Articolo pubblicato originariamente su PalQuest. Traduzione dall’inglese a cura della redazione di Bocche Scucite
Di Giorgio Fruscione
Prima della Seconda guerra mondiale, la Jugoslavia era una monarchia governata da una dinastia serba il cui nazionalismo presentava legami con il primo pensiero sionista e manteneva un atteggiamento generalmente favorevole alla creazione di uno Stato ebraico. Dopo la guerra, la Jugoslavia divenne una federazione socialista. Nel 1967 interruppe le relazioni diplomatiche con Israele e sostenne con decisione la causa palestinese. Con la dissoluzione della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia nel 1992, gli Stati successori ridefinirono i propri rapporti sia con la Palestina sia con Israele. Oggi tutte le ex repubbliche jugoslave intrattengono relazioni con Israele, ma tre di esse — Croazia, Macedonia del Nord e Kosovo — non riconoscono lo Stato di Palestina.
I legami tra il nazionalismo serbo e il sionismo
La famiglia di Theodor Herzl, padre del sionismo politico, era originaria di Zemun, oggi parte di Belgrado. Suo padre e suo nonno erano seguaci di Judah Alkalai, rabbino di Sarajevo la cui elaborazione teorica è considerata uno dei principali antecedenti del sionismo.
Nel suo libro Shema Yisrael, pubblicato a Belgrado nel 1834, Alkalai teorizzò la riunificazione della diaspora ebraica nella propria «terra ancestrale». Contrariamente alla tradizione ebraica prevalente, sosteneva che il ritorno collettivo del popolo ebraico nella propria terra costituisse il passaggio decisivo della redenzione, mentre il rinnovamento spirituale individuale sarebbe seguito come sua naturale conseguenza.
All’epoca Belgrado era la capitale del Principato di Serbia, che aveva conquistato l’autonomia dopo due insurrezioni nazionali contro l’Impero ottomano. Le idee di unificazione nazionale erano diffuse in tutta l’Europa del XIX secolo, nel pieno dell’epoca dei risvegli nazionali.
Il Regno di Serbia fu il primo Paese a sostenere ufficialmente la Dichiarazione Balfour, soprattutto grazie all’attività diplomatica di David Albala, diplomatico ebreo-serbo operante negli Stati Uniti. In uno scambio epistolare del 1917, l’ambasciatore serbo Milenko Vesnić confermò l’adesione della Serbia alla dichiarazione, affermando che gli ebrei sarebbero rimasti un «legame tra il libero Israele e la Serbia». Si tratta di uno dei primi impieghi ufficiali del termine «Israele» per indicare il futuro Stato ebraico.
Dopo la Prima guerra mondiale e l’unificazione dei territori slavi meridionali, il Regno di Serbia entrò a far parte del nuovo Regno dei Serbi, Croati e Sloveni, governato dalla dinastia serba dei Karađorđević. Nel 1929 lo Stato assunse ufficialmente il nome di Regno di Jugoslavia.
Il Movimento dei Non Allineati e la svolta del 1967
Nel giugno del 1948, Tito e Joseph Stalin entrarono in contrasto su diverse questioni di politica interna ed estera e la Jugoslavia venne espulsa dal Cominform, l’organizzazione guidata da Mosca incaricata di coordinare l’attività politica dei partiti comunisti in linea con gli interessi sovietici.
Fino alla morte di Stalin, avvenuta nel 1953, la Jugoslavia sviluppò una propria politica estera, cercando una «terza via» alternativa ai due blocchi della Guerra fredda. Questa strategia diplomatica prese forma attraverso rapporti sempre più stretti con numerosi Paesi africani e asiatici che avevano da poco conquistato l’indipendenza dal colonialismo o stavano ancora lottando per ottenerla.
Il Movimento dei Non Allineati fu ufficialmente fondato nel settembre del 1961 durante la Conferenza di Belgrado. La seconda conferenza si svolse nel 1964 al Cairo, allora capitale della Repubblica Araba Unita, pochi mesi dopo la nascita dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP). La dichiarazione finale riconobbe senza ambiguità il diritto all’autodeterminazione del popolo arabo di Palestina e sostenne «la sua lotta per la liberazione dal colonialismo e dal razzismo».
