Violette Khouri: una testimonianza da Nazareth

Di Violette Khouri

Mi chiamo Violette Khouri, sono nata a Nazareth nel 1938, in una famiglia cristiana palestinese. Laureata in farmacia all’Università degli Studi di Roma, ho fatto quasi per tutta la mia vita la farmacista nella città dove sono cresciuta. La Palestina della mia infanzia era un luogo di convivenza naturale.

Cristiani, musulmani, ebrei, drusi, vivevano fianco a fianco. Eravamo diversi, certo, ma appartenevamo alla stessa terra. Le nostre vite si intrecciavano nelle scuole, nei mercati, nelle feste, nei lutti.

Nessuno immaginava che un giorno quella normalità sarebbe stata spezzata. Poi arrivò il 1948. Per noi palestinesi quella ferita ha un nome, Nakba, catastrofe.

Non fu soltanto una guerra, fu il crollo di un mondo. Villaggi svuotati, famiglie disperse, memorie cancellate. E insieme alla terra sembrò sparire perfino il nostro nome.

La Palestina divenne una parola proibita, impronunciabile. Noi palestinesi diventammo arabi israeliani. Come se cambiare definizioni potessi cancellare la nostra identità e la nostra storia.

Eppure io ricordo bene ciò che esisteva prima.

Ricordo una terra condivisa, non perfetta ma viva.

Una terra dove nei passaporti c’era scritto palestinese per tutti, musulmani, cristiani ed ebrei.

La tragedia non è stata soltanto politica. È stata la distruzione di un tessuto umano costruito nei secoli.

Per 47 anni ho lavorato nella farmacia di famiglia, insieme a mio padre, mia sorella e mio marito.

Da quel bancone ho visto passare l’intera vita della Galilea. Ho ascoltato le paure delle madri, le speranze dei giovani, la solitudine degli anziani. Ho visto ebrei palestinesi entrare dalla stessa porta, cercando le stesse medicine, portando dentro le stesse fragilità.

La sofferenza non ha religioni. Il dolore non conosce nazionalità. Ma intanto fuori crescevano i muri, non solo quelli di cemento.

Crescevano i muri interiori, la paura, il sospetto, l’umiliazione, il fanatismo. Ho visto l’estremismo avanzare da entrambe le parti. Ho visto la rabbia trasformarsi in identità politica e religiosa.

E ho visto molti cristiani andarsene. Anche una delle mie figlie ha lasciato questa terra. Quando i giovani emigrano, non parte soltanto una generazione.

Si spegne lentamente una memoria. Io, però, sono rimasta. Perché credo che la presenza cristiana in Terra Santa non sia una presenza simbolica o decorativa.

Ma siamo parte viva della storia di questa terra. Le nostre radici risalgono ai primi secoli del Cristianesimo. La Chiesa qui non è arrivata da fuori.

È nata qui. Anche se oggi siamo meno del 2% della popolazione, continuiamo a custodire una memoria spirituale e umana che appartiene a tutti. Essere cristiana palestinese significa vivere una tensione continua.

Amare il proprio popolo senza smettere di riconoscere l’umanità dell’altro. Per questo credo che per noi cristiani impegnarsi per la giustizia e per la pace non sia una scelta facoltativa. È un dovere morale.

È il senso più profondo del Vangelo. In questa terra ho imparato una verità difficile. Nessuno si salva da solo.

Ogni volta che si tenta di cancellare l’altro, si distrugge anche una parte di sé. Ogni volta che il potere prende il posto della giustizia, la violenza ritorna. Più siamo circondati dalla paura, dall’indottrinamento e dai pregiudizi, più diventa necessario difendere la verità umana dell’altro, anche quando fa male, anche quando sembra impossibile.

La pace non nascerà dalla forza, né dall’umiliazione di un popolo sull’altro. Una pace imposta dal potere non è pace, è soltanto silenzio armato. La pace vera può nascere solo dalla giustizia, dal riconoscimento reciproco, dalla capacità di guardare il dolore dell’altro senza negare il proprio.

Io continuo a credere in questa possibilità, non per ingenuità, ma perché ho visto abbastanza sofferenza da sapere che l’alternativa è la distruzione reciproca.

 E continuo a credere che questa terra appartenga a chi la ama senza voler cancellare l’altro. Per questo vi ringrazio se sostenete l’associazione nasijona_nazareth che ho creato e che si occupa di supportare le donne attraverso il lavoro tradizionale, perché la perdita della terra non è perdita di un popolo, e preservare le tradizioni è un modo per non perdere l’identità e continuare a sognare la pace.

E di pace, non di guerra, ha davvero bisogno questa terra.

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