Dentro la Gaza Cinema Academy, una nuova generazione dietro la macchina da presa

Articolo pubblicato originariamente su The New Arab. Traduzione dall’inglese a cura della redazione di Bocche Scucite

Abbiamo parlato con i fondatori e gli allievi della Gaza Cinema Academy della creazione di uno spazio sostenibile per la formazione cinematografica, la produzione e lo scambio culturale palestinese, radicato a Gaza.

Di Mariana Hristova

«Siamo qui» è il messaggio alla base della Gaza Cinema Academy, presentata ufficialmente a livello internazionale alla 83ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia. L’obiettivo è fornire a una nuova generazione di cineasti palestinesi gli strumenti necessari per raccontare le proprie storie.

L’Academy è stata fondata dai cineasti palestinesi Mai Masri ed Ezzaldeen Shalh, con il sostegno di un gruppo di registi palestinesi, arabi e internazionali e di professionisti dell’industria cinematografica, tra cui la regista tunisina Kaouther Ben Hania, la regista palestinese Annemarie Jacir, gli attori palestinesi Hiam Abbass e Saleh Bakri, l’attore e regista egiziano-americano Ramy Youssef, la produttrice italiana Graziella Bildesheim e il professionista egiziano dell’industria cinematografica Alaa Karkouti.

A Gaza, dove l’elettricità è scarsa, reperire attrezzature è difficile e gli spostamenti sono fortemente limitati nel contesto del genocidio e dell’assedio israeliano, le condizioni di base per realizzare film restano profondamente incerte. Allo stesso tempo, mentre Gaza viene documentata attraverso una quantità senza precedenti di immagini, emerge una domanda ancora più fondamentale: chi può impugnare la macchina da presa e chi può raccontare la storia?

È da questa tensione che nasce la Gaza Cinema Academy.

Presentata ufficialmente a livello internazionale in concomitanza con un evento alla Mostra del Cinema di Venezia dedicato alla seconda edizione del Gaza International Festival for Women’s Cinema, l’Academy vuole creare qualcosa di più duraturo di una semplice serie di workshop: uno spazio sostenibile per la formazione cinematografica, la produzione e lo scambio culturale, radicato a Gaza.

«Un bisogno molto più grande»

Le sue origini risalgono a circa due anni fa, quando la regista e docente Mai Masri ed Ezzaldeen Shalh, che dirige anche il Gaza International Festival for Women’s Cinema, iniziarono a discutere di come creare per i giovani del territorio assediato un vero percorso di accesso alla cinematografia.

«Abbiamo concordato sul fatto che i giovani di Gaza avessero bisogno di qualcosa di più di workshop occasionali; avevano bisogno di un vero percorso formativo che potesse fornire loro conoscenze, strumenti e continuità», racconta Mai a The New Arab.

Il primo passo è stato un Diploma in Filmmaking, concepito anche come una verifica pratica della possibilità di realizzare un progetto così ambizioso nelle condizioni di Gaza. Gli organizzatori si sono presto resi conto che la domanda era molto più ampia di quanto un corso breve potesse soddisfare.

«Durante il diploma abbiamo visto l’enorme passione degli allievi, sia uomini sia donne», ricorda Ezzaldeen.

«Abbiamo anche capito che il bisogno era molto più grande di quello che un corso di formazione destinato a concludersi dopo alcuni mesi avrebbe potuto soddisfare». Quell’esperienza ha portato alla nascita della Gaza Cinema Academy. Per Ezzaldeen, fondare una scuola di cinema nel pieno di una guerra devastante non è una contraddizione, ma è proprio la ragione per farlo adesso.

«Può sembrare insolito istituire un’accademia di cinema a Gaza in uno dei momenti più duri che il nostro popolo sta vivendo, ma per me è proprio questo a rendere necessaria la sua esistenza», afferma. «La guerra non distrugge soltanto gli edifici; minaccia anche la memoria, le immagini e le storie». L’ambizione centrale dell’Academy, dunque, non è semplicemente insegnare competenze tecniche. È trasformare i giovani palestinesi da soggetti delle immagini in autori delle proprie immagini.

«C’è una generazione che sta vivendo un’esperienza eccezionale ed estremamente dolorosa», prosegue Ezzaldeen, «ed è importante che possieda le conoscenze e gli strumenti che le permettano di raccontare le proprie storie, invece di lasciare che Gaza rimanga sempre una storia raccontata da altri».