Da quel momento l’OLP partecipò a tutti i vertici del Movimento dei Non Allineati, nei quali la questione palestinese occupò un posto centrale grazie all’impegno dei leader del cosiddetto Terzo Mondo, che sostenevano i popoli oppressi da «imperialismo, colonialismo, apartheid e sionismo», come affermato nella dichiarazione adottata durante il vertice dello Sri Lanka del 1976.
Il sostegno politico relativamente limitato che la Jugoslavia aveva accordato all’OLP prima del 1967 può essere spiegato anche con il profilo ideologico dell’organizzazione palestinese, che all’epoca si caratterizzava soprattutto come movimento nazionalista più che marxista. Inoltre Belgrado interpretava la questione palestinese principalmente attraverso la prospettiva degli Stati arabi, nessuno dei quali poneva allora come obiettivo la creazione di uno Stato palestinese. Inizialmente il governo jugoslavo mostrò anche una certa riluttanza a fornire assistenza militare ai palestinesi, per non interferire negli equilibri regionali che coinvolgevano uno dei suoi principali alleati, l’Egitto, considerato il principale promotore della causa palestinese.
La Jugoslavia socialista interpretò la guerra del giugno 1967 e la successiva occupazione israeliana della Cisgiordania, inclusa Gerusalemme Est, della Striscia di Gaza, della penisola del Sinai e delle Alture del Golan come un atto di imperialismo. Chiuse quindi la propria ambasciata a Tel Aviv, mantenendo con Israele esclusivamente rapporti commerciali.
Dal 1967 in poi la questione palestinese non fu più considerata soltanto una componente della causa panaraba. Acquisì una crescente dimensione internazionale, soprattutto tra i Paesi che, come la Jugoslavia, guidavano il movimento anticoloniale e antimperialista. Inoltre cessò di essere percepita esclusivamente come una questione umanitaria per assumere una piena dimensione politica, con propri attori, dinamiche e strumenti diplomatici destinati a influenzare gli equilibri geopolitici dell’epoca.
Il sostegno jugoslavo contribuì a rafforzare la posizione internazionale dell’OLP, che iniziò ad agire come interlocutore diplomatico autonomo nei confronti di Belgrado. Nei suoi primi incontri nella capitale jugoslava, alla fine degli anni Sessanta, il leader di Fatah Yasser Arafat negoziò con le autorità jugoslave la fornitura di medicinali, l’assistenza sanitaria ai combattenti palestinesi e l’apertura, nel 1971, di un Ufficio d’Informazione dell’OLP. Si trattava della prima rappresentanza diplomatica palestinese di questo tipo in Europa e costituì un passaggio fondamentale nello sviluppo delle relazioni tra l’OLP e la Jugoslavia.
Nel corso degli anni Settanta Arafat si recò più volte in Jugoslavia. Il suo primo incontro pubblico con Tito ebbe luogo nel 1974.
Per i palestinesi la Jugoslavia rappresentava un partner di grande valore geopolitico: era uno Stato europeo, una federazione multinazionale e un modello di convivenza tra comunità nazionali e religiose differenti. Ancora più importante, Belgrado svolgeva il ruolo di ponte diplomatico tra i due blocchi della Guerra fredda, contribuendo a portare la questione palestinese all’attenzione internazionale attraverso il Movimento dei Non Allineati.
In Jugoslavia Yasser Arafat e l’OLP erano percepiti come protagonisti della lotta contro l’imperialismo, mentre molti palestinesi guardavano alla resistenza partigiana jugoslava durante la Seconda guerra mondiale come a un modello di riferimento. Come ricorda lo storico Žiga Smolič, numerosi combattenti palestinesi arrivarono persino ad adottare «Tito» come nome di battaglia.
Lo Stato laico e multiconfessionale costruito dai partigiani jugoslavi dopo la liberazione dall’occupazione divenne così un importante modello politico per il movimento nazionale palestinese.
