Abitare la libertà

Articolo pubblicato originariamente su Al Quds Al-Arabi. Traduzione dall’arabo a cura della redazione di Bocche Scucite

Si può dire di scrivere ciò che si è vissuto, immaginato, ascoltato o semplicemente percepito. Ma, una volta affidate alla pagina, quelle esperienze non sono più le stesse. La scrittura le trasforma inevitabilmente, perché nasce anche dalla cultura di chi scrive, dalla sua conoscenza del mondo, dalla sua esperienza e dal patrimonio di tutte le esperienze che lo hanno preceduto e che non cessano mai di accompagnarlo.

Questo accade nella normalità della scrittura. Ma quando la realtà diventa eccezionale, sconvolgente, quando irrompe con la violenza di un terremoto o di un uragano, gli esseri umani si trovano a raccontare fatti che essi stessi stentano a credere possibili. Continuano a osservare ciò che accade intorno a loro, mentre gli occhi rifiutano di accettarne l’evidenza.

È ciò che accade a Gaza.

Ci troviamo davanti a ogni possibile forma della morte. Assistiamo — o, più precisamente, viviamo — quanto si consuma su questo minuscolo lembo di terra, assediato e prigioniero, trascinato davanti al mondo intero in una prova immensamente più grande della sua geografia e della sua capacità di sopportazione. Gaza si è ritrovata così a subire le devastazioni di una guerra che ha davvero assunto dimensioni mondiali, costretta a fronteggiare un’alleanza militare e politica estesa quanto il pianeta, con pochissime eccezioni rimaste al suo fianco.

Non è un’esagerazione.

Per molto tempo il palestinese ha persino dubitato di sé. Si è chiesto se non fosse stato eccessivo nel raccontare la Nakba, la Naksa, l’assedio di Beirut, Tall al-Za’tar, Sabra e Shatila; se avesse esagerato parlando delle espulsioni da un Paese all’altro, dell’abbandono dei profughi tra due deserti arabi, delle restrizioni imposte alla vita dei palestinesi ovunque si trovassero.

Si è domandato se avesse esagerato raccontando le guerre che si sono abbattute su Gaza, la cancellazione dei campi profughi in Cisgiordania, la violenza dei coloni, lasciati liberi di devastare e uccidere, guidati da un’autentica pulsione di annientamento.

Alla fine è giunto alla conclusione più dolorosa che un palestinese possa raggiungere: non aveva esagerato.

A Gaza, come in tutta la Palestina, si condensano tragedie che appartengono all’intera esperienza umana. Posso affermarlo anche a partire dalla mia esperienza di scrittore. Ho attraversato, nei miei libri, un arco di tempo che va da Adamo ed Eva in Tutte le cose belle che possono essere spezzate fino ai futuri, prossimo e remoto, immaginati in La seconda guerra del cane e A metà strada verso il paradiso. Ho scritto i sedici romanzi della Commedia palestinese, il ciclo dei Balconi, sedici raccolte poetiche.

Eppure, qualunque fosse l’argomento affrontato, ritrovavo sempre la Palestina tra le pagine.

Non perché avessi deciso di scrivere costantemente di essa, ma perché in ciascuno di quei libri riaffiorava, in forme diverse, un capitolo della lunga storia della libertà: da quando gli esseri umani ne hanno preso coscienza — e, in qualche modo, anche altre creature. In quelle pagine riaffioravano le grandi questioni che accompagnano da sempre l’umanità, mentre affronta la violenza dell’occupazione, della sopraffazione e dell’usurpazione.

La storia dell’uomo non ha mai conosciuto un’epoca priva della negazione della libertà. Gli esseri umani sono stati piegati con il fuoco, con il ferro, con la fame, con l’umiliazione.

Nello stesso tempo, non è mai esistito un periodo in cui il più forte non abbia cercato di impossessarsi di ciò che apparteneva al più debole. E quando quest’ultimo non possedeva nulla da sottrargli, gli venivano confiscati il corpo, la sicurezza, la dignità, il diritto di vivere secondo la propria volontà e perfino quello di morire di morte naturale.

La storia non ha mai conosciuto un tempo senza deportazioni. Né un tempo senza bambini e madri assassinati. Né un tempo in cui donne e bambini non siano stati oppressi, trascinando con sé, inevitabilmente, anche l’oppressione dei padri, dei fratelli, dei nonni, dei mariti, degli amanti e degli amici. Non è mai esistita un’epoca in cui la distruzione non sia stata celebrata come una forma di vittoria delle belve. Né un’epoca in cui i genocidi non abbiano dimostrato, con la loro stessa esistenza, che le belve continuano a esistere. E non è mai mancato il loro compiacimento davanti al numero dei morti, dei prigionieri trascinati nelle carceri, delle donne ridotte in schiavitù.

