Articolo pubblicato originariamente su +972 Magazine. Traduzione dall’inglese a cura della redazione di Bocche Scucite
Per molti, la lingua ebraica è ormai indissolubilmente legata al sionismo e irrimediabilmente contaminata dal genocidio. Ma non è sempre stato così: un numero crescente di palestinesi e di ebrei antisionisti sta cercando di riappropriarsene.
Di Raphael Mimoun*
All’inizio di quest’anno, una compagna ebrea attivista di Tsedek!, collettivo francese di ebrei decoloniali, ha posto una domanda nella nostra chat di gruppo:
«Imparare l’ebraico è un problema?»
La domanda nasceva da un dibattito che stava seguendo sui social media. Una persona che frequentava un corso di ebraico in Francia aveva raccontato il profondo disagio provato in una classe dove tutti gli altri studenti si dichiaravano apertamente filo-israeliani.
Le risposte su X, come prevedibile, sono state rapide e liquidatorie. Che cosa si aspettava? L’ebraico, sostenevano molti commentatori, è una lingua inventata dai sionisti.
La nostra compagna di attivismo non sapeva come rispondere. Come molti ebrei, sentiva un legame profondo con l’ebraico pur rifiutando — e contrastando attivamente — il sionismo. Se l’ebraico fosse davvero inseparabile dal sionismo, quale spazio resterebbe per persone come lei?
Non è la sola a porsi questa domanda. Dopo il 7 ottobre, l’ebraico è stato sempre più percepito come una lingua intimamente legata al sionismo e alla violenza compiuta in suo nome. Per molti ebrei non sionisti o antisionisti che continuano ad avere un forte rapporto con questa lingua, questo cambiamento di percezione ha creato un autentico dilemma: è possibile separare l’ebraico dallo Stato di Israele? Impararlo o parlarlo significa essere complici del progetto sionista? Può esserci un posto per l’ebraico all’interno della politica della liberazione palestinese?
L’indignazione rivolta contro i simboli dello Stato israeliano è comprensibile. Ma identificare l’ebraico con Israele è esso stesso il risultato del successo con cui il sionismo si è appropriato della lingua per il proprio progetto nazionalista. L’ebraico non nasce con il sionismo e non appartiene esclusivamente allo Stato di Israele.
Allo stesso tempo, l’ebraico moderno, così come esiste oggi in Israele-Palestina, funziona come una lingua coloniale. Di fronte alle continue atrocità a Gaza e alla pulizia etnica perpetrata dai coloni e dall’esercito in Cisgiordania, le questioni linguistiche possono sembrare secondarie o astratte. Eppure la lingua è uno dei modi attraverso cui i rapporti di potere diventano senso comune.
Lungi dall’essere estraneo alle strutture di espropriazione che modellano la vita tra il fiume e il mare, l’ebraico contribuisce a renderle possibili e a mantenerle. Attraverso i nomi che privilegia, le storie che pone al centro e quelle che cancella, è diventato uno dei meccanismi attraverso cui la Nakba permanente viene normalizzata.
Eppure l’ebraico non è sempre stato una lingua coloniale. E non è destinato a esserlo per sempre.
Il mito della scomparsa dell’ebraico
Contrariamente alla mitologia sionista, il movimento non ha “resuscitato” l’ebraico. La lingua non era mai morta.
L’ebraico nacque oltre tremila anni fa nei regni di Israele e di Giuda. Sebbene abbia cessato di essere una lingua parlata quotidianamente dopo la distruzione di Gerusalemme nel 586 a.C., continuò a essere utilizzato come lingua della preghiera e della liturgia, ma anche della letteratura, del commercio e della vita comunitaria, talvolta sia in forma scritta sia orale.