La cooperazione tra Jugoslavia e palestinesi si sviluppò anche su altri livelli. Uno degli aspetti più originali riguardò gli scambi universitari: la concessione di borse di studio a giovani provenienti dai Paesi non allineati contribuì a rafforzare l’immagine internazionale della Jugoslavia in un contesto nel quale i Paesi socialisti erano spesso percepiti come società chiuse e poco aperte agli scambi umani e culturali.
Secondo lo storico Smolič, «negli anni Settanta gli studenti palestinesi costituivano il più numeroso gruppo nazionale di studenti stranieri presenti in Jugoslavia e diedero vita a una vivace comunità intellettuale e politica che collegava direttamente gli eventi del Medio Oriente alla vita sociale jugoslava». Lo storico stima che nel Paese studiassero tra i 10.000 e i 15.000 studenti palestinesi.
Dalla seconda metà degli anni Settanta il sostegno jugoslavo alla causa palestinese si rafforzò anche sul piano militare. Sempre secondo Smolič, «la Jugoslavia iniziò a vendere e donare armi all’OLP attraverso intermediari arabi, soprattutto Libia e Iraq, arrivando a fornire anche sistemi più sofisticati come elicotteri e sottomarini».
Un’ulteriore forma di cooperazione riguardò la formazione dei quadri militari palestinesi. Più che all’addestramento alla guerriglia, questi programmi erano orientati a un obiettivo di lungo periodo: la costruzione di un futuro esercito palestinese. Come osserva Smolič, nei primi anni Ottanta centinaia di palestinesi si recarono in Jugoslavia per seguire corsi specialistici nei settori della difesa aerea, dell’aviazione e delle operazioni navali.
Tra loro vi era anche il capitano Ghassan Yassin, il pilota che perse la vita nell’incidente aereo del 1992 nel deserto libico dal quale Yasser Arafat uscì miracolosamente illeso. Per una singolare coincidenza del destino, durante il suo periodo di addestramento in Jugoslavia Yassin era già sopravvissuto a un incidente aereo analogo.
Durante la Seconda guerra mondiale gli ebrei jugoslavi furono decimati dall’occupazione dell’Asse e dai regimi collaborazionisti. Degli circa 80.000 ebrei presenti nella Jugoslavia prebellica, circa 66.000 furono assassinati durante la Shoah.
Nel corso dell’occupazione e dello smembramento della Jugoslavia da parte delle potenze dell’Asse, i partigiani guidati da Josip Broz Tito proclamarono nel 1943 la Jugoslavia Democratica Federale, ponendo le basi della Repubblica Popolare Federale di Jugoslavia istituita nel 1945. Nel 1963 il Paese assunse il nome di Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia.
Nel dopoguerra le autorità comuniste facilitarono inizialmente l’emigrazione degli ebrei verso la Palestina, anche come risposta alla tragedia della Shoah. Tale processo fu sostenuto anche da figure ebraiche presenti nella leadership jugoslava, tra cui Moša Pijade.
La Jugoslavia svolse inoltre un ruolo peculiare nel dibattito delle Nazioni Unite sulla Palestina sotto mandato britannico. In qualità di membro della Commissione speciale delle Nazioni Unite per la Palestina (UNSCOP), si oppose al piano di spartizione e, insieme a Iran e India, propose invece la creazione di uno Stato federale binazionale con Gerusalemme capitale condivisa.
La proposta intendeva conciliare le aspirazioni nazionali arabe ed ebraiche, entrambe considerate legittime, e si ispirava al modello multinazionale jugoslavo fondato sul principio di «Unità e Fratellanza». La diplomazia jugoslava, rappresentata da Vladimir Simić, sosteneva un regime transitorio sotto l’egida delle Nazioni Unite capace di garantire uguali diritti e di tutelare le libertà civili, politiche, religiose e culturali di tutti gli abitanti della Palestina. Tale approccio era inoltre radicato in una critica anticoloniale dell’amministrazione britannica, ritenuta responsabile di aver trascurato lo sviluppo sociale e istituzionale del territorio.
