Articolo pubblicato originariamente su The Electronic Intifada. Traduzione dall’inglese a cura della redazione di Bocche Scucite
Di Rod Such
Foto di copertina: La polizia blocca l’accesso all’edificio del *New York Times* a Manhattan durante una manifestazione per chiedere il cessate il fuoco a Gaza, febbraio 2024. Cristina Matuozzi, SIPA USA
A quasi tre anni dall’inizio del genocidio a Gaza, molti fruitori dei media mainstream sono rimasti sconcertati da una copertura lacunosa e unilaterale delle atrocità perpetrate dall’esercito israeliano. Per ottenere informazioni essenziali hanno quindi cercato altrove fonti più affidabili.
Due libri pubblicati di recente — The Complicit Lens: US Media Coverage of Israel’s Genocide in Gaza, di Robin Andersen, e How to Sell a Genocide: The Media’s Complicity in the Destruction of Gaza, di Adam H. Johnson — meritano di essere letti, consigliati e citati il più ampiamente possibile.
Le due opere offrono prospettive e punti di forza differenti. Letti insieme, costituiscono una critica completa, dettagliata e devastante del sistema mediatico dominante negli Stati Uniti. Quelli che vengono definiti, a seconda dei casi, media aziendali, media dell’establishment, media mainstream o, più recentemente, legacy media, con la loro copertura vergognosa del genocidio in corso a Gaza condotto da Israele con il sostegno degli Stati Uniti, hanno messo in luce un radicato intreccio di pregiudizi, propaganda e razzismo anti-palestinese.
Entrambi gli autori sono riconosciuti per la loro competenza nell’analisi della copertura mediatica statunitense della lotta di liberazione palestinese. Robin Andersen è professoressa emerita di Media Studies alla Fordham University e fa parte del consiglio direttivo di Fairness and Accuracy in Reporting (FAIR). Adam H. Johnson è analista dei media, collaboratore di FAIR e co-conduttore del podcast Citations Needed.
L’introduzione a The Complicit Lens, firmata dallo storico palestinese-statunitense Rashid Khalidi, e la prefazione a How to Sell a Genocide, scritta dall’avvocata e studiosa palestinese-statunitense di diritto internazionale e diritti umani Noura Erakat, chiariscono fin da subito quale sia la posta in gioco nelle conclusioni raggiunte dai due volumi.
Khalidi sottolinea il ruolo svolto dai redattori e dai giornalisti del New York Times — il cosiddetto «giornale di riferimento» degli Stati Uniti — nel tentativo di offuscare la realtà del genocidio a Gaza e di consolidare il sostegno all’operato di Israele. Erakat si spinge oltre, sostenendo che i dirigenti delle grandi aziende mediatiche potrebbero e dovrebbero essere chiamati a rispondere penalmente ai sensi dell’articolo IV della Convenzione sul genocidio, che attribuisce responsabilità per il genocidio non solo ai funzionari pubblici, ma anche ai privati cittadini.
I lettori di The Electronic Intifada conoscono già le false narrazioni sulle atrocità diffuse dai media aziendali, come le storie infondate dei neonati decapitati o degli stupri di massa attribuiti al 7 ottobre 2023. Entrambi i libri, tuttavia, offrono nuovi elementi per comprendere il ruolo svolto dai media e lo collocano in una prospettiva storica più ampia. Andersen, ad esempio, ricorda che l’accusa dell’uccisione di bambini costituisce da tempo un classico espediente propagandistico, utilizzato già durante la Prima guerra mondiale e riproposto, più recentemente, in occasione della prima guerra del Golfo.
Parole proibite
Meno note, ma altrettanto dannose per la credibilità dei media aziendali, sono le istruzioni esplicite impartite a giornalisti e redattori su come inquadrare la vicenda, quali parole e formulazioni fossero consentite e quali invece dovessero essere evitate. Andersen e Johnson mettono in luce le conseguenze di queste direttive: giornalisti intimiditi o licenziati e un’opinione pubblica privata di un’informazione adeguata.
Tra le parole da evitare figuravano «genocidio», «pulizia etnica» e perfino «territori occupati», secondo una direttiva editoriale del New York Times. Un memorandum interno, firmato dal responsabile degli standard editoriali e dal direttore della sezione esteri del quotidiano, prescriveva inoltre di non utilizzare termini come «carneficina», «strage» e «massacro» in riferimento alle vittime palestinesi.
