Target soccorritori, la dottrina Gaza applicata in Libano

Articolo pubblicato originariamente su Il Manifesto

Di Pasquale Porciello

Dodici operatori sanitari uccisi nel secondo attacco israeliano in poche ore contro strutture mediche. Ventisei morti dal 2 marzo

Sono dodici, tra personale medico e paramedico, i morti di Burj Qalaouiyah nel distretto di Bint Jbeil. Israele ha mirato e colpito il centro medico nel quale erano in servizio ieri. Dall’inizio di questa nuova fase della guerra in Libano, l’esercito israeliano ha ucciso già 26 operatori del settore sanitario in Libano secondo i dati del ministero della Salute e ne ha feriti 51. In un comunicato diramato ieri, il ministero ha denunciato la pratica di «prendere di mira ambulanze e squadre di soccorso mentre sono in servizio».

Ieri, aggiunge il ministero, si è trattato del secondo attacco sul settore medico in poche ore, dopo che un bombardamento aereo sul villaggio di Souaneh, nel sud del Libano, aveva colpito un centro paramedico, uccidendo due operatori e ferendone cinque. Una pratica non certamente nuova, quella di uccidere i soccorritori. Dal’8 ottobre 2023, quando la guerra in Libano è iniziata, al 27 novembre 2024, quando Israele ha firmato una tregua che ha violato oltre 10mila volte con Hezbollah, sono stati oltre 200 i soccorritori in servizio uccisi.

UNA DOTTRINA GAZA – dove l’esercito israeliano ha distrutto il 95% dei centri medici e degli ospedali e ha ucciso circa 1700 tra medici e operatori- applicata in Libano. I due anni di assedio della Striscia hanno infatti sdoganato ogni sorta di crimine contro l’umanità e lo hanno fatto sotto gli occhi del mondo intero.

In Libano sono in aumento gli attacchi alle strutture civili. Due professori dell’università libanese, l’unica pubblica in Libano, sono stati uccisi giovedì scorso nei pressi del campus a Hadath. E ieri un altro ponte sul fiume Litani, il ponte Zrarieh, è stato distrutto dall’esercito israeliano. Intanto continuano i bombardamenti su Beirut. Da giorni non è solo la Dahieh – l’area di Beirut sud in cui Hezbollah ha finora avuto i centri di comando nella capitale – ad essere sotto tiro. I bombardamenti si sono estesi dai quartieri meridionali della capitale a zone molto più centrali come quelle di Bachoura, Aisha Bakkar, Zuqaq el-Blat o Rauche, letteramente nel cuore della capitale libanese. Ieri mattina l’aviazione israeliana ha bombardato nuovamente il palazzo colpito il giorno prima a Nabaa, uno dei quartieri più poveri nel nord della capitale, uccidendo quattro persone.

Non si fermano i bombardamenti israeliani neanche sul sud, soprattutto nella zona di Tiro, Bint Jbeil e Marjayouneh, e sull’est del paese, nella valle della Beka’a. Hezbollah ha rivendicato lanci di razzi sul nord di Israele, nella zona di Haifa. Continuhano anche i combattimenti sul terreno, dopo che Israele ha optato per un’invasione di terra.

IL PORTAVOCE ARABOFONO dell’esercito israeliano Avichai Adraee ha accusato Hezbollah di trasportare materiale militare in camion civili nelle zone costiere del sud del Libano e ha avvertito che «tutti i camion che circoleranno nei pressi della costa si metteranno in pericolo, dato il posizionamento di Hezbollah nella zona». L’arteria costiera è l’autostrada più importante del Paese, collegandone il nord con il sud e passando per Beirut. Prendere di mira i camion civili in questo momento, potrebbe significare un’ulteriore stretta sugli approvvigionamenti alimentari e sui beni di prima necessità nelle aree meridionali, che nonostante gli ordini di evacuazione non sono affatto s vuotate.

IL NUMERO DEI MORTI in Libano dal 2 marzo a ieri è salito a 826, la maggior parte civili, secondo il ministero della salute libanese, e quello dei feriti ha superato i 2mila. Oltre 100 i bambini uccisi dall’esercito israeliano.

Lo stato e le ong locali e internazionali sentono fortissima la pressione che deriva dall’emergenza sfollati. I numeri ufficiali recensiscono oltre 800mila persone che hanno forzatamente dovuto abbandonare abitazioni e luoghi di residenza e che hanno ricevuto assistenza nei centri di accoglienza. Molti hanno trovato però rifugio tra parenti e amici, o sono riusciti ad affittare un appartamento. Un quinto del paese, si stima, oltre un milione di persone, è vittima diretta dell’emergenza sfollati. Tel-Aviv ha infatto ordinato lo sgombero forzato di circa il 14% del Paese: la zona della Dahieh (che da sola accoglie tra le 500 e le 700mila persone) e tutto il sud del Libano, non più dal fiume Litani, ma dal fiume Zohran, molto più a nord, a 40 km dal confine.

Con i forti tagli al terzo settore messi in atto da Trump il primissimo giorno del suo insediamento, il 20 gennaio 2025, questa volta i fondi per arginare la crisi sono molto meno rispetto all’emergenza del 2023-24, e ciò rappresenta un fattore di rischio elevatissimo per un’ulteriore destabilizzazione del paese.

LA PROPOSTA del presidente libanese Joseph Aoun di colloqui diretti con Israele è rimasta inascoltata. Il presidente francese Emmanuel Macron, che si sta spendendo molto, con scarsi risultati, ha abbozzato un accordo di non belligeranza tra i due paesi che prevede il riconoscimento da parte di Beirut dello stato di Israele e una demarcazione definitiva del confine.

Tuttavia, nei giorni scorsi sono state chiarite dal ministro della Difesa israeliano Katz le intenzioni di Israele, che vanno in tutt’altra direzione: l’ordine di estendere ed espandere le operazioni in Libano è già stato dato.

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