Mai, la cui lunga carriera nel cinema palestinese si è concentrata sui temi della memoria, dell’identità e dell’esperienza umana, attribuisce all’immagine un significato altrettanto ampio.

«Sono arrivata a credere che l’immagine possa essere uno strumento per preservare la memoria e opporsi alla sua cancellazione», racconta.

«I giovani di Gaza stanno vivendo oggi un’esperienza estremamente dura, ma allo stesso tempo hanno storie, prospettive ed energie creative che meritano di arrivare al cinema e al mondo».

Questa distinzione – tra registrare gli eventi e creare cinema – è importante per entrambi i fondatori. L’Academy non vuole produrre un flusso infinito di immagini della distruzione. Vuole formare cineasti capaci di guardare oltre ciò che è immediatamente spettacolare, per trovare storie nella vita quotidiana, nella memoria, nelle relazioni e nei dettagli.

«Non vogliamo che il cinema a Gaza si limiti a documentare la tragedia, nonostante l’importanza di farlo», chiarisce Ezzaldeen.

«Vogliamo che esista una vera vita cinematografica: formazione, produzione, film, festival e nuove generazioni capaci di creare un cinema palestinese che porti la loro esperienza al mondo».

Imparare a guardare

Per gli allievi che hanno frequentato il primo diploma, l’Academy rappresenta qualcosa di più immediato: l’opportunità di acquisire un linguaggio al quale spesso si erano avvicinati ai margini del giornalismo e dei media.

Raghda Al-Buhaisi è arrivata con una laurea in Giornalismo e Media conseguita presso l’Università Islamica di Gaza e anni di esperienza nella stampa, nella radio, nel giornalismo visivo e nel coordinamento dei media. Il suo passaggio al cinema è iniziato con una fotografia. «Ho deciso di iscrivermi al programma di diploma dopo aver realizzato un reportage fotografico di interesse umano – il mio primo approccio al mondo della fotografia», racconta. «Volevo saperne di più sul settore e affinare le mie competenze, soprattutto nella regia».

Per Raghda, l’attrattiva del cinema risiede anche nella sua capacità di comunicare al di là delle strutture convenzionali dell’informazione. «Ho capito che questo era il modo ideale per trasmettere il nostro messaggio di palestinesi – che viviamo sotto assedio, genocidio e distruzione ancora oggi – attraverso un linguaggio diretto capace di raggiungere la mente e il cuore degli spettatori di tutto il mondo, facendo sapere loro: “Siamo qui”».

Il programma le ha fornito le basi della realizzazione cinematografica – dalla fotografia alla scelta delle inquadrature, dalla sceneggiatura alla produzione e alla regia – rendendo meno astratto il passaggio da un’idea a un film vero e proprio.

«Durante gli studi e il lavoro sul campo ho acquisito numerose competenze – come l’arte della cinematografia, comprese le angolazioni, la scelta delle inquadrature e la comprensione di ciò che funziona meglio davanti alla macchina da presa», spiega.

«Ho anche imparato a concepire, sviluppare e perfezionare un’idea, a scrivere una sceneggiatura e a gestire i processi di produzione, realizzazione e regia».

Manar Abu Sha’ira, un’altra allieva con una laurea nel settore dei media e un’esperienza in televisione, radio e giornalismo, è arrivata al programma con un interesse affine ma distinto: utilizzare il racconto per immagini per avvicinarsi a vite che altrimenti rischierebbero di rimanere invisibili.

«Amo il cinema, ma per me fare cinema non significa soltanto arte», racconta. «Mi interessa anche documentare la realtà che mi circonda e raccontare storie che altrimenti potrebbero rimanere invisibili».

Manar, tuttavia, è consapevole del rischio di ridurre quella realtà a immagini di sofferenza. «Voglio imparare a raccontare queste storie in modo onesto e umano, senza limitarmi a mostrare la sofferenza», dice. «Voglio mostrare le persone, le loro esperienze, la loro resilienza e i piccoli dettagli della vita quotidiana». Questa attenzione al guardare e all’ascoltare prima di filmare è fondamentale nell’approccio dell’Academy. «Una delle cose più importanti per me è che gli studenti imparino prima a vedere e ad ascoltare, e solo dopo a filmare», afferma Manar. «Il cinema non è semplicemente la conoscenza tecnica di una macchina da presa o di un software di montaggio; è una relazione con le persone, i luoghi, la memoria e i dettagli». Ezzaldeen sottolinea una distinzione analoga. L’Academy, spiega, insegnerà a fare cinema «come un processo integrato, non semplicemente come il modo di utilizzare una macchina da presa».

Gli studenti impareranno a individuare un’idea, svilupparla in un soggetto e in una sceneggiatura e attraversare tutte le fasi della realizzazione cinematografica. Ma l’obiettivo più profondo è coltivare un punto di vista individuale. «Avere una macchina da presa non significa necessariamente essere un cineasta», afferma. «Per noi è importante che gli allievi imparino a osservare, fare ricerca, sviluppare il proprio punto di vista e utilizzare il linguaggio cinematografico per esprimerlo». Altrettanto importante è l’insistenza sulla pratica. Durante il diploma, gli studenti non si sono limitati alle lezioni, ma hanno dovuto realizzare dei film.

«Vogliamo quindi che gli studenti lavorino a film e progetti reali e imparino attraverso l’esperienza, gli errori e il lavoro collaborativo, anziché soltanto attraverso le lezioni», spiega Mai. Per Manar, questa componente pratica risponde a una difficoltà personale comune a molti cineasti agli inizi: sapere cosa si vuole dire, ma non sapere ancora come fare in modo che il pubblico riesca a vederlo.

«A volte posso avere un’idea in testa, ma faccio fatica a tradurla visivamente. Spero che l’Academy mi aiuti a superare questa difficoltà attraverso la pratica e i feedback», dice.

Donne dietro la macchina da presa

La scelta di concentrarsi inizialmente sulle giovani donne e sulle nuove voci nasce in parte dall’esperienza di Mai ed Ezzaldeen con il Gaza International Festival for Women’s Cinema, ma riflette anche una convinzione più ampia: la rappresentazione non può limitarsi a mettere le donne davanti alla macchina da presa.

«Per le giovani donne di Gaza credo ci sia un bisogno ancora maggiore di creare opportunità per loro, non soltanto per apparire davanti alla macchina da presa, ma per stare dietro di essa, scrivere, dirigere, girare e realizzare i propri film», afferma Mai. Ezzaldeen descrive la stessa ambizione in termini di chi abbia il diritto di determinare lo sguardo cinematografico.

Attraverso il lavoro con il festival cinematografico femminile, spiega, sono diventati sempre più consapevoli «dell’importanza di aprire maggiori spazi alle donne, non soltanto perché siano soggetti dei film, ma perché diventino le persone dietro la macchina da presa, prendano decisioni, definiscano la visione e raccontino le proprie esperienze dal loro punto di vista».

L’Academy, tuttavia, non è un’istituzione esclusivamente femminile. La sua missione dichiarata è creare opportunità per giovani donne e uomini, con particolare attenzione a coloro che in precedenza non hanno avuto accesso alla formazione cinematografica professionale.

Mai considera questo obiettivo parte di uno sforzo più ampio per consentire a prospettive nuove e diverse di emergere da Gaza.

«Vogliamo dare a una nuova generazione di giovani donne e uomini l’accesso alle conoscenze cinematografiche e aiutare a far emergere nuove voci capaci di presentare Gaza e la Palestina attraverso prospettive diverse, personali e umane».

Le preferenze cinematografiche degli stessi allievi suggeriscono il tipo di cinema che potrebbe emergere da questo approccio.

Raghda è particolarmente attratta dal cinema documentario per il suo rapporto diretto con la realtà. «Credo sia forse il mezzo più capace di trasmettere un messaggio», sostiene.

I suoi gusti estetici, tuttavia, non sono esclusivamente giornalistici: presta attenzione ai colori, agli effetti naturali, ai primi piani e alla forza espressiva della presenza umana non costruita.

«Una persona che appare naturale e spontanea è più potente di qualsiasi effetto speciale quando si tratta di trasmettere un messaggio o un’idea», spiega. «Sono attratta dai primi piani e amo i dettagli che nascondono elementi importanti e capaci di emozionare».

Manar, invece, predilige «un cinema realistico e incentrato sull’essere umano», soprattutto film che sembrano semplici ma contengono significati più profondi.

«Mi piacciono i documentari e i film che mi fanno sentire vicina ai personaggi e alle loro esperienze reali», racconta. «In generale, sono influenzata dai cineasti che si concentrano su una narrazione autentica, sulle emozioni reali e sui piccoli dettagli, invece di affidarsi soltanto alle scene drammatiche».

C’è una notevole convergenza. L’Academy nasce nel mezzo di una realtà storica travolgente, ma i cineasti che vi si stanno formando non sono interessati soltanto alla storia nella sua dimensione più monumentale. Guardano piuttosto ai volti, ai dettagli, alle esperienze quotidiane e agli spazi tra i grandi eventi.

Fare cinema quando mancano le condizioni di base

Naturalmente, le ambizioni dell’Academy si scontrano con una realtà pratica brutale. Nella maggior parte delle scuole di cinema, poter disporre di un’aula funzionante, dell’elettricità, di internet, di computer per il montaggio e di macchine da presa sarebbe quasi scontato. A Gaza, ognuno di questi elementi può trasformarsi in un ostacolo significativo.

«Ogni dettaglio che in qualsiasi altra scuola di cinema del mondo potrebbe essere ordinario diventa qui una sfida quotidiana: la sede, l’elettricità, l’accesso a internet, i trasporti, le attrezzature e persino la possibilità per studenti e formatori di raggiungere il luogo della formazione», afferma Ezzaldeen. Il problema non è soltanto che le attrezzature siano costose, ma anche che farle arrivare a Gaza può essere estremamente difficile. L’Academy ha bisogno di macchine da presa, obiettivi, tecnologie per il suono, illuminazione, sistemi di montaggio e dispositivi di archiviazione, mentre le risorse già disponibili sono state decimate dalla distruzione e dagli sfollamenti.

Raghda descrive la situazione dal punto di vista degli allievi: «Ci mancano la logistica e gli strumenti necessari per svolgere il nostro lavoro di cineasti; i nostri computer sono ormai usurati e non abbiamo macchine da presa: la maggior parte delle nostre attrezzature è andata perduta sotto le macerie, è stata danneggiata o è stata abbandonata durante gli sfollamenti».

C’è poi un altro ostacolo che non può essere risolto semplicemente acquistando tecnologia. «Le persone qui non sono disposte a parlare o a interagire; hanno perso la voglia di vivere», racconta Raghda.

«Sono concentrate sulla necessità di procurarsi i beni di prima necessità e non hanno voglia di parlare. Sentono che il mondo le ha abbandonate». Per un cineasta che cerca di documentare l’esperienza umana, questo crea difficoltà etiche ed emotive. La macchina da presa può essere pronta, ma la persona che si trova davanti all’obiettivo potrebbe non esserlo.

«È una grande sfida», afferma, «avere a che fare con qualcuno che ha perso tutto, mentre il mondo non mostra alcuna solidarietà». Manar indica vincoli più generali: «Ci sono limitazioni negli spostamenti, nell’elettricità e nelle attrezzature e, a volte, persino trovare luoghi o persone adatti alle riprese è difficile». La risposta dell’Academy è necessariamente pragmatica. Ha imparato a non aspettare il ritorno alla normalità. «La nostra esperienza nell’ultimo periodo ci ha insegnato a non aspettare condizioni ideali», afferma Ezzaldeen, «perché se le aspettiamo a Gaza, potremmo non iniziare mai».

Gli organizzatori stanno invece cercando di costruire l’Academy gradualmente, utilizzando tutte le risorse disponibili e sviluppando al contempo collegamenti con cineasti e istituzioni al di fuori di Gaza. Mai sottolinea che la rete internazionale non deve sostituire la presenza dell’Academy a Gaza.

«Per me è molto importante che l’Academy rimanga radicata a Gaza e che i giovani che si trovano lì restino al centro del progetto», afferma. «Allo stesso tempo, dobbiamo aprire per loro delle finestre sul mondo attraverso formatori, cineasti, istituzioni e festival che possano collaborare con noi». Questo modello sarà probabilmente centrale per la sopravvivenza dell’Academy. Non è né completamente locale né un programma esterno imposto a Gaza. Gli organizzatori immaginano piuttosto una struttura nella quale formazione e risorse possano circolare in entrambe le direzioni.

«La sostenibilità non sarà raggiunta soltanto attraverso il sostegno finanziario, per quanto questo sia essenziale», afferma Mai.«Richiede anche la costruzione di una rete di relazioni, collaborazione e scambi a lungo termine, affinché i cineasti di Gaza sentano di far parte di una comunità cinematografica più ampia e che la distanza e il blocco non debbano necessariamente significare isolamento culturale».