Allo stesso tempo la Jugoslavia riconosceva tanto il diritto degli ebrei quanto quello degli arabi all’autodeterminazione, anche alla luce dell’esperienza della guerra e della Shoah. I comunisti jugoslavi riconoscevano in particolare le aspirazioni anticoloniali dei palestinesi, consapevoli che nessun Paese arabo della regione avrebbe accettato la spartizione della Palestina.
La proposta jugoslava rimase tuttavia minoritaria. Nel 1948, dopo la proclamazione dello Stato di Israele, la Jugoslavia fu il secondo Paese europeo a riconoscerlo ufficialmente, appena un giorno dopo l’Unione Sovietica.
Declino e frammentazione
Gli anni Ottanta segnarono l’inizio del progressivo indebolimento dei rapporti tra la Jugoslavia e la causa palestinese. Con la morte di Tito, nel 1980, il Movimento dei Non Allineati perse il suo leader più carismatico e uno dei suoi principali fondatori. Parallelamente, la Jugoslavia entrò in una fase di graduale disgregazione che sarebbe culminata nella violenta dissoluzione della federazione nel 1991. L’assenza di una figura di statura internazionale, unita alla recessione economica e alla crescente frammentazione politica tra le repubbliche federate, finì inevitabilmente per ridurre la capacità di Belgrado di sostenere la causa palestinese sul piano internazionale.
Anche gli sviluppi in Asia occidentale contribuirono a ridefinire il contesto. Dopo lo scoppio della Prima Intifada nel 1987, l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) passò progressivamente dalla lotta armata a una strategia fondata sulla diplomazia e sulla costruzione delle istituzioni statali. Il 15 novembre 1988, ad Algeri, Yasser Arafat proclamò la nascita dello Stato di Palestina, con Gerusalemme come capitale. La dichiarazione, che rivendicava la sovranità sui territori occupati da Israele nel 1967, fu ampiamente interpretata come un passo verso la pace e portò settantotto Paesi a riconoscere il nuovo Stato. La Jugoslavia fu il primo Paese europeo a farlo. Nell’aprile del 1989 l’Ufficio d’Informazione dell’OLP a Belgrado venne trasformato nell’Ambasciata dello Stato di Palestina.
Le guerre jugoslave rappresentarono una svolta destinata a ridefinire i rapporti tra gli Stati successori della federazione e la questione palestinese. Dal 1992 la Jugoslavia socialista lasciò il posto alla Repubblica Federale di Jugoslavia, composta da Serbia e Montenegro, mentre Bosnia ed Erzegovina, Croazia, Macedonia (dal 2019 Macedonia del Nord) e Slovenia divennero Stati indipendenti. Nel 2006 Serbia e Montenegro si separarono definitivamente, mentre nel 2008 il Kosovo proclamò l’indipendenza dalla Serbia, in seguito alla guerra del Kosovo del 1998-1999.
Con il progressivo affermarsi del nazionalismo a scapito del pensiero marxista e terzomondista, le nuove élite al potere a Belgrado riorientarono la politica estera del Paese, che sarebbe presto stato colpito dall’isolamento internazionale e dalle sanzioni. Nel 1992 la Repubblica Federale di Jugoslavia, composta da Serbia e Montenegro, ristabilì le relazioni diplomatiche con Israele.
Parallelamente, il Movimento dei Non Allineati perse gradualmente la propria originaria vocazione di sostegno ai movimenti anticoloniali e, sotto la guida di Slobodan Milošević, la Jugoslavia si trasformò in uno Stato isolato sulla scena internazionale. Durante gli anni Novanta il nazionalismo serbo fece sempre più ricorso al mito del «popolo celeste» (nebeski narod), un’immagine che richiama la nozione di «popolo eletto» presente nella retorica politica israeliana. Un ulteriore elemento di convergenza tra le due narrazioni fu l’idea secondo cui Serbia e Israele avrebbero combattuto per la difesa dei propri interessi nazionali contro la minaccia del terrorismo islamista.
È significativo che, nel momento in cui la Jugoslavia di Milošević era sottoposta a isolamento internazionale, Israele mantenne una posizione favorevole a Belgrado, evitando di sostenere dichiarazioni unilaterali di indipendenza che avrebbero potuto costituire un precedente per le rivendicazioni palestinesi.
