronti delle persone, venne ampliato da parenti e amici fino a diventare una vera e propria condizione di vita per tutta la durata di quella settimana, in diretto parallelo con la vacanza della famiglia al mare in Egitto. L’uso ripetuto della parola dalāl da parte di Sara nelle nostre conversazioni sottolineava come questa forma di cura fosse stata un’esperienza di trasporto, nonostante la sua immobilità. Si trattava di un abbraccio sociale e di un’elevazione della sua persona, che si organizzavano intorno alle esclusioni formali e in risposta ad esse, come l’impossibilità di attraversare le frontiere interne alla città controllate da Israele o di accedere ad altri aspetti fondamentali della vita urbana. Più che offrire semplicemente un senso di normalità, in questo contesto il dalāl divenne un modo per compensare le privazioni imposte dallo Stato.

Naturalmente, il dalāl non equivale a una compensazione per le privazioni, le restrizioni e gli espropri imposti dallo Stato. Piuttosto, la famiglia e la comunità di Sara mobilitarono un’intensa e contraddittoria forma di daleʿ, nata da un complesso intreccio di responsabilità, amore, senso di colpa e restituzione per le opportunità che le erano state negate. Nel contesto del mancato riconoscimento e della negazione da parte dello Stato, il dalāl si prendeva cura del benessere emotivo di Sara e lo faceva spostandosi al di fuori dei quadri entro i quali la burocrazia e il governo rivendicano il proprio controllo. Il passaggio alla cura e alla compensazione mostra come il dalāl possa diventare una tecnica per vivere con la dinamica contraddittoria di spinta e resistenza prodotta dallo status di residenza permanente — o dalla sua assenza, come nel caso di Sara. In questo senso, il dalāl va compreso insieme ad altri repertori contro-egemonici presenti nelle tradizioni locali di resistenza, ritorno e fermezza (sumūd). Come mostra con particolare evidenza il caso di Gerusalemme palestinese, le esclusioni strutturali decentrano le persone, mentre le comunità si costituiscono ricollocandole al centro.

Il dalāl indicava la forma di collettività che necessariamente emerge accanto all’espropriazione. Nel caso di Sara, la famiglia costituiva il principale mezzo attraverso il quale colmare le privazioni prodotte dallo Stato. Di fronte alle violenze burocratiche quotidiane, il dalāl ricuciva una versione della collettività, attribuendo un nuovo significato agli ostacoli che frammentano e individualizzano — in questo caso, la mobilità negata — trasformandoli in occasioni per riunirsi attorno a un membro della comunità. Così, l’impossibilità di partecipare a una vacanza familiare relativamente lussuosa poteva trasformarsi nella «settimana più bella della [sua] vita». Ciò che viene sottilmente rimodellato in questo processo sono i modelli di vita che eccedono i contenitori violenti loro imposti. Il dalāl offrì a Sara e ai suoi familiari un modo non soltanto per alleviare la tensione dell’immobilità, ma anche per creare un rifugio emotivo per lei e per loro stessi in quanto comunità. Alla luce delle privazioni che si accumulano in conseguenza della negazione o della revoca dello status di residente, pratiche di centralizzazione della persona come il dalāl sono meglio comprese come forme di rinnovamento che creano la possibilità di continuare a vivere sotto le molteplici pressioni dell’occupazione militare israeliana su Gerusalemme.

La negazione israeliana dello status di residente ai palestinesi affonda le proprie radici in una lunga storia di ingegneria coloniale della popolazione in Medio Oriente, soprattutto a Gerusalemme, dove l’obiettivo di una maggioranza ebraica rimane un’esplicita finalità del modo in cui la municipalità dovrebbe essere governata. In contrasto con la morte civile suggerita dalla condizione di non-status a Gerusalemme, quando gravi forme di espropriazione, abbandono e privazione prodotte dallo Stato vengono utilizzate come strumenti di potere, la cura costituisce un meccanismo che sostiene le relazioni sociali e la riproduzione burocratica necessarie per affermare la presenza in città e, più fondamentalmente, per rendere la vita possibile.

Timothy Y. Loh è il curatore editoriale responsabile della sezione per la Middle East Section.

* Thayer Hastings è borsista post-dottorato del programma Changemaker presso la School of International Service dell’American University. Si occupa delle questioni sollevate dalle conseguenze del colonialismo e dalle lotte per la sovranità, in particolare in Palestina.

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