Da Gaza a Venezia – e ritorno

La decisione di presentare l’Academy per la prima volta sulla scena internazionale alla Mostra del Cinema di Venezia è stata quindi deliberata. Per Ezzaldeen, il simbolismo è importante.

«Abbiamo scelto Venezia per l’annuncio internazionale della Gaza Cinema Academy perché volevamo che questa iniziativa si spostasse da Gaza verso uno spazio cinematografico internazionale», spiega, «e per dire che Gaza, nonostante tutto ciò che sta accadendo, è ancora capace di produrre iniziative culturali e cinematografiche e di pensare al futuro».

Il lancio è stato accompagnato da un evento dedicato alla seconda edizione del Gaza International Festival for Women’s Cinema. Le due iniziative condividono lo stesso ecosistema, ma rimangono distinte: una si concentra sulla formazione, sull’istruzione e sulla produzione; l’altra sulla creazione di una piattaforma per film e cineasti.

Il legame tra le due è tuttavia diretto. Una scuola di cinema può insegnare a realizzare film, mentre un festival può offrire a quei film una piattaforma per essere visti.

«Per me questo è il legame più profondo tra l’Academy e il festival: aiutare a realizzare i film e poi aiutare quei film a trovare la strada verso il pubblico e verso il mondo», afferma Mai.

La seconda edizione del festival è in fase di sviluppo come prosecuzione più ampia dell’esperienza inaugurale, con opere di fiction, documentari e sceneggiature, insieme a una presenza più forte di cineaste e partecipanti provenienti da diverse parti del mondo.

Per Ezzaldeen, portare entrambe le iniziative nello spazio cinematografico internazionale significa in ultima analisi rifiutare l’idea di vedere Gaza soltanto attraverso il vocabolario della distruzione.

«Non vogliamo che il cinema a Gaza si limiti a documentare la tragedia», ripete. «Vogliamo che esista una vera vita cinematografica». In un altro contesto, questa aspirazione potrebbe sembrare modesta. A Gaza è tutt’altro. Per Raghda, il desiderio di fare film è inseparabile dalla necessità di affermare la presenza palestinese. La sua prima esperienza fotografica l’ha condotta verso il cinema proprio perché vi ha visto un modo per raggiungere persone al di là della geografia immediata di Gaza.

Ora il suo obiettivo è continuare a sviluppare le competenze acquisite e, un giorno, «affermare il mio nome in questo settore, sia a livello locale sia internazionale». Le ambizioni di Manar sono più intime, ma altrettanto radicate nel futuro. Vuole acquisire maggiore sicurezza, esperienza pratica e la possibilità di imparare da altri cineasti e dai suoi colleghi. Il suo interesse cinematografico si concentra sull’intimo più che sullo spettacolare: «storie semplici» con «significati più profondi», emozioni autentiche e piccoli dettagli.

I fondatori dell’Academy scommettono sul fatto che siano proprio queste prospettive individuali ciò di cui il cinema palestinese ha bisogno. «Gaza ha artisti, cineasti e giovani con sogni, immaginazione e desiderio di fare film», afferma Mai. «È importante che siano loro stessi a impugnare la macchina da presa e a raccontare le proprie vite attraverso i propri occhi». Per Ezzaldeen, è questo il motivo per cui l’Academy deve esistere adesso, senza aspettare un momento meno impossibile. «Continuare a insegnare cinema all’interno di Gaza non è un lusso culturale», afferma. «Fa parte della protezione della memoria e della possibilità di dare a una nuova generazione gli strumenti per esprimersi».

La Gaza Cinema Academy nasce quindi non da una posizione di stabilità, ma dall’incertezza. Le sue aule, le sue attrezzature e il suo futuro restano soggetti a circostanze che vanno ben oltre il controllo dei suoi organizzatori.

Eppure, la sua proposta di fondo è straordinariamente concreta: che anche nel mezzo della devastazione, la formazione cinematografica possa creare qualcosa che la distruzione non riesca facilmente a cancellare – la capacità di guardare, ascoltare, immaginare e, infine, dire attraverso le proprie immagini: siamo qui.

Mariana Hristova è critica cinematografica freelance, giornalista culturale e programmatrice. Collabora con testate nazionali e internazionali e ha curato programmi per la Filmoteca de Catalunya, l’Arxiu Xènctric e il goEast Wiesbaden, tra gli altri. I suoi interessi professionali comprendono il cinema delle periferie europee e i film d’archivio e amatoriali.

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