Alcune ricostruzioni sostengono inoltre che Israele abbia avuto responsabilità indirette nel genocidio di Srebrenica del 1995, facendo riferimento al sostegno militare fornito ai serbo-bosniaci. In questo contesto, alcuni studiosi israeliani della Shoah hanno contestato le conclusioni del Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia e della Corte internazionale di giustizia, che hanno qualificato come genocidio il massacro di Srebrenica. Tra i casi più noti vi è quello degli accademici israeliani Gideon Greif e Rafael Israeli, nominati nel 2019 dalla Republika Srpska — l’entità a maggioranza serba della Bosnia-Erzegovina — alla guida di commissioni i cui rapporti hanno ridimensionato la portata del genocidio, riprendendo le principali tesi del revisionismo storico serbo.
Con il tempo, queste dinamiche contribuirono a consolidare quello che sarebbe diventato il principale terreno di cooperazione tra Belgrado e Tel Aviv: il commercio di armamenti. Tale collaborazione ha registrato un’accelerazione significativa a partire dall’ottobre 2023. Secondo un’inchiesta dell’agenzia investigativa serba BIRN e del quotidiano israeliano Haaretz, la Serbia è divenuta uno dei principali partner militari di Israele durante la guerra di Gaza: le esportazioni di armamenti sono passate da circa 3 milioni di euro nel 2023 a oltre 114 milioni di euro nel 2025. Nonostante gli appelli della comunità internazionale a evitare forniture militari suscettibili di contribuire a crimini di guerra o ad atti di genocidio, Belgrado ha esportato munizioni e sistemi d’artiglieria e sta progettando la realizzazione di una fabbrica congiunta di droni con l’azienda israeliana Elbit Systems.
Gli Stati post-jugoslavi tra Israele e Palestina
Le relazioni tra Serbia e Israele contribuiscono anche a spiegare l’evoluzione dei rapporti di Tel Aviv con la Bosnia-Erzegovina e il Kosovo.
Nel 2020 Israele è stato uno degli ultimi Paesi a riconoscere l’indipendenza del Kosovo, una decisione che provocò un temporaneo raffreddamento delle relazioni con Belgrado e che molti ambienti sionisti giudicarono un errore. Secondo questa interpretazione, infatti, il Kosovo rappresenta per i serbi ciò che la Giudea, la Samaria e Gerusalemme rappresentano per gli ebrei: la loro terra ancestrale.
Il riconoscimento fu il risultato dell’accordo mediato dagli Stati Uniti tra Belgrado e Pristina, promosso dall’amministrazione Trump e interpretato soprattutto come un successo politico utile a rafforzare l’immagine del presidente statunitense come artefice di pace in vista delle elezioni americane.
Da allora Israele e Kosovo intrattengono relazioni diplomatiche ufficiali e Pristina ha aperto un’ambasciata a Gerusalemme. Il Kosovo, tuttavia, non ha mai riconosciuto lo Stato di Palestina, nonostante negli anni Novanta abbia vissuto esperienze di discriminazione etnica, apartheid, guerra e gravi violazioni dei diritti umani che molti osservatori hanno accostato alla condizione dei palestinesi.
In questo contesto, la posizione kosovara sulla questione palestinese coincide in larga misura con quella degli Stati Uniti, principale alleato politico e principale sostenitore dell’indipendenza del Paese. Per questo motivo, pur non essendo membro delle Nazioni Unite, il Kosovo ha deciso nel gennaio 2026 di aderire al cosiddetto Board of Peace e di inviare propri contingenti nella Striscia di Gaza.
La Bosnia-Erzegovina rappresenta un caso particolarmente interessante. Se da un lato i bosgnacchi (i musulmani bosniaci) figurano tra i più convinti sostenitori della causa palestinese, esprimendo una solidarietà profondamente influenzata dalla propria esperienza del genocidio, dall’altro le istituzioni statali hanno generalmente mantenuto una posizione più prudente ed equilibrata.
