Quando esco di casa, temo di non rivedere mai più la mia famiglia

Articolo pubblicato originariamente su The Electronic Intifada. Traduzione a cura della redazione di Bocche Scucite

Foto di copertina: Palestinesi nei pressi del corridoio di Netzarim, 27 gennaio 2025. Omar Ashtawy/APAimages

L’eleganza a Gaza è un lusso e, per la maggior parte del tempo, è impossibile da raggiungere.

Oggi sto partendo da Khan Younis, nel sud di Gaza, per incontrare il mio relatore a Deir al-Balah, nella sede temporanea dell’Università Al-Aqsa, per consegnare il progetto della mia tesi di master, e voglio essere elegante.

Voglio incontrarlo come una studentessa universitaria, perché vedo questo incontro come un passo verso la ricostruzione di ciò che nella mia vita è andato distrutto: la routine quotidiana, le infrastrutture scomparse, la vita universitaria devastata.

Ciò che per qualcuno fuori da Gaza potrebbe sembrare scontato — indossare un bel vestito e apparire in ordine — qui non lo è affatto.

Laviamo i vestiti a mano. Trasportiamo taniche d’acqua per farlo e mettiamo da parte soldi per il sapone. Lavare i vestiti a mano richiede ore. Poi, per stirarli, bisogna avere una batteria carica e pronta.

Mantenere un aspetto curato è un compito quotidiano estenuante, che richiede molti passaggi pianificati in anticipo.

Ma oggi mi sento pronta e inizio la giornata piena di energia.

Nella nostra casa di Khan Younis, dove sono nata e ho vissuto tutta la mia vita, indosso i miei abiti migliori — un cappotto beige chiaro e una sciarpa a quadri — e parto per Deir al-Balah.

La paura di non tornare

Nel momento in cui metto piede su via al-Bahr, vengo colpita dalla realtà. Le strade di Gaza sono uno shock per i sensi.

L’asfalto è sparito. Il marciapiede non è più un marciapiede, ma terra e detriti, un miscuglio di frammenti di cemento, spazzatura e macerie varie. Montagne di rovine si ergono ai lati di quella che un tempo era una strada.

Mi muovo tra i detriti come giocando a campana, scegliendo con attenzione dove appoggiare i piedi per evitare di sprofondare nelle pozzanghere. È una lotta disperata per mantenere puliti i miei vestiti, per conservare l’immagine di me stessa che avevo costruito mentre mi preparavo.

Poi c’è la paura. Dall’inizio della guerra, il solo pensiero di uscire da sola mi terrorizza: la possibilità di essere uccisa in un attacco israeliano e che nessuno trovi il mio corpo per giorni.

Quando sento i droni, immagino che stiano osservando la persona accanto a me, aspettando il momento di colpire. Ho l’incubo ricorrente che, se andassi a nord, verso Gaza City, Israele possa di nuovo separare il nord dal sud e io rimanga intrappolata lì, lontana dalla mia famiglia.

Aspetto che un’auto venga a prendermi. Vedo quella che ormai è diventata una scena comune: un rimorchio, o aqalah, agganciato dietro una macchina, che trasporta persone costrette ad aggrapparsi ai bordi per non cadere. Osservo i loro corpi sobbalzare violentemente a ogni buca della strada.

Ogni automobile che passa è un miracolo meccanico: vecchia, danneggiata, in funzione solo per pura fortuna. La maggior parte delle auto di Gaza è stata distrutta dagli attacchi israeliani, ed è più comune vedere carcasse bruciate, abbandonate o accatastate che veicoli ancora in movimento.

L’odore nell’aria è quello dell’olio da cucina — mescolato con benzina per far percorrere qualche chilometro in più alle auto — e mentre lo respiro soffoco leggermente.

Dopo un’ora intera di attesa tra vortici di polvere, sento svanire l’eleganza che avevo percepito prima.

Trovare un passaggio

Alla fine riesco a salire sul sedile posteriore di una Skoda stipata di persone, che traina anche un rimorchio pieno di altri passeggeri.

Accanto a me c’è una donna sui sessant’anni, la cui nipote tredicenne si è spostata sulle sue ginocchia per farmi spazio. Dall’altro lato c’è una studentessa di medicina che sussurra al telefono: «Manderò i referti appena arrivo in ospedale; sono ancora per strada».

