Articolo pubblicato originariamente su We Are Not Numbers. Traduzione dall’inglese a cura della redazione di Bocche Scucite
Foto di copertina: Hassan Abo Qamar in riva al mare ad Al-Nuseirat, nella zona centrale di Gaza, all’inizio del 2023. Foto: Esraa Abo Qamar
Torno sulla riva ancora e ancora, cercando la libertà nell’unico orizzonte che mi è rimasto aperto.
Di Hassan Abo Qamar
Striscia di Gaza
25 giugno 2026
Quando vivi in una terra dove quasi ogni luogo è pericoloso — dove linee colorate tracciate sulle mappe delimitano zone militari, dove i soldati possono togliere la vita a chiunque e dove le cosiddette “aree sicure” evocano soltanto ricordi dolorosi — finisci per porti una domanda molto semplice: dove puoi andare per sfuggire alla tua realtà e ai continui fallimenti nel tentativo di cambiarla?
A Gaza c’è sempre stato un posto in cui sapevamo di poter andare: il mare.
Ma oggi il mare non è più una via di fuga. Si estende all’infinito davanti ai miei occhi, aperto e indifferente, come se appartenesse a un altro mondo. Rimango sulla riva sapendo che tutto ciò che provo guardando il suo orizzonte — la libertà, la distanza, l’altrove — è proprio ciò che mi viene negato. Eppure continuo a tornarci, con una domanda che ogni giorno riaffiora dentro di me: che cosa significa il mare per chi non può lasciarlo?
Il mio rapporto con il mare è iniziato molto tempo fa. Dopo una lunga settimana di scuola e di lavoro, la mia famiglia, come tante altre famiglie di Gaza, trasformava il fine settimana estivo in una giornata in spiaggia. Da bambini, io, mia sorella Esraa e mio fratello maggiore Hussein correvamo sulla sabbia, scavavamo grandi buche e ci seppellivamo a vicenda. Inseguivamo le onde che arrivavano fino alla riva.
Paradossalmente, mia madre aveva una sola regola: non entrare mai in acqua. Temeva l’imprevedibilità del mare. Ci ripeteva: «Ho paura per voi, figli miei. E se vi succedesse qualcosa? Non potrei sopportare di perdervi». Fu allora che nacque la mia curiosità. Perché non potevamo entrare nel mare? E perché non potevamo andare ancora più lontano, oltre il mare?
Sognare ciò che è possibile
Con l’adolescenza il mare divenne il nostro punto di ritrovo. Per noi giovani di Gaza la spiaggia era il luogo dove incontrarsi dopo la scuola o quando si aveva bisogno di parlare. Si andava a nuotare, a sedersi sulla sabbia oppure a trascorrere lunghe serate nei caffè affacciati sulla costa.
Quei locali erano pieni di ragazzi che bevevano caffè, fumavano e giocavano a scacchi o a carte.
Lì festeggiavamo i compleanni, oppure telefonavamo alla persona amata. Ricordo il mio amico Youssef, arrivato dall’Egitto, seduto davanti al mare mentre parlava per oltre un’ora con la sua fidanzata. Io gli sedevo accanto, scorrendo Twitter e discutendo di politica. La politica mi appassionava più di lui, perché dava forma alle domande che portavo dentro: quelle sui confini, sulle restrizioni e sui limiti imposti alla mia vita.
Ma spesso restavamo semplicemente a fissare l’orizzonte ascoltando Mohamed Mounir, uno dei cantanti più amati del mondo arabo, che cantava:
“Sono innamorato del mare: dolce come te, amore mio; a volte selvaggio come te; errante, sempre in viaggio, e talvolta smarrito e incerto come te.”
Noi ragazzi seduti attorno a quei tavoli sognavamo. Ognuno in modo diverso.
Youssef parlava liberamente del suo ritorno in Egitto dopo il liceo e dell’azienda che avrebbe costruito. Anch’io raccontavo i miei sogni, anche se oggi non ricordo più esattamente quali fossero. Ricordo però quanto fossi timido nel parlarne, quasi impaurito dall’idea stessa di sognare. Il desiderio di andare oltre il mare non era mai stato davvero accettato dalla mia famiglia, che considerava più importante restare uniti che disperdersi in Paesi diversi.
Continuavamo ad ascoltare la canzone con gli occhi fissi sull’acqua. Nella mia mente aggiungevo un verso personale: “e irraggiungibile come te”.
Prendevamo in giro Youssef per il suo amore per una ragazza lontana. Per me, invece, ciò che era davvero irraggiungibile aveva un significato completamente diverso.
Quando il mare diventa una prigione
Con l’inizio del genocidio, Gaza è diventata improvvisamente troppo piccola. Non nelle dimensioni, ma nelle possibilità.
I sogni di prosperità sono stati sostituiti dalla semplice lotta per sopravvivere. E soprattutto Israele è riuscito a ridisegnare i confini della nostra geografia mentale: forse questa è la sua più grande vittoria dall’inizio del genocidio.