Andersen osserva che tra il 7 ottobre e il 24 novembre 2023 la parola «massacro» è stata impiegata 53 volte per descrivere gli israeliani uccisi da palestinesi, ma una sola volta in riferimento ai palestinesi uccisi dall’esercito israeliano.
Un elemento particolarmente significativo, rilevato da entrambi gli autori, riguarda una direttiva interna della CNN, rivelata per la prima volta da The Intercept, che imponeva di sottoporre tutti i servizi relativi al conflitto all’ufficio di Gerusalemme dell’emittente, sottoposto alla supervisione della censura israeliana.
Anche la BBC e altri organi di informazione britannici hanno mostrato analoghi squilibri, al punto da spingere otto giornalisti dell’emittente a sottoscrivere una lettera di protesta. I firmatari denunciavano che la BBC riservava termini come «massacro» e «atrocità» esclusivamente alle azioni di Hamas, mentre i bombardamenti israeliani avevano già causato la morte di oltre 14.500 palestinesi, tra cui almeno 6.000 bambini. Gli otto giornalisti scelsero di rimanere anonimi per timore di ritorsioni.
Altrettanto importante, per i media mainstream, era cancellare il contesto storico, come se la storia fosse iniziata il 7 ottobre 2023. Vietando, ad esempio, qualsiasi riferimento ai «territori occupati», il New York Times eliminava di fatto ogni contesto storico dell’offensiva di Hamas.
Come osserva Andersen, i media dell’establishment hanno descritto l’attacco del 7 ottobre come «senza precedenti» e «non provocato», come se non fosse stato preceduto — e non fosse ancora in corso — un assedio di Gaza durato diciassette anni; come se il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu non si fosse presentato poco prima alle Nazioni Unite con una mappa di Israele comprendente la Cisgiordania occupata e la Striscia di Gaza; come se le operazioni di punizione collettiva condotte da Israele contro la popolazione di Gaza non si fossero già verificate nel 2008-2009, nel 2012, nel 2014 e durante la Grande Marcia del Ritorno iniziata nel 2018.
Raramente la copertura dei media mainstream richiama la Nakba del 1948 — l’espulsione violenta di centinaia di migliaia di palestinesi dalla loro terra — nonostante la maggior parte degli abitanti di Gaza discenda proprio da quelle comunità sradicate dalla conquista sionista e tuttora private del diritto al ritorno.
Andersen mostra inoltre come i media dell’establishment abbiano applicato questa rimozione storica perfino agli eventi del 7 ottobre, omettendo di riferire sulla cosiddetta Direttiva Hannibal. Tale dottrina militare, introdotta nel 1986, autorizza i comandanti israeliani a ricorrere alla forza letale per impedire la cattura di soldati israeliani.
Un’inchiesta di Al Jazeera English, pubblicata nel marzo 2024, ha concluso che la Direttiva Hannibal fu applicata il 7 ottobre per impedire la cattura di ostaggi, militari e civili, circostanza che potrebbe spiegare molte delle vittime civili israeliane di quella giornata. Alla stessa conclusione è giunto il quotidiano israeliano Haaretz, che in un’inchiesta del luglio 2024 ha riferito che Israele ordinò ai comandanti di aprire il fuoco su qualsiasi veicolo diretto verso il confine con Gaza, bombardando indiscriminatamente l’area. Nonostante ciò, i principali media statunitensi hanno sostanzialmente ignorato l’applicazione della direttiva.
Le voci palestinesi escluse
La cancellazione del contesto storico è andata di pari passo con il controllo, esercitato dai media aziendali, su chi avesse il «permesso di raccontare», per usare l’espressione del compianto intellettuale palestinese Edward Said.
Andersen cita uno studio di FAIR dedicato agli ospiti dei principali programmi domenicali di approfondimento delle televisioni statunitensi. Su 57 presenze registrate tra il 15 ottobre e il 5 novembre 2023, 48 riguardavano funzionari governativi o militari statunitensi, cinque rappresentanti del governo o dell’esercito israeliano e un solo palestinese: Husam Zomlot, ambasciatore dell’Autorità palestinese nel Regno Unito.