Nel corso dei secoli l’ebraico continuò a evolversi. I poeti medievali della Palestina e dell’Italia svilupparono nuove strutture sintattiche per adattarle ai propri stili letterari. Studiosi e rabbini ebrei di al-Andalus tradussero dall’arabo all’ebraico opere di scienza, filosofia e linguistica, creando migliaia di nuovi termini. Viaggiatori, mercanti e rabbini usarono l’ebraico per comunicare con comunità ebraiche lontane; altri lo impiegarono nella corrispondenza privata e nei documenti commerciali.
A partire dal XVI secolo la lingua conobbe una nuova fase di sviluppo: vennero pubblicati il primo testo teatrale in ebraico, A Wedding Frolic, dell’autore italiano Judah Leone Ben Isaac Sommo, e il primo dizionario yiddish-ebraico.
Nel XVII e XVIII secolo comparvero i primi giornali in ebraico e si sviluppò una vivace cultura letteraria. Quando il sionismo politico emerse nel XIX secolo, l’ebraico disponeva già di quella che un linguista ha definito una completa «infrastruttura comunicativa»: era utilizzato nel giornalismo, nella letteratura, nella scienza e nell’istruzione, mentre piccoli gruppi di parlanti fluenti erano presenti in tutto il mondo ebraico.
Ciò che il sionismo realizzò fu qualcosa di diverso: trasformò l’ebraico parlato nella lingua di un’intera società, per la prima volta dopo quasi due millenni.
Per i dirigenti sionisti, l’ebraico era un elemento centrale del progetto di costruzione di una patria ebraica in Palestina. Costituiva uno strumento di edificazione nazionale: riportare l’ebraico all’uso quotidiano avrebbe contribuito a forgiare una nuova identità collettiva ebraica, sostituendo quelle che molti sionisti consideravano le lingue «deboli» e degradate dell’esilio — yiddish, ladino, giudeo-arabo e altre ancora.
Dalla lingua del movimento coloniale alla lingua del colonialismo
Ma la lingua di un movimento coloniale poteva trasformarsi soltanto in una lingua coloniale.
L’ebraico divenne la lingua dei coloni ebrei che non cercavano di integrarsi nella società palestinese esistente, bensì di sostituirla. Nel corso di questo processo, la lingua stessa si trasformò nell’ebraico israeliano moderno che conosciamo oggi: una lingua adattata alla vita contemporanea e destinata a soppiantare l’arabo palestinese come lingua dominante tra il fiume e il mare.
Questo progetto prese avvio con la sistematica rinominazione della Palestina dopo il 1948. I nomi arabi di circa 9.000 città, villaggi, fiumi, colline, sorgenti e altri luoghi geografici furono sostituiti da nomi ebraici. Al-Haram divenne Herzliya. Al-Bassa diventò Rosh Hanikra. Yafa fu trasformata in Yafo. Lyd in Lod. Yahudiyya in Yehud. Persino il nome arabo di Gerusalemme, Al-Quds, venne sostituito su numerosi cartelli stradali con “Urshalim”, un termine inventato e presentato come antica eredità storica.
Questa operazione non fu una semplice formalità amministrativa. Cambiò il modo in cui gli ebrei israeliani impararono a percepire il Paese che li circondava. Con la scomparsa dei nomi palestinesi da mappe, cartelli stradali e linguaggio quotidiano, anche la storia palestinese divenne invisibile.
L’ebraicizzazione, inoltre, non appartiene soltanto al passato.
Per decenni, in ebraico corrente, la Cisgiordania è stata indicata semplicemente come “i Territori”, un’espressione che occultava tanto l’occupazione quanto i palestinesi che vi vivevano. Benché molte aree della Cisgiordania si trovino ad appena venti chilometri da Tel Aviv, quella formula evocava un luogo remoto, indistinto e potenzialmente pericoloso.
Più recentemente, parallelamente alla radicalizzazione della società israeliana, l’espressione “i Territori” è stata progressivamente sostituita da “Giudea e Samaria”, la terminologia biblica cara al movimento dei coloni.
