Articolo pubblicato originariamente su Arab48. Traduzione dall’arabo a cura della redazione di Bocche Scucite
Foto di copertina: Khirbat Ra’wiya nella Valle del Giordano
L’occupazione avvia la realizzazione di un muro di separazione all’interno della valle del Giordano, lungo 22 chilometri, che interrompe i collegamenti tra i villaggi palestinesi e le loro terre, tra ordini di demolizione e confisca di vaste aree; nell’ambito di un progetto militare noto come “Il filo cremisi” che isola circa 4500 ettari dai loro proprietari.
L’esercito di occupazione israeliano sta costruendo un nuovo muro di separazione nella zona settentrionale della Valle del Giordano, a non meno di 12 chilometri a ovest del confine giordano, in una mossa che isolerà i villaggi palestinesi dalle loro terre agricole e interromperà i collegamenti tra loro, secondo un modello simile al muro di separazione nella Cisgiordania occupata.
Il quotidiano “Haaretz” ha riferito che il progetto, che è già in fase avanzata di realizzazione, prevede la costruzione di un tratto lungo 22 chilometri e largo 50 metri nella parte settentrionale della valle del Giordano, mentre le forze di occupazione prevedono di demolire tutte le strutture e le infrastrutture situate lungo il percorso del muro, comprese case, stalle, serre, magazzini, tubature idriche, pozzi e aree agricole.
Il quotidiano ha affermato che questa parte è definita come “il tratto C” del progetto complessivo di separazione e isolamento dei palestinesi nella zona della pianura del Giordano, sottolineando che l’esercito non ha ancora presentato un piano completo del tracciato, nonostante le ripetute richieste.
Dopo soli dieci giorni dalla comunicazione ai residenti che l’esercito intendeva confiscare terreni palestinesi “per esigenze militari”, i rappresentanti dell'”amministrazione civile” hanno ordinato a cinque famiglie di demolire le loro strutture entro sette giorni, nella parte meridionale del tratto tra Ein Shibli (appartenente alla provincia di Nablus) e Khirbet A’tuf (una delle rovine del villaggio di Tamoun, appartenente alla provincia di Tubas), secondo quanto riferito dagli abitanti.
Il tratto previsto comprende un cordone circolare intorno al villaggio di Khirbat Yarza, un’area che si estende per circa 40 ettari e dove vivono 70 palestinesi che dipendono dall’allevamento di migliaia di capi di bestiame. Secondo il rapporto, gli abitanti temono che l’essere “circondati” comporti nuove restrizioni alla libertà di movimento e all’accesso alle scuole, alle strutture sanitarie, ai mercati e alle città della pianura, oltre che all’accesso dei greggi ai pascoli.
Il rapporto fa riferimento a un documento pubblicato alla fine di agosto e firmato dal comandante della zona centrale dell’esercito di occupazione, Avi Balot, secondo cui il nuovo muro di separazione fa parte di un progetto militare denominato “Il filo cremisi”.
Secondo il documento, il muro/barriera sarà una strada per le pattuglie, accompagnata da una “barriera naturale” in alcuni punti e da terrapieni e canali in altri. Alla domanda dell’esercito sulla “barriera naturale”, è stato risposto che si tratterà di una “recinzione” costruita dal Ministero della Sicurezza.
Il documento afferma che la larghezza della strada di sicurezza sarà di dieci metri, ai quali si aggiungeranno 20 metri di zone di “sicurezza” su entrambi i lati del percorso. Secondo il documento, l’obiettivo dichiarato del muro è quello di “impedire il contrabbando di armi e proteggere i coloni nella zona”, mentre si afferma anche che la presenza di edifici palestinesi vicino al percorso costituisce un “punto debole operativo” che ne richiede la rimozione.
Il documento aggiunge che le tende dei palestinesi e le strutture agricole “aumentano in modo significativo le possibilità di attività di sabotaggio” contro le forze dell’esercito lungo il percorso, e quindi la loro rimozione è definita come “una chiara necessità operativa di sicurezza”.
Il quotidiano ha citato una fonte di sicurezza israeliana secondo cui l’area comprende “circa 60 elementi costruttivi”, tra cui edifici semplici, tende, case di plastica e terreni agricoli, spiegando che “l’ente di coordinamento e collegamento” ha effettuato un’analisi per stimare l’entità dei danni previsti.
La fonte ha affermato che l’idea del muro/barriera è stata rafforzata dopo la sparatoria all’incrocio di “Meholah” nella pianura settentrionale dell’Giordano nel mese di agosto 2024, in cui è stato ucciso un colono di Beit She’an.
Secondo il rapporto, il nuovo muro si aggiunge a una serie di restrizioni già imposte alla circolazione dei palestinesi nella pianura del Giordano, tra cui cancelli di ferro chiusi sulle strade secondarie, il checkpoint di Tayasir chiuso a nord e il checkpoint di Hamra che causa lunghi ritardi ai veicoli palestinesi.
L’esperto di insediamenti Dror Etkas, dell’associazione “Karm Nabot” specializzata nel monitoraggio delle misure israeliane di controllo del territorio palestinese, ritiene che l’attuale fase del progetto “Filo cremisi” porterà alla separazione dei contadini e dei proprietari terrieri delle città di Tamoun, Tubas, Tiasir e Aqaba da vaste aree dei loro terreni, che raggiungono circa 4500 ettari, che si troveranno tra la strada Alon e il nuovo muro.
Gli ordini di sfratto e demolizione ricevuti dai residenti questa settimana sono arrivati dopo nove ordini militari di confisca dei terreni firmati da Balout il 28 agosto, ma comunicati ai residenti solo dopo circa tre mesi, quando sono stati affissi su pali, alberi e negli uffici di “coordinamento e collegamento” di Jenin.