Johnson osserva inoltre che, tra l’ottobre 2023 e l’ottobre 2024, programmi come Meet the Press (NBC), This Week with George Stephanopoulos (ABC), State of the Union (CNN) e Face the Nation (CBS) hanno ospitato venti rappresentanti israeliani e cinquantanove funzionari della Casa Bianca, mentre Zomlot è rimasto l’unico ospite palestinese.
Johnson richiama anche l’attenzione su Morning Joe di MSNBC, che tra l’ottobre 2023 e l’ottobre 2024 non ha invitato neppure un palestinese, pur occupandosi frequentemente di Gaza. Un’analisi dei primi sei mesi di copertura successivi al 7 ottobre mostra che la parola «massacro» è stata utilizzata 81 volte per descrivere l’uccisione di israeliani da parte di palestinesi; «selvaggio» è comparso 38 volte e «barbaro» 22 volte, sempre riferiti alle vittime israeliane. Nessuno di questi termini è stato invece impiegato per descrivere l’uccisione di palestinesi. La parola «strage» è stata associata ai palestinesi una sola volta, contro 119 riferimenti agli israeliani.
Con lo stesso rigore empirico, Johnson documenta i doppi standard ricorrenti dei media dell’establishment. Analizzando i principali programmi domenicali di NBC, CBS, ABC e CNN tra l’ottobre 2023 e l’ottobre 2024, rileva che l’espressione «diritto a difendersi» è stata utilizzata 149 volte per giustificare le azioni di Israele, mentre non è mai stata applicata alle azioni palestinesi.
L’espressione «ostaggi israeliani» ricorre 835 volte, mentre «prigionieri palestinesi» compare appena 52 volte e soltanto nel contesto degli scambi di prigionieri. Come osserva Johnson, «non vi è stata alcuna informazione, nessuna intervista ai familiari, né alcun riconoscimento delle migliaia di palestinesi detenuti nelle carceri israeliane, molti dei quali imprigionati per anni senza processo».
Allo stesso modo, il termine «antisemitismo» compare 65 volte, mentre «islamofobia», discriminazione contro i musulmani o razzismo anti-palestinese vengono menzionati complessivamente soltanto quattro volte.
Johnson dedica particolare attenzione alla strumentalizzazione dell’accusa di antisemitismo. Analizzando gli articoli pubblicati nei sei mesi successivi al 7 ottobre 2023 dal New York Times, dal Washington Post, da CNN.com, Associated Press, Los Angeles Times, USA Today, Politico e Axios, rileva che 372 articoli erano dedicati in tutto o in larga parte all’antisemitismo, contro appena cinque incentrati sull’ostilità nei confronti dei musulmani.
«Questa dinamica», scrive Johnson, «risulta ancora più evidente se si guarda ai campus universitari statunitensi, che i media hanno iniziato a seguire con crescente intensità dalla fine del 2023». L’enfasi sproporzionata sull’antisemitismo ha contribuito, secondo l’autore, a rappresentare l’esercito israeliano come se stesse semplicemente «combattendo in difesa di una minoranza oppressa e assediata a livello globale».
Nel frattempo, la copertura degli accampamenti di solidarietà con Gaza sorti nei campus universitari ha quasi completamente ignorato la partecipazione e il ruolo di primo piano svolto dagli studenti ebrei.
Entrambi gli autori rendono omaggio al lavoro dei giornalisti e degli scrittori palestinesi che hanno raccontato direttamente quanto accadeva a Gaza. Andersen, in particolare, attribuisce ai giornalisti palestinesi il merito di aver consentito al resto del mondo di vedere la guerra per quello che, a suo giudizio, è: un genocidio.
L’autrice richiama i dati di Al Jazeera, secondo cui tra il 7 ottobre 2023 e l’agosto 2025 Israele avrebbe ucciso 278 giornalisti e operatori dei media, quasi tutti palestinesi. Andersen osserva inoltre che questi attacchi «spesso colpivano anche i familiari dei giornalisti». Nei primi due mesi di guerra, Israele avrebbe ucciso in media un operatore dell’informazione al giorno, inducendo il Committee to Protect Journalists a parlare di un «evidente modello» di attacchi contro i giornalisti.
Nei primi mesi del conflitto più di cento giornalisti sono stati arrestati da Israele e circa la metà è rimasta in carcere. Israele ha inoltre vietato l’ingresso a Gaza ai giornalisti stranieri, una circostanza che gran parte dei media statunitensi ha evitato di evidenziare fino a quando alcuni reporter non sono potuti entrare al seguito dell’esercito israeliano.