Per un ascoltatore privo di strumenti critici, il ricorso costante a “Giudea e Samaria” nel discorso pubblico suggerisce che siano gli ebrei ad avere il legame più profondo e autentico con quella terra. Se questo legame viene dato per scontato, appare naturale che gli ebrei abbiano il diritto di viverci. E se la loro presenza viene considerata legittima, allora anche il “trasferimento” delle comunità palestinesi che vi abitano può finire per apparire ragionevole.
In questo senso, il linguaggio contribuisce direttamente a legittimare il continuo processo di espropriazione del popolo palestinese.
La resistenza linguistica
I tentativi di mettere in discussione il carattere coloniale dell’ebraico non sono affatto nuovi.
Fin dagli inizi del sionismo — e ancor più dopo il 1948 — i palestinesi hanno avuto ben poche alternative se non imparare almeno un po’ di ebraico: per accedere ai servizi pubblici, trovare lavoro o orientarsi nel sistema scolastico.
A partire dalla fine degli anni Sessanta, e con ancora maggiore intensità dagli anni Ottanta, scrittori palestinesi hanno però iniziato a utilizzare l’ebraico non più soltanto come uno strumento pratico di sopravvivenza nello Stato ebraico, ma anche come mezzo di resistenza e di espressione politica.
Nel 1986 lo scrittore palestinese Anton Shammas pubblicò Arabesques, un romanzo scritto in ebraico che immagina un Israele post-sionista appartenente in egual misura a ebrei e palestinesi.
Per Shammas, scrivere in ebraico — lingua parte integrante della propria identità — rappresentava un gesto politico: rifiutarsi di consegnare l’ebraico al monopolio del sionismo.
Le sue intenzioni erano esplicite:
«Quello che sto cercando di fare… è de-ebraicizzare la lingua ebraica… renderla più israeliana e meno ebraica, riportandola così alle sue origini semitiche, al suo luogo. È parallelo a ciò che penso dovrebbe diventare lo Stato. Così come l’inglese appartiene a chi lo parla, anche l’ebraico appartiene a chi lo parla; allo stesso modo, lo Stato dovrebbe appartenere a chi vi abita.»
Il progetto di Shammas offre un punto di partenza per una domanda fondamentale: che cosa significherebbe decolonizzare l’ebraico?
In Israele-Palestina, la resistenza linguistica comincia con il ripristino dei nomi arabi — e in particolare di quelli palestinesi — nel linguaggio quotidiano, rifiutando il lessico ripulito imposto dallo Stato.
Dire Yafa invece di Yafo ricorda a chi ascolta che quella città è, prima di tutto, palestinese.
Parlare dei “Territori palestinesi occupati” invece che della “Cisgiordania” o dei “Territori” lascia ben poco spazio all’ambiguità, sia riguardo alla natura del dominio israeliano sia riguardo al popolo che vi vive.
Ma la scelta delle parole va oltre la semplice descrizione della violenza quotidiana subita dai palestinesi.
Significa anche ridefinire il rapporto stesso fra gli ebrei e la terra.
Invece di usare aliyah, termine che presenta l’immigrazione in Israele come un’ascensione spirituale dalla diaspora, chi adotta una prospettiva decoloniale può parlare semplicemente di immigrazione.
Allo stesso modo, invece di riferirsi a Israele come “la Terra”, espressione che implica una rivendicazione ebraica esclusiva, si può usare la formula più aperta e inclusiva “Israele-Palestina”.
Gli eufemismi del potere
Il carattere coloniale dell’ebraico si manifesta anche — e forse soprattutto — attraverso gli eufemismi. Le uccisioni mirate compiute dall’esercito israeliano contro palestinesi vengono definite “prevenzione mirata”, un’espressione che nasconde la loro reale natura: esecuzioni extragiudiziali. La resistenza palestinese, sia violenta sia non violenta, viene classificata come “violazione dell’ordine pubblico”, mentre chi vi prende parte, anche con modalità esclusivamente pacifiche, viene etichettato come terrorista.