Se guardavi il cielo sconfinato, finivi per cercarne comunque un limite. Potevi vedere un aquilone costruito con sacchetti di plastica, pronto a cadere da un momento all’altro. Bastava inspirare profondamente per contare gli aerei e i droni che sorvolavano la tua testa.
Quelli erano i confini del cielo.
Il mare non era diverso. Anzi, era peggio.
Due imbarcazioni definivano l’orizzonte: una vecchia barca da pesca palestinese, autorizzata a spingersi solo per poche miglia rischiando continuamente di essere attaccata, con a bordo un padre che cercava di sfamare i propri figli; e una veloce nave militare israeliana, incaricata di pattugliare la costa con il potere di decidere della vita e della morte.
Né l’aquilone né il pescatore potevano cambiare quella realtà.
Entrambi vivevano dentro la stessa gabbia.
Eppure continuavo ad andare al mare, nonostante fosse diventato pericoloso. Non perché desiderassi morire, ma perché avevo smesso di avere paura della morte. Andavo a vedere se fosse lì che sarei morto oppure se Dio avesse ancora scritto un altro capitolo della mia vita.
Scegliere tra la vita e la morte
Un pomeriggio, seduto su Rashid Street, osservavo il mare dall’alto. Sotto di me le navi militari israeliane potevano aprire il fuoco in qualsiasi momento.
Poi, alle mie spalle, i carri armati israeliani iniziarono ad avanzare lungo la strada.
Tutti cominciarono a correre.
Qualcuno, invece, rimase fermo soltanto per guardare da vicino i carri armati.
Io non feci né l’una né l’altra cosa.
Camminai.
Né veloce né lentamente.
Semplicemente in avanti.
Quel giorno capii con chiarezza quale fosse la mia direzione: sopravvivere.
Ogni volta che lasciavo il mare ancora vivo, una voce dentro di me ripeteva la stessa frase:
Finché sei vivo, torna al tuo lavoro.
Fu allora che ricominciai a frequentare il mare, ma ero cambiato.
Non ero più attratto dall’indifferenza verso la morte.
Ero attratto dalla vita.
Avrei voluto possedere il bastone di Mosè per dividere il mare e aprire un passaggio verso i miei sogni.
Il mio amico Ahmad era quasi sempre con me. Restavamo seduti uno accanto all’altro osservando le onde fino al tramonto, poi tornavamo a casa in silenzio.
Non avevamo bisogno di parlare.
Ci comprendevamo.
Avevamo sogni simili e percorrevamo la stessa strada silenziosa nel tentativo di raggiungerli.
Immaginare un futuro possibile
La mia immaginazione continua a viaggiare oltre Gaza.
Immagino di rompere l’assedio e conoscere il mondo.
Mi immagino mentre salgo sulle montagne, partecipo a conferenze, parlo davanti a un pubblico raccontando verità rimaste troppo a lungo nascoste, come il protagonista di un romanzo capace di cambiare qualcosa, anche solo un poco.
A volte sogno qualcosa di più semplice: studiare ingegneria in un’università europea grazie a una borsa di studio completa e costruire un futuro che, da Gaza, sembra impossibile.
Ogni volta che guardo il mare questi pensieri riaffiorano.
Ma ce n’è uno che mi spaventa più degli altri.
La possibilità di abituarmi alla vita che conduco oggi.
Di invecchiare osservando i miei sogni ritirarsi come la marea, fino a diventare soltanto qualcosa in cui un tempo credevo.
Temo il giorno in cui guarderò lo specchio e vedrò una persona che accetta i propri limiti invece di provare a superarli.
E ancora di più temo di perdere quella sensazione di libertà e possibilità che provo ogni volta che guardo il mare.
Perché che cosa significa il mare per chi non può lasciarlo?
Così resto qui.
A volte da un’ora prima del tramonto fino a quando cala la notte.
Qualche volta da solo, altre insieme agli amici.
Fisso il punto più lontano dell’orizzonte e continuo a desiderare una vita che non ho ancora vissuto, esperienze che non ho ancora fatto e persone che non ho ancora incontrato.

Sempre ho nel cuore il popolo palestinese. Anch'io dico: Signore fino a quando?". Perché nessuno dei potenti parla? Perché si…
Sono vicina al popolo palestinese. Unità a voi nella preghiera. Soffro con voi. Quando finirà? Il mondo che conta e…
il soldato in questione è stato ricevuto in ambito isareliano in Italia credo anche una scuola ebraica a Milano ma…
[…] dalla “devastazione che si è dispiegata davanti agli occhi del mondo”. ( https://bocchescucite.org/difendere-la-dignita-e-la-presenza-del-popolo-di-gaza/ ) Mai così espliciti e rinunciando…
Grazie per il vostro coraggio Perché ci aiutate a capire. Fate sentire la voce di chi non ha voce e…