Il corpo del palestinese

Articolo pubblicato originariamente su Alaraby. Traduzione dall’arabo a cura della redazione di Bocche Scucite

Di Najwa Barakat

Chiunque abbia letto le testimonianze dei detenuti palestinesi riportate da Nicholas Kristof sul New York Times non può fare a meno di chiedersi, dopo la rabbia e il disgusto: perché l’autorità occupante insiste nel spingersi oltre, infliggendo sofferenze che vanno ben al di là dell’uccisione stessa?

Una possibile risposta si trova in ciò che il filosofo francese Maurice Merleau-Ponty scrisse sul corpo: esso non è semplicemente uno a macchina abitata dall’anima, ma il solo modo attraverso cui l’essere umano esiste nel mondo. Noi non possediamo un corpo: noi siamo il nostro corpo.

Così, il detenuto palestinese viene gettato nella sua cella dopo essere stato privato della libertà, della voce e del diritto a un processo. Non gli resta che il suo corpo, cresciuto in una casa, portatore di un nome, conosciuto e amato da familiari e amici, ultimo confine che lo separa dal nulla. E allora l’occupante viola anche quell’ultimo bene per trasmettergli un messaggio: «Tu non sei niente; perfino il tuo corpo non ti appartiene più».

Il reportage di Kristof raccoglie le testimonianze di quattordici vittime. Tra queste, quella di un giornalista palestinese arrestato nel 2024, che ha raccontato di essere stato aggredito sessualmente mentre era ammanettato e bendato. Una donna ha riferito che le guardie entravano all’inizio di ogni turno, la spogliavano e abusavano di lei. Un’altra ha raccontato che le furono mostrate fotografie scattate durante l’aggressione e che venne minacciata della loro diffusione se non avesse collaborato con i servizi d’intelligence.

Il funzionario palestinese Mohammed Matar, dopo la sua liberazione, ha dichiarato: «Per sei mesi non sono riuscito a parlarne con nessuno, nemmeno con la mia famiglia». Si riferiva all’abuso sessuale subito. Esistono infatti ferite che rendono muta una persona: ferite che penetrano molto più in profondità della carne e sopravvivono ben oltre le mura della prigione.

Ciò che accade all’interno delle carceri israeliane non è il caos della guerra né il risultato di atti isolati compiuti da singoli individui. È un sistema nel senso pieno del termine: un sistema che sa perfettamente ciò che fa e ciò che vuole ottenere.

Michel Foucault ha studiato a lungo il modo in cui il potere utilizza il corpo come strumento di controllo. Il potere non si limita a imprigionare il corpo: vuole addomesticarlo, spezzare il suo rapporto con se stesso e costringerlo a vivere la sconfitta dall’interno, prima ancora della liberazione.

Frantz Fanon, dal canto suo, scriveva del colonizzato che impara a odiare il proprio corpo prima ancora che siano gli altri a odiarlo. L’occupazione cerca infatti di coltivare la sconfitta dall’interno, trasformando il prigioniero in testimone della propria umiliazione e facendogli portare dentro di sé un carceriere che diventa difficile mettere a tacere. Molti detenuti che hanno subito violenze sessuali portano con sé, dopo la scarcerazione, un profondo senso di vergogna: l’ultima eredità lasciata loro dall’occupazione.

Dall’altra parte, è inevitabile chiedersi come un soldato israeliano o un colono che commette tali atti riesca a farlo senza alcun freno morale.

Hannah Arendt sosteneva che il male più grande non nasce necessariamente dai mostri, ma da persone comuni che hanno deciso di smettere di pensare. Forse il soldato — o il colono — convince se stesso che chi gli sta davanti non sia pienamente umano, soprattutto quando le istituzioni gli forniscono un linguaggio che trasforma la vittima in un nemico astratto e privo di volto, mentre il carnefice diventa qualcuno che ha scelto di non immaginare la sofferenza dell’altro.

In realtà, il reportage di Kristof mette in luce questo impoverimento morale, ormai divenuto un intero clima culturale sostenuto dalle istituzioni, protetto da decisioni politiche e alimentato dall’impunità.

È quanto accaduto, ad esempio, quando furono ritirate le accuse contro cinque soldati accusati di aver abusato di un detenuto palestinese e Netanyahu espresse pubblicamente il proprio sostegno. Il messaggio era certamente rivolto alle vittime, ma soprattutto agli aggressori: «Fate ciò che volete. Il corpo palestinese non conta davvero e non sarete chiamati a risponderne».

Infine, l’articolo di Kristof ha portato alla luce ciò che era noto ma taciuto. I rapporti delle Nazioni Unite esistevano già. Le testimonianze degli avvocati esistevano già. Anche l’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem aveva documentato ripetutamente questi fatti.

Quasi tutto il mondo sapeva, ma aveva scelto il silenzio.

L’articolo di Kristof ha infranto quel silenzio. La risposta di Netanyahu è stata annunciare un’azione legale contro il giornalista e contro il giornale stesso, come se stesse intentando una causa contro il silenzio che ormai non poteva più essere mantenuto.

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