Negli ultimi anni questa logica si è ulteriormente radicalizzata con l’espressione “terrorismo diplomatico”, utilizzata soprattutto per descrivere i tentativi palestinesi, in sede ONU, di ottenere il riconoscimento internazionale e la statualità. Anche la detenzione di palestinesi — compresi numerosi minori — senza processo viene attenuata attraverso la formula burocratica di “detenzione amministrativa”. La resistenza linguistica consiste dunque anche nel rifiutare questi eufemismi, che trasformano una violenza quotidiana in una normale procedura amministrativa, chiamando le cose con il loro nome: occupazione, pulizia etnica, resistenza, genocidio.
L’esperienza di Sabra
È precisamente questo il lavoro che oggi porta avanti Sabra, rivista fondata nel 2023. La pubblicazione raccoglie l’eredità di Anton Shammas e di altri artisti e intellettuali palestinesi che hanno scelto di scrivere in ebraico. I suoi collaboratori palestinesi raccontano in ebraico la vita dei palestinesi in Israele, in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, rivolgendosi direttamente ai lettori ebrei senza passare attraverso la mediazione — e i filtri — di editor e traduttori ebreo-israeliani. L’obiettivo è restituire ai palestinesi la possibilità di parlare con la propria voce, anche nella lingua dell’altro.
Un terreno di conflitto politico
La battaglia intorno all’ebraico si combatte anche nelle aule scolastiche. Tradizionalmente la lingua viene insegnata attraverso il modello dell’ulpan, un sistema fortemente nazionalista nato per preparare gli immigrati ebrei alla vita nello Stato di Israele. In pratica, gli ulpan — spesso finanziati dal governo israeliano — insegnano molto più della grammatica e del lessico: trasmettono una determinata visione della storia, della società e dell’identità nazionale. Presentando la narrazione sionista come un dato di fatto, i programmi tendono a far scomparire i palestinesi. Le mappe mostrano l’intero territorio compreso tra il fiume Giordano e il Mediterraneo come appartenente esclusivamente a Israele; i materiali didattici sono centrati quasi esclusivamente sulla vita quotidiana degli ebrei israeliani, mentre i cittadini palestinesi dello Stato risultano sostanzialmente assenti. L’insegnamento dell’ebraico diventa così uno strumento di consolidamento del progetto nazionale ebraico.
“This Is Not An Ulpan”
Negli ultimi anni, tuttavia, una nuova generazione di insegnanti e attivisti ha iniziato a mettere in discussione questo modello. Invece di fingere che l’ebraico possa essere separato dalla realtà politica di Israele-Palestina, questi educatori insegnano la lingua all’interno del suo contesto sociale e storico, rendendo espliciti i rapporti di potere che essa incorpora. Uno degli esempi più significativi è This Is Not An Ulpan (TINAU), una scuola alternativa di lingua attiva in Israele-Palestina. Nelle sue classi, lo studio dell’ebraico diventa l’occasione per discutere criticamente questioni politiche e sociali, consentendo a palestinesi, ebrei della diaspora e ad altri studenti di imparare la lingua senza dover aderire al quadro ideologico sionista.
Restituire spazio all’arabo
Gli educatori più radicali cercano inoltre di contrastare il predominio dell’ebraico sull’arabo palestinese. Sebbene dopo il 1948 l’arabo abbia formalmente mantenuto lo status di lingua ufficiale — in continuità con quanto previsto durante il Mandato britannico — le due lingue non sono mai state trattate come realmente equivalenti. L’ebraico è rapidamente diventato la lingua dominante dell’amministrazione pubblica, dell’università, dei tribunali e della vita istituzionale.
Le sentenze giudiziarie venivano pubblicate soltanto in ebraico; modulistica e procedure amministrative erano disponibili quasi esclusivamente in ebraico; per gran parte della storia dello Stato molti cartelli stradali erano redatti soltanto in ebraico e in inglese, perfino nelle città a maggioranza araba.