Questo stesso compiacimento riaffiora nelle parole di Donald Trump, quando ha rilanciato un post di un utente di nome Dave Kane che lo collocava, in quanto presidente dell’«America First», accanto a figure come Alessandro Magno, Gengis Khan, Giulio Cesare, Napoleone e Stalin, tra gli uomini più potenti della storia. Quel messaggio sarebbe forse passato inosservato se Kane non vi avesse aggiunto anche Adolf Hitler, benché tutti quei nomi rimandino, in modi diversi, a conquiste militari, devastazioni, dominio su altri popoli e alla morte di milioni di esseri umani. Il commento di Trump a quell’insolita investitura fu lapidario: «Mi sembra un’ottima cosa!».

Un’affermazione che non appare lontana dall’immaginario dei dirigenti del movimento sionista, impegnati a misurare la propria forza attraverso una continua escalation di violenza, come se ogni nuovo atto dovesse superare il precedente.

Nella questione palestinese tutte queste domande sono sempre esistite. Ma con Gaza hanno assunto una chiarezza brutale.

Il mondo si è schierato contro una striscia di terra assediata. Capi di Stato hanno gareggiato nel rafforzare il progetto coloniale israeliano con un surplus di armi, di bombe mai impiegate prima, di portaerei e sottomarini, come se non si stesse combattendo contro Gaza, ma contro una potenza nucleare.

Molti governi subordinati si sono associati, direttamente o indirettamente, a questo schieramento. Con loro anche un’Autorità Palestinese incapace di rappresentare la volontà del proprio popolo. Tutti accomunati dallo stesso obiettivo: impedire che Gaza sia libera e, con essa, impedire che la Palestina possa esserlo. Impedirle perfino di immaginare nuovamente l’orizzonte della libertà.

Come se il principio fosse uno soltanto: alla Palestina non è concesso essere libera. Oggi è impossibile scrivere di qualunque cosa senza che Gaza e la Palestina vi affiorino.

Il genocidio ancora in corso condensa, in una forma terribile, l’ingiustizia del mondo, la sua oscurità, la sua cecità. Rivela la cecità delle religioni quando tradiscono i propri principi; quella delle leggi quando smettono di proteggere gli esseri umani; quella delle istituzioni internazionali quando rinunciano al loro compito. E rivela, soprattutto, la sconfitta dello spirito umano.

La sconfitta di ogni essere umano che ha visto tutto questo e ha taciuto. Di chi ha assistito a tutto questo e ha scelto di tacere. Di chi ha avuto tutto il tempo necessario perché la propria coscienza si risvegliasse e non l’ha fatto. Di chi aveva occhi per vedere e ha preferito non vedere. Che fosse un capo di Stato, un cittadino privato dei propri diritti o qualcuno che ha rinunciato persino alla propria libertà interiore. Eppure, davanti a questa sconfitta morale, altri hanno restituito dignità all’idea stessa di umanità. Manifestanti anonimi che hanno continuato a scendere nelle piazze. Professori universitari che hanno pagato con il proprio posto di lavoro la fedeltà ai propri principi. Un’anziana di oltre ottant’anni che affronta la polizia nelle strade di Londra con la fragilità delle sue ossa e la forza della propria coscienza. Studenti espulsi da un’università dopo l’altra. Artisti ai quali è stato impedito di lavorare. Giornalisti licenziati perché si sono rifiutati di piegarsi. Chiese che hanno deciso di ritirare i propri investimenti da Israele. Giovani professionisti che, pur occupando incarichi prestigiosi e ben retribuiti nelle grandi aziende, hanno trovato il coraggio di alzarsi durante una riunione e gridare ai dirigenti: «Siete complici del genocidio». Studentesse che hanno nascosto la bandiera palestinese sotto i vestiti per poi dispiegarla davanti a un ministro degli Esteri o della Difesa, in un’università dopo l’altra, gridandogli: «Sei un criminale di guerra».

E tuttavia.

La libertà resta libera anche quando cerchiamo di imprigionarla in una definizione. Non è un semplice slogan politico, né un’idea astratta: è una scelta etica, una posizione umana. È la volontà di preservare il significato delle parole dalla dissoluzione, la memoria dalla cancellazione, la lingua dalla resa, la voce dal trasformarsi in un silenzio complice.

Per questo l’idea di abitare la libertà è qualcosa a cui non possiamo voltare le spalle. Non possiamo voltarle le spalle con il corpo, né con l’anima, né con il cuore, né con la coscienza. Se lo facessimo, rinunceremmo alla nostra stessa umanità. La paura diventerebbe legge, la verità un peso insopportabile e la Terra un luogo più angusto di una cella d’isolamento.

E ancora.

Nel corso della storia la libertà si è affermata come uno dei valori supremi dell’esperienza umana. Il suo fine è sempre stato difendere il diritto dell’uomo a esistere. Ma proprio le continue violazioni subite nel corso dei secoli hanno insegnato agli esseri umani che, talvolta, è necessario sacrificare la propria vita perché sia la libertà a sopravvivere.

Un popolo cui sono stati sottratti la patria, la vita e il diritto all’autodeterminazione ha continuato ad aggrapparsi alla propria terra.

Ha scelto di abitare la libertà.

Prefazione al volume di Ibrahim Nasrallah, Abitare la libertà. Di fronte al genocidio, di prossima pubblicazione presso Dar al-ʿUlūm, Beirut.

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *