Articolo pubblicato originariamente su +972 Magazine. Traduzione a cura della redazione di Bocche Scucite
I casi recenti che coinvolgono importanti esponenti politici arabi rivelano la strategia dello Stato: recuperare vecchie dichiarazioni e chiedere pene severe nei tribunali israeliani.
Di Baker Zoubi
Foto di copertina: Sheikh Raed Salah, leader della fazione settentrionale del Movimento islamico, e Mohammad Barakeh, presidente dell’Alta Commissione di Monitoraggio per i cittadini arabi di Israele, arrivano per una visita al Monte del Tempio nella Città Vecchia di Gerusalemme, 19 aprile 2022. (Yonatan Sindel/Flash90)
Il 23 giugno, dopo quattro ore di interrogatorio, Mohammed Barakeh è uscito dalla stazione di polizia dell’insediamento israeliano di Ariel. Storico leader della comunità ed ex capo del partito politico arabo-ebraico Hadash, Barakeh ha ricoperto più recentemente, dal 2015 al 2025, il ruolo di presidente dell’Alta Commissione di Monitoraggio per i cittadini arabi di Israele (HFC), il principale organismo extraparlementare che rappresenta i palestinesi cittadini di Israele.
Dopo la diffusione della notizia dell’interrogatorio di Barakeh, molti cittadini palestinesi si sono chiesti non perché fosse stato convocato, ma perché proprio ora. Gli investigatori non erano interessati a una dichiarazione recente, né a qualcosa che avesse detto dopo il 7 ottobre o durante la guerra a Gaza. Si sono invece concentrati su un discorso pronunciato a Ramallah nel 2022.
L’interrogatorio è arrivato pochi giorni dopo che la polizia aveva ordinato a Barakeh di presentarsi alla stazione di Ariel, nella Cisgiordania occupata. Egli aveva accettato di collaborare con l’indagine, ma aveva chiesto di essere interrogato in una stazione di polizia all’interno di Israele. Secondo il centro legale di Haifa Adalah, che ha presentato la richiesta per conto di Barakeh, il diritto internazionale riconosce agli individui il diritto di rifiutarsi di entrare in contatto con insediamenti israeliani o di svolgervi attività.
Tuttavia, invece di accogliere la richiesta di Barakeh, la polizia ha emesso un mandato di arresto, lo ha fermato e lo ha portato ad Ariel per l’interrogatorio. Successivamente è stato rilasciato con condizioni restrittive, tra cui il divieto per un mese di entrare in Cisgiordania, mentre la polizia ha sequestrato i suoi due telefoni cellulari. Barakeh ha definito l’indagine “politica e provocatoria”.
Per l’attuale presidente dell’HFC, Jamal Zahalka, il caso fa parte di una campagna più ampia contro la leadership araba. “Stanno frugando nei cassetti per trovare casi che possano essere riaperti proprio adesso”, ha dichiarato a +972 Magazine dopo il rilascio di Barakeh. “La destra sta attraversando un periodo difficile. Tutti i sondaggi indicano la possibilità che perda il potere e, quando si trova in una situazione del genere, farà qualsiasi cosa”.
Questo modello di persecuzione politica, mascherata da procedura giudiziaria, è evidente anche in due udienze previste nelle prossime settimane. Il 7 luglio, il Tribunale dei Magistrati di Haifa dovrebbe esaminare la richiesta della Procura dello Stato di condannare Raja Eghbaria, ex leader dell’HFC e del movimento nazionalista secolare Abnaa al-Balad, a una pena compresa tra 18 e 40 mesi di carcere per dieci post pubblicati su Facebook nel 2017 e nel 2018.
Una settimana dopo, il Tribunale dei Magistrati di Nazareth dovrebbe emettere la sentenza nei confronti dello Sheikh Kamal Khatib, ex vicepresidente della fazione settentrionale del Movimento islamico dichiarata fuori legge, per un discorso e due post sui social media pubblicati nel maggio 2021. In questo caso, la procura chiede una pena detentiva tra 30 e 50 mesi.
I tre casi sembrano inizialmente non collegati, ma condividono due elementi comuni: riguardano tutti importanti leader politici palestinesi e tutti riguardano espressioni risalenti a molti anni prima dell’attuale guerra.
Questo suggerisce che le indagini e la richiesta di pene severe non siano legate soltanto agli atti contestati, ma debbano essere comprese nel contesto di una drastica repressione della libertà di espressione politica all’interno di Israele dopo il 7 ottobre — una repressione che colpisce in modo particolare i cittadini palestinesi.
Centinaia di cittadini palestinesi sono stati convocati dalla polizia per essere interrogati a causa di post sui social media, decine sono stati incriminati sulla base della Legge antiterrorismo e procedimenti giudiziari hanno colpito studenti, attori, accademici, artisti e attivisti politici. Allo stesso tempo, le autorità israeliane hanno ripreso a utilizzare la detenzione amministrativa contro cittadini palestinesi, dopo anni in cui era stata riservata a casi eccezionali.
Per quanto riguarda i casi di Eghbaria e Khatib, la questione davanti ai tribunali non riguarda soltanto se i discorsi e i post abbiano superato i limiti della libertà di espressione tutelata. Riguarda anche se i palestinesi possano essere condannati secondo una politica punitiva adottata dopo il 7 ottobre per dichiarazioni risalenti a molti anni prima — una forma di punizione retroattiva.
Se i tribunali dovessero alla fine accogliere le pene richieste dalla Procura dello Stato, ciò potrebbe creare un nuovo precedente per i procedimenti riguardanti l’espressione politica palestinese. Un simile standard non sarebbe il risultato del governo di estrema destra del primo ministro Benjamin Netanyahu o dei suoi alleati politici, ma della magistratura israeliana, che continua a presentarsi come garante dei valori democratici dello Stato.
Condanne diseguali
Nel novembre 2025, il Tribunale dei Magistrati di Haifa ha condannato Eghbaria per istigazione al terrorismo ed espressione di sostegno a un’organizzazione terroristica sulla base di dieci post pubblicati su Facebook.
Secondo l’atto d’accusa, i post includevano fotografie e messaggi riguardanti giovani palestinesi che avevano compiuto attentati e che successivamente erano stati uccisi, espressioni di lutto per la loro morte e materiali che la procura ha interpretato come elogi nei confronti di organizzazioni messe al bando.
Adalah, che rappresenta Eghbaria, sottolinea che il tribunale non lo ha condannato per aver invitato a compiere attentati e che la procura non ha presentato alcuna prova che i post abbiano provocato o potessero provocare atti di violenza. La difesa ha inoltre sostenuto che la diffusione dei post fosse relativamente limitata rispetto ad altri casi esaminati dai tribunali israeliani negli ultimi anni.
Eghbaria, oggi 74 anni, non ha precedenti penali e soffre di una complessa condizione medica. Il suo caso risale al settembre 2018, quando fu arrestato per la prima volta a causa dei post e trascorse 40 giorni in detenzione, prima di essere posto agli arresti domiciliari per un anno e nove mesi. L’anno scorso è stato inoltre detenuto per quattro mesi in detenzione amministrativa.
Il caso di Khatib riguarda un discorso e due post sui social media pubblicati durante gli eventi del maggio 2021, in relazione alle incursioni israeliane nella moschea di Al-Aqsa, agli sfratti delle famiglie palestinesi nel quartiere di Sheikh Jarrah e alla violenza della polizia contro i palestinesi a Gerusalemme.
Dopo anni di procedimenti giudiziari, nel giugno 2025 il tribunale lo ha condannato per istigazione alla violenza e al terrorismo, assolvendolo invece dall’accusa di sostegno a un’organizzazione terroristica, che era uno dei capi principali dell’imputazione.
Anche in questo caso, Adalah sostiene che il procedimento non riguardi atti di violenza attribuiti a Khatib o le conseguenze delle sue dichiarazioni, ma la criminalizzazione del discorso politico palestinese. Secondo la difesa, anche qui la procura non è riuscita a dimostrare né che le dichiarazioni di Khatib abbiano portato ad atti di violenza né che abbiano creato una concreta probabilità che tali atti si verificassero.
Sia nel caso Eghbaria sia in quello Khatib, la battaglia legale si è spostata dalla questione della condanna a quella della pena: i pubblici ministeri chiedono pene detentive molto più severe rispetto a quelle inflitte in casi analoghi di istigazione.