All’improvviso l’auto si ferma e una donna sulla quarantina, il volto grondante di sudore e ansia, implora: «Fatemi sedere con voi; mia madre mi sta aspettando in ospedale».

In qualche modo riusciamo a farla entrare sul sedile posteriore, così ora siamo in cinque ammassate lì dentro. Guardo dal finestrino dietro di lei e vedo centinaia di persone in attesa di un’auto, con espressioni disperate sul volto.

Ogni volta che la macchina si ferma, qualcuno guarda dentro, si accorge che è piena e continua ad aspettare un passaggio.

L’auto fatica a ripartire, appesantita dal numero di passeggeri.

Una bomba a orologeria

Finalmente arriviamo all’incrocio di al-Aqsa, punto di raccolta delle auto che viaggiano tra Khan Younis e Deir al-Balah. Un tempo un taxi avrebbe potuto portarti fino a destinazione, ma ora il viaggio è spezzato tra più taxi o qualunque mezzo si riesca a trovare.

All’incrocio vedo asini e cavalli trainare carretti, e tende montate in ogni spazio libero disponibile. Questa zona un tempo sembrava più rurale, con distese verdi e terreni agricoli. Ma poiché la strada Salah al-Din è ora una “zona gialla” vietata, i nodi del trasporto si sono spostati altrove, in luoghi come questo, dove migliaia di persone convergono ogni giorno nel tentativo di spostarsi attraverso Gaza.

Cammino tra i carretti e le bancarelle del mercato, e ritrovo in un’altra auto la donna la cui madre è in ospedale. Mi siedo accanto a lei e mi racconta che sua madre ha il cancro ed è sottoposta a chemioterapia. Dice che in passato gli ospedali fornivano il trasporto ai familiari che accompagnavano i pazienti, ma che ora questo non accade più.

Il nostro viaggio continua e osservo ciò che scorre lungo la strada.

Vedo un ragazzo, appena dodicenne, trascinare nella sabbia un carretto di legno dalle ruote consumate. Sul retro c’è un serbatoio nero d’acqua e lui urla a squarciagola: «Acqua! Chi vuole comprare acqua?»

Lo guardo e vorrei gridare anch’io. Perché questo bambino deve vivere così?

Pochi istanti dopo vedo un altro bambino, non più grande di dieci anni, dentro un’auto blu malridotta che procede lentamente. Il veicolo è privo di paraurti e vetri; nylon e nastro adesivo tengono insieme la carrozzeria.

Poi vedo un tuk-tuk rosso arrugginito a tre ruote oscillare da un lato all’altro, senza tetto. Dei bambini sono aggrappati ai bordi esterni. Guardo quelle piccole mani strette al metallo.

In un’altra auto, accanto al conducente, sul sedile del passeggero, c’è una grande bombola del gas fissata con una catena di ferro.

Penso che sia una bomba a orologeria e distolgo lo sguardo.

Tiro fuori dalla borsa il lavoro della mia tesi e provo a rileggerlo. Il mio master è in geografia e la mia tesi riguarda le competenze cartografiche dei giovani di Gaza.

Ma faccio fatica a concentrarmi e tengo gli occhi chiusi per il resto del viaggio.

La mia destinazione

Sono uscita di casa alle otto del mattino e quando arrivo a Deir al-Balah è quasi mezzogiorno.

Estraggo dalla borsa delle salviette umidificate e pulisco scarpe e sciarpa, cercando di ricompormi, ma dopo quattro ore di viaggio è difficile.

Mentre cerco il mio professore, penso al dottor Wissam Issa, direttore del dipartimento di geografia dell’Università Al-Aqsa. È stato ucciso nel dicembre 2023. Mi manca il dottor Wissam; sarebbe stato lui a guidarmi nella tesi.

Penso anche alla mia amica Shahd, un’altra studentessa del master in geografia del mio corso. È stata uccisa insieme alla sua famiglia un anno e mezzo fa.

L’incontro con il mio relatore è breve, circa un’ora. Parliamo delle sfide che ci attendono: studiare geografia e tecnologia con risorse limitate e senza un accesso affidabile a internet o persino all’elettricità.

Verso le due del pomeriggio inizio il viaggio di ritorno verso Khan Younis, per assicurarmi di riuscire a rientrare prima del tramonto.

Ogni passo che compio verso il conseguimento di questa laurea lo considero ormai un tributo a coloro che abbiamo perso.

Lubna Ahmad Abu Sitta è una scrittrice di Gaza.

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