Il fallimento dei media nel costruire il consenso
Nelle introduzioni ai due volumi, Rashid Khalidi e Noura Erakat richiamano indirettamente Manufacturing Consent: The Political Economy of the Mass Media (1988), l’opera fondamentale di Noam Chomsky ed Edward S. Herman.
Con un’analisi rigorosa e ampiamente documentata, Manufacturing Consent sostiene che i media aziendali operano consapevolmente come strumenti di propaganda dell’impero statunitense, convergendo su una narrazione dominante volta a costruire il consenso dell’opinione pubblica attorno agli obiettivi di politica estera delle élite di governo, soprattutto quando questi comportano interventi militari.
Il tentativo dei media aziendali di costruire consenso attorno al genocidio israeliano a Gaza, sostengono gli autori, è tuttavia fallito, e in modo clamoroso.
Negli ultimi due anni, i sondaggi d’opinione negli Stati Uniti mostrano infatti una crescente simpatia nei confronti dei palestinesi rispetto agli israeliani. Un sondaggio Gallup del febbraio 2026, ripreso dall’Associated Press, indica che il 41% degli statunitensi dichiara di simpatizzare maggiormente con i palestinesi, contro il 36% che si schiera con gli israeliani. Tra gli elettori democratici il divario è ancora più marcato: circa due terzi affermano di essere maggiormente preoccupati per la sorte dei palestinesi, contro il 20% che indica gli israeliani.
Andersen ricorda inoltre che già nel marzo 2025 un sondaggio del Pew Research Center mostrava come il 53% degli adulti statunitensi avesse un’opinione sfavorevole di Israele. Un’indagine della Quinnipiac University del giugno 2025 registrava inoltre un calo di 14 punti percentuali del sostegno a Israele anche tra gli elettori repubblicani rispetto al maggio 2024.
Che cosa è accaduto? Johnson e Andersen non affrontano in modo approfondito questa domanda. È probabile, osservano, che la narrazione proposta dai media aziendali non sia riuscita a contrastare il fatto che il genocidio veniva documentato in tempo reale dai giornalisti palestinesi. Come scrive Andersen, «le piattaforme social hanno diffuso immagini direttamente da Gaza, mostrando al pubblico mondiale la reale portata della violenza e alimentando proteste in tutto il mondo».
Entrambi gli autori riconoscono inoltre il ruolo svolto da testate alternative come The Electronic Intifada, Drop Site, Truthout e Mondoweiss. Anche i social media e Al Jazeera — accessibile online, poiché molti operatori via cavo statunitensi ne bloccano la trasmissione — hanno contribuito a incrinare il predominio dei media aziendali.
Entrambi evidenziano infine il caso della giornalista di MSNBC Joy Reid, licenziata e privata del suo programma nel febbraio 2025 dopo aver posto domande che pochi altri conduttori televisivi avrebbero osato formulare. Come ricorda Andersen, Reid chiese: «In che modo il bombardamento di una stretta fascia di territorio densamente popolata, abitata per il 50% da bambini, può essere considerato autodifesa? In che modo il bombardamento di ospedali, chiese, moschee e scuole delle Nazioni Unite può costituire autodifesa?».
Nell’introduzione a The Complicit Lens, Rashid Khalidi osserva che gli studenti universitari ignorano sempre più i media mainstream. Presentando il libro di Andersen, ha affermato che i legacy media stanno «morendo molto rapidamente».
Ciò non garantisce però un allontanamento definitivo dai media aziendali. Johnson richiama l’attenzione sul crescente processo di concentrazione della proprietà dei media statunitensi, in particolare nelle mani di convinti sostenitori del sionismo come David Ellison, che potrebbe presto assumere il controllo non solo di CBS News, ma anche della CNN.
I legacy media — ossia i mezzi di informazione nati prima della diffusione di Internet — continueranno con ogni probabilità a costruire consenso attorno alle atrocità quando ciò risponderà agli interessi della politica estera degli Stati Uniti. I movimenti popolari e i media indipendenti, concludono gli autori, continueranno invece a denunciare questo ruolo, così accuratamente documentato da Johnson e Andersen.
*Rod Such è l’autore di *Digging Deeper into the Meaning of Palestine* (Changemaker Publications, 2025).

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