Il caso dello Sheikh Raed Salah, attuale leader della fazione settentrionale del Movimento islamico, offre un termine di paragone. Nel 2016, la Corte Suprema confermò una condanna a nove mesi di carcere dopo che Salah era stato giudicato colpevole di istigazione alla violenza.
Oggi la procura chiede pene fino a 40 mesi per Eghbaria e fino a 50 mesi per Khatib; a differenza di Salah, nessuno dei due ha precedenti penali.
Un precedente pericoloso
I casi citati in precedenza, richiamati da Adalah nelle argomentazioni sulla pena nel procedimento contro Eghbaria, suggeriscono che la questione sia molto più ampia del solo destino giudiziario di Eghbaria e Khatib. I loro casi rappresentano soltanto l’ultimo esempio di una disparità profonda e costante nel trattamento riservato agli imputati palestinesi e a quelli ebrei nei tribunali israeliani.
Essi sollevano inoltre il timore che futuri procedimenti riguardanti l’espressione politica possano essere sottoposti a questa nuova politica sanzionatoria. In un articolo pubblicato il mese scorso, Barak Medina, esperto di diritto costituzionale ed ex rettore dell’Università Ebraica di Gerusalemme, ha messo in guardia da una “preoccupante erosione” delle garanzie giudiziarie a tutela della libertà di espressione, in particolare nei casi che coinvolgono cittadini palestinesi di Israele.
Secondo Medina, i tribunali israeliani hanno attribuito un peso crescente alle considerazioni di sicurezza nel giudicare i casi relativi all’espressione politica. Questo segna un allontanamento dal criterio consolidato della Corte Suprema, secondo cui, per stabilire se un’espressione costituisca istigazione alla violenza, è necessario dimostrare una reale possibilità che essa conduca ad atti violenti. A suo avviso, questo cambiamento rischia di ampliare la responsabilità penale e restringere le tutele che la giurisprudenza israeliana ha tradizionalmente riconosciuto alla libertà di espressione politica.
La persecuzione della leadership araba da parte di Israele, come emerge dai casi di Eghbaria, Khatib e Barakeh, crea inoltre nuovi e pericolosi precedenti per la libertà di espressione, anche se il fenomeno non è nuovo. Quasi vent’anni fa, il Centro Mossawa documentò decine di indagini penali e procedimenti giudiziari contro membri arabi della Knesset. Il rapporto concludeva che, in molti casi, le stesse indagini avevano funzionato come forma di deterrenza e pressione politica, anche quando si erano concluse senza incriminazioni.
All’epoca l’attenzione era rivolta ai rappresentanti eletti. Oggi si è estesa ai leader politici esterni alla Knesset, oltre che a giornalisti, artisti, accademici e attivisti.
Mentre l’applicazione delle misure repressive contro l’espressione politica dei cittadini palestinesi si è intensificata, la crisi della criminalità organizzata ha continuato ad aggravarsi. Il tasso di risoluzione degli omicidi rimane eccezionalmente basso: secondo l’organizzazione Abraham Initiatives, solo circa il 12% dei casi che nella prima metà del 2026 le autorità israeliane hanno classificato come “risolti” ha effettivamente portato all’individuazione dei responsabili.
Sono stati uccisi quasi 150 cittadini palestinesi di Israele dall’inizio dell’anno. È difficile evitare la conclusione che le autorità incaricate dell’applicazione della legge — compreso il sistema giudiziario — agiscano con maggiore rapidità e mettano a disposizione più risorse per perseguire l’espressione politica e portare avanti demolizioni di abitazioni, piuttosto che per contrastare la criminalità organizzata nelle comunità arabe. Che le autorità accettino o meno questa interpretazione, essa è ormai diventata una percezione dominante tra i cittadini palestinesi dello Stato, che hanno quasi completamente perso fiducia nelle istituzioni del proprio Paese.
*Baker Zoubi è un giornalista e cittadino palestinese di Israele, residente nel villaggio di Kufr Maser, nella Bassa Galilea. Ha iniziato la sua carriera nel 2010 come cronista per alcune testate dei media arabi locali, per poi diventare caporedattore della piattaforma giornalistica Bokra, con sede a Nazareth. Dal 2021 collabora come autore con Local Call e +972 Magazine, continuando parallelamente il suo lavoro di redattore giornalistico part-time presso Bokra e pubblicando articoli di opinione su temi politici e sociali riguardanti la società palestinese.

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