Solo dopo anni di pressioni esercitate dalle organizzazioni per i diritti delle minoranze e una sentenza della Corte Suprema, nel 2002 le autorità israeliane ampliarono l’uso dell’arabo nella segnaletica stradale. Anche il sistema universitario riflette questa gerarchia linguistica.
Tutte le undici università israeliane utilizzano l’ebraico come principale lingua d’insegnamento e, al di fuori dei dipartimenti di lingua e letteratura araba, praticamente nessun corso viene impartito in arabo. Questa supremazia di fatto è stata infine sancita anche sul piano legislativo. Nel 2018 la Legge sullo Stato-Nazione ha declassato l’arabo da lingua ufficiale a lingua dotata soltanto di uno “status speciale”. Il risultato è un ordine linguistico nel quale i palestinesi sono tenuti a conoscere l’ebraico, mentre pochissimi ebrei israeliani imparano l’arabo. Tra quella piccola minoranza che lo parla, molti lo hanno appreso durante il servizio militare o nei servizi di intelligence, come strumento per “conoscere il nemico”.
In questo contesto di apartheid profondamente militarizzato, imparare l’arabo diventa di per sé un atto politico. Da solo non può rovesciare i rapporti coloniali, ma costituisce una condizione necessaria per costruire relazioni più reciproche tra ebrei israeliani e palestinesi. Per questo scuole come This Is Not An Ulpan (TINAU) insegnano sempre più spesso l’arabo palestinese accanto all’ebraico, e questi programmi stanno suscitando un interesse crescente tra ebrei antisionisti e decoloniali, sia in Israele-Palestina sia nella diaspora.
Decolonizzare l’ebraico significa anche mettere in discussione il ruolo che la lingua occupa nell’identità ebraica contemporanea. Per quasi un secolo il sionismo ha fatto di Israele e dell’ebraico i principali punti di riferimento attraverso cui molti ebrei hanno imparato a pensare se stessi. Superare questa eredità implica costruire — o ricostruire — una forma di ebraicità radicata nelle lingue, nelle culture e nelle storie che il sionismo ha marginalizzato, un lavoro già avviato da numerosi movimenti impegnati nella valorizzazione dello yiddish e del ladino.
Naturalmente nulla di tutto questo, da solo, porrà fine al colonialismo o al genocidio. La lingua segue i rapporti di forza tanto quanto contribuisce a plasmarli. Tuttavia, il linguaggio è uno dei terreni sui quali si combatte il conflitto politico.
In Israele-Palestina come nella diaspora, attivisti, scrittori, insegnanti e semplici parlanti stanno già dimostrando che l’ebraico non è destinato a restare per sempre legato al progetto coloniale che lo ha modellato. Che lo si trasformi dall’interno, che se ne ripensi il rapporto con l’arabo palestinese e con il popolo palestinese, oppure che lo si sottragga al ruolo centrale che occupa nell’identità ebraica contemporanea, questo movimento ancora nascente dimostra che anche l’ebraico può essere trasformato una seconda volta.
* Raphael Mimoun si occupa di sionismo nel suo blog One Small Detail e ha pubblicato articoli e interventi sul Washington Post, Al Jazeera e la BBC. Fa parte di Tsedek!, collettivo francese di ebrei decoloniali, e di This Is Not An Ulpan, una scuola alternativa per l’insegnamento dell’ebraico in Israele-Palestina.

Sempre ho nel cuore il popolo palestinese. Anch'io dico: Signore fino a quando?". Perché nessuno dei potenti parla? Perché si…
Sono vicina al popolo palestinese. Unità a voi nella preghiera. Soffro con voi. Quando finirà? Il mondo che conta e…
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[…] dalla “devastazione che si è dispiegata davanti agli occhi del mondo”. ( https://bocchescucite.org/difendere-la-dignita-e-la-presenza-del-popolo-di-gaza/ ) Mai così espliciti e rinunciando…
Grazie per il vostro coraggio Perché ci aiutate a capire. Fate sentire la voce di chi non ha voce e…