La Bosnia-Erzegovina riconobbe lo Stato di Palestina già nel 1992, all’indomani della propria indipendenza. Negli ultimi anni, tuttavia, la linea ufficiale del Paese ha risentito sia dell’orientamento filo-israeliano della Republika Srpska — radicato nella retorica nazionalista sviluppatasi durante le guerre jugoslave — sia della volontà di preservare un allineamento con gli Stati Uniti.
Per quanto riguarda la Croazia, che insieme alla Macedonia del Nord e al Kosovo non riconosce lo Stato di Palestina, la politica estera ha generalmente seguito quella della maggior parte degli Stati membri dell’Unione europea. La guerra nella Striscia di Gaza ha però aperto un contenzioso diplomatico tra Zagabria e Tel Aviv e ha evidenziato profonde divergenze tra il governo croato e il presidente della Repubblica, Zoran Milanović.
Nell’agosto 2025 il capo dello Stato ha invitato il governo a riconoscere lo Stato di Palestina e ha disposto la sospensione della cooperazione militare tra le forze armate croate e quelle israeliane. Milanović ha ribadito questa posizione anche nel febbraio 2026, quando il ministro della Difesa e vice primo ministro Ivan Anušić ha incontrato il suo omologo israeliano, denunciando «l’inaccettabile comportamento dell’esercito israeliano e la violazione senza precedenti di tutte le norme del diritto internazionale umanitario».
La Slovenia è invece l’ex repubblica jugoslava che, dall’inizio della guerra di Gaza, ha assunto le iniziative più incisive a favore della Palestina. Nel giugno 2024 Lubiana ha riconosciuto lo Stato di Palestina, seguendo l’esempio di Spagna, Irlanda e Norvegia.
Un anno dopo, nel luglio 2025, la Slovenia è diventata il primo Stato membro dell’Unione europea a imporre un embargo totale sulle armi nei confronti di Israele, vietando importazioni, esportazioni e transito di armamenti da e verso il Paese.
Inoltre, al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e a due ministri del suo governo è stato vietato l’ingresso nel territorio sloveno. La decisione è stata motivata con le «gravi violazioni dei diritti umani dei palestinesi» e con le «loro dichiarazioni di carattere genocidario», facendo della Slovenia l’unico Stato membro dell’Unione europea ad aver adottato sanzioni personali di questo tipo.
Sempre in questo contesto, la televisione pubblica slovena ha scelto di non trasmettere in diretta l’Eurovision Song Contest 2026 a causa della partecipazione di Israele, sostituendo la diretta con una programmazione dedicata a documentari e film sulla Palestina.
Con l’insediamento del nuovo governo guidato dal leader della destra Janez Janša, tuttavia, la Slovenia ha successivamente invertito questa linea politica. Sono state revocate sia le sanzioni nei confronti di Netanyahu e dei suoi ministri sia l’embargo sulle armi contro Israele.
In un gesto altamente simbolico, il primo giorno del quarto mandato di Janša come primo ministro, la bandiera palestinese esposta davanti alla sede del governo sin dal riconoscimento dello Stato di Palestina è stata rimossa.
La stessa bandiera è stata successivamente issata presso il Palazzo Presidenziale, a conferma della posizione della presidente Nataša Pirc Musar, che ha continuato a denunciare quelli che ha definito il genocidio e i crimini contro l’umanità commessi da Israele nei Territori palestinesi occupati.
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Sempre ho nel cuore il popolo palestinese. Anch'io dico: Signore fino a quando?". Perché nessuno dei potenti parla? Perché si…
Sono vicina al popolo palestinese. Unità a voi nella preghiera. Soffro con voi. Quando finirà? Il mondo che conta e…
il soldato in questione è stato ricevuto in ambito isareliano in Italia credo anche una scuola ebraica a Milano ma…
[…] dalla “devastazione che si è dispiegata davanti agli occhi del mondo”. ( https://bocchescucite.org/difendere-la-dignita-e-la-presenza-del-popolo-di-gaza/ ) Mai così espliciti e rinunciando…
Grazie per il vostro coraggio Perché ci aiutate a capire. Fate sentire la voce di chi non ha voce e…