I residenti, sorpresi dalla tempistica degli ordini, sono stati informati di avere sette giorni di tempo per presentare ricorso, ma due di questi giorni erano festivi e altri quattro erano stati caratterizzati da un “coprifuoco” nell’ambito della continua aggressione dell’occupazione nella zona, il che ha impedito loro di preparare i documenti richiesti.
L’area interessata dall’attuale ordine di espropriazione è di 109 ettari, la maggior parte dei quali di proprietà palestinese a Tubas e Tamoun, ad eccezione di circa 11 ettari classificati come “terreni demaniali”. L’avvocato Tawfiq Jabarin, che rappresenta la popolazione palestinese, ha spiegato di aver compreso la portata del progetto solo alla fine della scorsa settimana, durante un’udienza presso la Corte Suprema relativa ad altre cause di demolizione, quando il rappresentante dell’accusa ha chiesto l’annullamento dell’ordine di congelamento emesso lo scorso anno, sostenendo che “il motivo era diventato di sicurezza”.
Il giorno seguente, Jabarin ha presentato una prima obiezione alla costruzione del nuovo muro, sottolineando che il confine con la Giordania è già sufficientemente sicuro e che non ha senso pensare che un ulteriore muro o barriera all’interno della Cisgiordania possa impedire il contrabbando di armi.
Ha aggiunto che sono le comunità palestinesi ad aver bisogno di “protezione dalle ripetute aggressioni dei coloni”. Va notato che i villaggi dei pastori palestinesi e le città della pianura sono presenti nella zona da prima del 1948 e che molti di essi sono nati come estensioni stagionali dei villaggi ai piedi delle montagne prima di trasformarsi in insediamenti permanenti. La zona è abitata anche da beduini sfollati dal 1948 e da pastori che si sono spostati a nord dopo la riduzione dei loro pascoli a causa dell’insediamento nel sud della Cisgiordania dopo il 1967.
Attivisti e difensori dei diritti umani hanno affermato che il nuovo muro rappresenta un ulteriore passo avanti nella politica volta a svuotare la pianura del Giordano dei suoi abitanti palestinesi e nelle misure volte a “rafforzare il processo di annessione de facto” praticato da Israele.
Negli ultimi due anni, circa 500 palestinesi della zona settentrionale della Valle del Giordano sono stati costretti ad abbandonare le loro case a causa delle aggressioni dei coloni, tra cui quattro interi insediamenti con 300 persone e altri cinque insediamenti con 240 persone, secondo i dati dell’organizzazione B’Tselem.
Il rapporto evidenzia che le comunità rimaste nei loro territori incontrano quotidianamente difficoltà nell’accedere ai pascoli, sia a causa delle aggressioni dirette dei coloni, sia perché questi ultimi hanno messo le mani sulle risorse idriche e su vaste aree di pascolo. Gli agricoltori hanno inoltre difficoltà ad accedere ai propri terreni a causa della chiusura delle strade e della distruzione delle serre e delle linee di irrigazione.
Il rapporto ha chiarito che l’area compresa tra il nord della Valle del Giordano e il checkpoint di Hamra comprende sette insediamenti esistenti, oltre a 16 avamposti pastorali sotto forma di fattorie. La prima di queste fattorie è stata creata nel 2012, mentre nove sono state create tra il 2016 e il 2023 e sei negli ultimi due anni. Secondo le stime, il nuovo ostacolo aumenterà la pressione sui palestinesi e faciliterà la creazione di ulteriori insediamenti.
Il rapporto sottolinea che le politiche israeliane nella valle del Giordano, che si protraggono da decenni, hanno cercato di impedire lo sviluppo dei villaggi palestinesi nella zona, sia dichiarando vaste aree “zone di tiro”, o bloccando l’espansione urbana e privando i villaggi delle reti idriche ed elettriche, oltre alle restrizioni alla libertà di movimento imposte dall’inizio del millennio, che hanno limitato l’accesso ai palestinesi non registrati come “residenti della Cisgiordania”.
Il rapporto afferma che l’amministrazione civile ha continuato a demolire le semplici costruzioni che i palestinesi erigono senza permesso, a strappare i tubi di irrigazione e a confiscare le attrezzature agricole, nonché a multare i veicoli che trasportano acqua potabile ai villaggi, nel tentativo di costringere la popolazione a trasferirsi a ovest della strada Alon.
L’avvocato Jabarin ha affermato che la costruzione del nuovo muro invia un chiaro messaggio alla popolazione: deve spostarsi più a ovest e vivere nelle zone A e B sotto il controllo dell’Autorità civile palestinese.
L’esercito di occupazione ha affermato che il progetto ha una “chiara necessità militare” e che è destinato a “controllare e monitorare il traffico veicolare tra il confine orientale e la valle del Giordano, nonché tra questa zona e il resto della Cisgiordania”, con l’obiettivo dichiarato di “impedire il contrabbando di armi e sventare attacchi che potrebbero essere perpetrati da individui fuggiti in diverse zone”.

Sono vicina al popolo palestinese. Unità a voi nella preghiera. Soffro con voi. Quando finirà? Il mondo che conta e…
il soldato in questione è stato ricevuto in ambito isareliano in Italia credo anche una scuola ebraica a Milano ma…
[…] dalla “devastazione che si è dispiegata davanti agli occhi del mondo”. ( https://bocchescucite.org/difendere-la-dignita-e-la-presenza-del-popolo-di-gaza/ ) Mai così espliciti e rinunciando…
Grazie per il vostro coraggio Perché ci aiutate a capire. Fate sentire la voce di chi non ha voce e…
Vorrei sapere dove sarà l'incontro a Bologna ore 17, grazie