Lettere dal sud del Libano: Come possiamo creare vita dalla morte?

Articolo pubblicato originariamente su Raseef 22. Traduzione dall’arabo a cura della redazione di Bocche Scucite

La madre nasconde le sue preoccupazioni ai figli perché non vuole caricarli di alcun peso, a prescindere dall’età. La madre è sempre la stessa, non cambia.

Dalle storie per bambini alle storie degli adulti, la vita ci attraversa rapidamente senza che ce ne accorgiamo; dai denti da latte ai dolori del dente del giudizio, tutto sembra lieve di fronte ai dolori e alla paura di mia madre per il sud del Libano, dove non c’è fine alla melodia continua dell’uccisione.

Come possiamo creare vita dalla morte?

Il grande musicista Mozart confidò a sua moglie Constanze, durante la composizione del suo “Requiem”, che stava scrivendo quella musica per il proprio funerale, come mostrato nel film Amadeus che ne racconta la vita.

Forse allora sentiva che la fine si stava avvicinando, perché l’uccisione itinerante non colpisce un solo individuo: ci uccide tutti. Strappa l’anima in un istante di piena esondazione, un’anima di cui ignoriamo il proprietario, finendo per diventare tutti uguali davanti alla sete insaziabile dell’assassino.

Tornando a mia madre, lei condivide con me la tristezza invece di una tazza di caffè e una fetta di torta preparata da lei. I dettagli del rapporto cambiano, forse a causa di circostanze che si impongono nei bicchieri di tragedia da cui beviamo tutti come cittadini che volevano il diritto alla vita e cercano di ottenerlo. Si vendicano delle loro giornate felici e dei loro sorrisi, trasformando le lancette dell’orologio in un conteggio di morti e sostituendo il sorriso con il pianto e i volti sorridenti con volti di mummie riportate a una socialità apparente.

Non voglio scambiare informazioni con mia madre sull’aggressione e sulle uccisioni nel sud, ma vorrei chiederle la migliore ricetta dello “yogurt”, oppure un consiglio su come affrontare la relazione con i miei figli, o farmi portare in un viaggio della memoria in cui recuperi la mia “monelleria” d’infanzia.

La guerra ha violato tutto ciò che riguarda l’intimità e la confidenza tra me e mia madre, cambiando ogni cosa intorno a me. Il suono del telefono mi provoca ansia e il mio cellulare è diventato un “necrologio” che ha sostituito la “grazia” della tecnologia.

Il filosofo francese Henri Bergson si chiede il senso della vita e afferma: “Per l’esistenza cosciente, questo è un percorso fatto per cambiare, e cambiare significa maturare, e maturare significa creare continuamente se stessi”. Noi esseri umani, dunque, attraverso l’accumulo di coscienza, creiamo continuamente noi stessi. Ci rinnoviamo grazie all’istinto di sopravvivenza e continuità. Mettiamo al mondo figli affinché la vita continui.

E qui mi sorge la domanda più importante, a cui Bergson non risponderebbe: “Come possiamo creare vita dalla morte? Come posso sopravvivere mentre mia madre, che mi protegge con la sua anima, mi insegue con la morte?”. Nei suoi contatti quotidiani per rassicurarsi su di me, mi racconta di persone che non conosco, scomparse improvvisamente; narra le loro sofferenze, le loro ultime parole e le condizioni prima della morte, e l’orrore della perdita che hanno lasciato. Da due mesi non si stanca di riportare le notizie delle vittime la cui vita è stata strappata dalla macchina di morte israeliana.

E tra la sua premura per me, si insinua nella mia anima un peso che non riesco a respingere, come se vivessi quella perdita più volte senza conoscere i suoi protagonisti.

Karl Marx ritiene che “la dottrina materialista secondo cui gli esseri umani sono il prodotto delle circostanze e dell’educazione dimentica che sono le circostanze a cambiare gli esseri umani, e che l’educatore stesso ha bisogno di essere educato”.

Chi educa chi, oggi?

Io sto riciclando mia madre e i miei figli mi riportano all’innocenza a cui mi sono sempre aggrappata. Voglio gridare forte per rubare una vita da amare di nuovo, perché la mia vita non mi basta più, non è più adeguata a dare ciò che avevo sognato di dare, e mia madre, senza saperlo, mi restringe il respiro dell’anima.

Vorrei rubare il tempo a chi possiede le fabbriche degli orologi per fermare chi possiede le fabbriche del nostro destino, e tutto ciò che abbiamo conosciuto sulla questione se l’uomo sia libero o determinato vorrei che crollasse oggi fuori dal testo in cui siamo cresciuti e ci cadesse addosso fuori contesto.

Ci ribelliamo per oltrepassare la “linea” tracciata, il limite sociale che ci è stato imposto come dogma intoccabile. Cerchiamo di ribellarci per cadere in un vuoto tra il sacro immobile e la ricostruzione. E qui sento un desiderio irresistibile di invocare il caos contro il sistema, la macchina e il corpo, dopo aver sperimentato inerzia, indifferenza, sottomissione e accettazione.

Mi manca la bambina che diceva “no”.

Le notizie di morte sono esse stesse morte, o un invito ad essa, una deriva verso il nulla. Il contatto quotidiano con mia madre non mi dà più conforto, e gli elogi degli amici non significano più nulla. Mi vergogno della felicità: la guerra ha cambiato il mio concetto di sopravvivenza, sono diventata indifferente e la cura della salute è diventata secondaria.

Resta l’amore a tenermi in vita. La luce in mezzo al grande cimitero. Mi rinnoverò con i miei figli per salutare la vita nelle sue componenti drammatiche. È un ultimo appello che rivolgo a me stessa: rispondere alle telefonate che fanno paura per scacciare la paura dal cuore e assediare l’assedio, come disse Darwish in Elogio dell’ombra alta, dove la maschera è caduta dalla maschera e la verità di ciascuno è emersa.

A mia madre dico: “Togli questo peso dalle tue spalle, parla, urla, lamentati. Oggi io sono tua madre, figlia mia, e ti do un bacio sulla testa”.

Sarò una bambina che tiene la mano della madre, guidandola sulla strada, e si china a baciare la fronte della nonna che tiene il telefono come un legame di sangue che la protegge dal volto della morte.

Vorrei andare in un angolo lontano dai miei figli, lasciare che nella mia mente scorrano le ultime scene delle vittime come me le ha raccontate mia madre, e ascoltare le loro ultime parole e i loro gemiti lontano dalle telecamere dei telefoni e della televisione.

La morte è un ritorno al primo silenzio, al testo sacro indiscutibile, e a un’ultima solitudine che preserva la dignità del morto davanti alla durezza degli estranei.

La morte è un diritto che rivendico. Ci scrivo le più belle elegie. E a mia madre dico: togli questo peso dalle tue spalle, parla, urla e lamentati. Oggi io sono tua madre, figlia mia, e ti do un bacio sulla testa e sulla testa di coloro che ti hanno preceduta, come disse il poeta Sayyid al-‘Adaysi.

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