Non fa niente che la grotta della Natività di Betlemme sia chiusa per lavori. Sono entrato nella Basilica ma non sono rimasto deluso da non poter baciare quella croce d’argento che segna il luogo della Nascita di Gesù, perché lo abbiamo incontrato nelle persone di questa giornata: nei bambini dell’orfanotrofio di Betlemme – Jabal Hindaza, nella comunità di Beit Jala, nel coraggio degli uomini di Battir nella testimonianza dei genitori del piccolo Sam Abu Haikal sparato a 7 mesi da un soldato israeliano L’Idf spara contro un’auto a Hebron, muore neonato di 7 mesi. Il padre: “La mia auto era ferma”
Storie importanti anche in questa sesta giornata del nostro pellegrinaggio, così importanti da coprire anche la stella della natività. Non avrebbe senso, infatti, inginocchiarsi e baciare una stella d’argento senza fermarsi davanti alla vita del piccolo Sam e il dolore dei suoi genitori e a quello di tante famiglie.
In tutti gli incontri di questa giornata è risuonata la parola “abbiamo bisogno di voi, non ci abbandonate”. Ce lo hanno detto le maestre della scuola dell’orfanotrofio che accoglie e sostiene bambini i cui genitori sono stati uccisi o arrestato delle forze di occupazione. Quella scuola che non solo raccoglie il dolore dei più piccoli ma prova anche ad accarezzarli, tanto che la campanella tra le lezioni non è quel trillo violento che tutti ricordiamo e che magari attendevamo come una liberazione, ma un piccolo brano di musica.
Ce lo hanno detto i cristiani di Beit Jala, una comunità viva con il suo parroco Abuna Hannah che ci ha accolto nella messa domenicale. Una comunità vera dei Cristiani di terra santa, non un santuario dove si ferma il tempo e puoi celebrare la messa del mistero (sai c’è un indulto speciale che nei luoghi santi: si può sempre celebrare la messa della festività che quel luogo ricorda, per cui a Betlemme puoi celebrare sempre la messa di Natale, a Nazareth quella dell’annunciazione, sul Tabor quella delle trasfigurazione etc.), non un santuario ma una normale parrocchia dove abbiamo celebrato la messa della domenica e cantato insieme a strofe alterne in arabo e italiano “tu sei la mia vita altro io non ho”. Alla fine della messa, prendendo il caffè sul sagrato come al nostro Shabbat, tutti ci hanno ringraziato perché “erano tre anni che non vedevano un gruppo”, tre anni che corrispondono ai tre anni di massacro dal 7 ottobre 2023. Una giovane coppia ci ha presentato il piccolo Matthew che proprio oggi compiva 3 mesi, poco più piccolo di Sam che proprio alle 19:30 del 5 giugno scorso, nel momento in cui veniva sparato. di mesi ne compiva 7.
Ci hanno ringraziato della nostra presenza le famiglie di Battir, primo sito patrimonio mondiale dell’umanità dell’Unesco in Palestina, che pure dal 7 ottobre è chiuso da un cancello giallo e assediata da una nuova colonia. L’avevano chiamata “intifada verde” la lotta che dal 2004 al 2014 aveva portato i cittadini a veder riconosciuto il loro villaggio e il panorama della loro collina patrimonio dell’UNESCO perché i terrazzamenti con muri a secco, le condotte di irrigazione fatte di pietra, la piscina costruita dai Romani,o forse anche prima, non venissero distrutte da quel volgare muro di cemento che divide in due la Terra Santa. Gente furba, la gente di Battir, abituata a pensare fuori dalla scatola. Non hanno scelto la violenza ma la resistenza culturale e bellezza per salvare il loro villaggio dalla cieca brutalità. Gente furba come i loro bisnonni che nel 1948, prima ancora che fosse proclamato lo stato di Israele, vedendo i gruppi sionisti che distruggevano i villaggi vicini, per spaventare e costringere a fuggire la povera gente, quei nonni, al tempo giovanissimi, invece di abbandonare la loro terra decisero di organizzare una grande messa in scena. Ogni sera accedevano candele in tutte le case abbandonate per farle sembrare abitate e sui terrazzi in vista mettevano sedie intorno per dare l’impressione di una comunità grande e radunate. Infine giravano con un ramo appesa alle spalle che da lontano ai coloni sionisti sembrava il fucile di una guardia ben armata. 80 anni fa quelle strana strategia salvò il villaggio, senza sparare un colpo, 10 anni fa il riconoscimento UNESCO, pure, ma ora è di nuovo difficile, si fa fatica a sperare perché l’arbitrarietà delle milizie israeliane non dà pace e anche noi all’improvviso mentre stavano per andare a vedere le famose sorgenti, siamo stati chiamati e costretti ad andare via perché i militari stavano per chiudere i cancelli.
Ed infine la storia del piccolo Sam, raccontata da suo padre Fahed e sua madre Daniyah, che di quel giorno oltre al dolore immenso porta una cicatrice sul volto e una scheggia di pallottola ancora pericolosamente vicina al cuore.
Tre mesi fa, in piena strada senza alcun motivo o avvertimento un soldato spara contro la loro auto ad altezza uomo, contro il parabrezza, il colpo sfiora le mani sul volante del papà e trapassa il cervello del piccolo bambino che la mamma aveva in grembo e si ferma a pochi distanza da cuore della donna. Tuo figlio ti ha salvata, i medici le hanno detto, il piccolo cranio e il cervello spappolato hanno attentiamo il colpo che avrebbe potuto prendere anche il tuo cuore. Ma come possono queste parole consolare il cuore di una madre?
Oggi il padre ci ha detto di essere ancora fiducioso di ottenere giustizia presso i tribunali israeliani e questa cosa mi ha colpito perché dopo appena una settimana ho capito quanto giustizia ed equità non esistano in questo paese o per lo meno esistano solo per una parte, quella israeliana, ma non certo quella araba di cui fanno parte i mussulmani ma anche i cristiani.
Siamo rimasti senza parole davanti al dolore composto e dignitoso di chi dice che ogni giorno si sveglia e sa che non è sicuro il suo ritorno a casa, di essere in balia di giovani a cui è stato dato un mitra in mano e facilmente cadono in un delirio di onnipotenza che al check point dà loro l’illusione dei un potere di vita e di l’orte sugli altri. Eppure, anche se tra le lacrime, Daniyah ci ha ringraziato per averli ascoltati, accolti ne loro dolore. Anche lei per la terza volta nella giornata ci ha detto grazie.
Quando sono andati via, abbiamo condiviso nel gruppo un senso di impotenza davanti a tanto dolore ed ingiustizia. Eppure non hanno chiesto cose straordinarie, loro vogliono semplicemente vivere in pace in questa terra e hanno chiesto a noi di ascoltare, custodie e raccontare perché il mondo sappia e faccia dei passaggi veri e seri per difendere gli indifesi.
Don Rito Maresca

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