Articolo pubblicato originariamente su MEMO. Traduzione dall’inglese a cura della redazione di Bocche Scucite
Palestinesi marciano portando bandiere e chiavi simboliche che rappresentano il diritto al ritorno, durante una manifestazione a Ramallah, in Cisgiordania, Palestina, il 12 maggio 2026, in occasione del 78° anniversario della Nakba. [Issam Rimawi – Anadolu Agency]
di Fareed Taamallah
Vivere oggi nella Cisgiordania occupata significa trovarsi all’interno di un apparato di ostacoli deliberatamente calibrato.
Quando, al di fuori della Palestina, si pensa all’occupazione israeliana, l’attenzione si concentra sulle incursioni militari, sui raid violenti e sulle immagini strazianti della guerra. Queste realtà sono indiscutibilmente vere e costanti. Ma esiste un altro livello, più silenzioso, di controllo che plasma ogni secondo della nostra vita: un’insidiosa politica di strangolamento amministrativo e fisico che deteriora i meccanismi fondamentali della sopravvivenza quotidiana.
Dalle code ai distributori di carburante e dai rubinetti a secco agli stipendi non pagati, dai conti bancari bloccati alle strade chiuse e ai valichi di frontiera congestionati, la vita è stata resa così esasperatamente difficile che il messaggio di fondo diventa inequivocabile: per voi, palestinesi, qui non c’è futuro. Non è un messaggio sottile: è scritto sui cartelloni eretti dai coloni in tutta la Cisgiordania con l’approvazione dell’esercito.
Il collo di bottiglia del carburante: ore di attesa per percorrere pochi chilometri
La scorsa settimana ho trascorso un’ora in una fila di auto ferme con il motore spento, lunga quasi un chilometro, davanti a un distributore di carburante. I motori erano spenti per risparmiare il carburante rimasto, trasformando gli abitacoli in forni. Intorno a me, tassisti, ambulanze e genitori con i figli sedevano, accomunati da una stanchezza impotente.
Non si tratta di una carenza accidentale, ma di una compressione strutturale. In base al Protocollo economico di Parigi del 1994, l’Autorità Palestinese (AP) è mantenuta in una condizione di completa dipendenza dai fornitori energetici israeliani. Negli ultimi mesi, Israele ha sistematicamente ridotto le quote di carburante consegnate ai distributori palestinesi. Le forniture giornaliere standard di benzina e diesel, normalmente pari a circa 4,5 milioni di litri, sono state ridotte a 3,5 milioni di litri o meno.
Impossibilitati a mantenere una riserva strategica di carburante, i distributori locali dispongono di scorte sufficienti soltanto per pochi giorni. Nel momento in cui Israele riduce le quote, l’intera Cisgiordania si paralizza. I trasporti si fermano, i servizi municipali rallentano fino a bloccarsi e fare il pieno diventa un’esperienza segnata dall’ansia.
Assedio finanziario: la crisi delle entrate fiscali e gli stipendi non pagati
La pressione non è soltanto fisica: è profondamente finanziaria. Da quasi tre anni, la base economica di quasi ogni famiglia palestinese vacilla sotto il peso di un sistematico blocco finanziario.
In base ad accordi di lunga data, Israele riscuote per conto dell’AP i dazi doganali e le imposte sulle importazioni — le cosiddette entrate di compensazione — trattenendo una commissione del 3% prima di trasferire il resto. Queste entrate rappresentano dal 65% al 70% del bilancio dell’AP e finanziano sanità, istruzione, infrastrutture e gli stipendi di oltre 140.000 dipendenti del settore pubblico.
Dal ottobre 2023, il governo israeliano ha intensificato la trattenuta di questi trasferimenti fiscali, congelando miliardi di shekel. I trasferimenti sono stati sospesi oppure sottoposti a detrazioni politiche tali da comprometterne gravemente l’ammontare.
Per me e per centinaia di migliaia di dipendenti pubblici, questa non è una notizia macroeconomica astratta: è la realtà di spese alimentari non pagate e conti bancari costantemente in rosso. Dipendenti pubblici — insegnanti, infermieri, medici — non ricevono uno stipendio completo da quasi tre anni e sopravvivono grazie a pagamenti parziali, pari al 50% o al 60%, versati ogni pochi mesi. I piccoli imprenditori non riescono a vendere, provocando una paralisi economica diffusa.
La trappola dello shekel: accumulo di contanti e strangolamento del sistema bancario
In un paradossale rovesciamento della guerra monetaria, la nostra economia soffre contemporaneamente della mancanza di liquidità digitale e di un sovraccarico ingestibile di denaro contante. Costretti a utilizzare lo shekel israeliano (NIS), centinaia di migliaia di lavoratori, commercianti e negozi effettuano quotidianamente transazioni con banconote, facendo confluire ogni anno nelle banche palestinesi circa 30 miliardi di shekel.
Tuttavia, la Banca d’Israele impone un limite annuale arbitrario di 18 miliardi di shekel alla quantità di contante che le banche palestinesi possono trasferire nuovamente al sistema bancario israeliano. Le banche israeliane corrispondenti rifiutano regolarmente di compensare il contante in eccesso, adducendo pretesti burocratici assurdi, mentre esponenti politici sostengono apertamente lo strangolamento economico.
Il risultato è angosciante: oltre 15 miliardi di shekel in banconote fisiche rimangono intrappolati nei caveau delle banche palestinesi, inutilizzabili per il commercio internazionale o per i trasferimenti digitali. Le banche locali hanno esaurito lo spazio nei caveau e imposto limiti mensili ai depositi. Quando il proprietario di un distributore di carburante o di un negozio di alimentari non può depositare gli incassi in contanti per pagare la fornitura successiva, l’intera catena distributiva collassa.
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Apartheid idrico: rubinetti a secco nella calura estiva
Dentro casa mia, un altro orologio continua a scandire il tempo: quello del livello dell’acqua nel serbatoio. L’accesso all’acqua corrente e potabile è regolato da un sistema di evidente discriminazione.
In base all’Accordo di Oslo II del 1995 — che avrebbe dovuto durare cinque anni ma viene applicato ancora tre decenni dopo — Israele controlla l’80% delle risorse idriche dell’Acquifero montano. La compagnia idrica nazionale israeliana, Mekorot, controlla le condotte che riforniscono le città palestinesi. Durante i mesi estivi, Mekorot riduce regolarmente l’approvvigionamento idrico dei comuni palestinesi — come Hebron, Betlemme e Jenin — per garantire una fornitura ininterrotta agli insediamenti illegali vicini.
Secondo le organizzazioni per i diritti umani e il Palestinian Hydrology Group, i palestinesi della Cisgiordania consumano in media 70 litri d’acqua al giorno, ben al di sotto dello standard minimo di 100 litri fissato dall’OMS. Nel frattempo, i consumatori israeliani ricevono circa 300 litri al giorno, mentre i coloni negli avamposti illegali arrivano a consumarne fino a 800.
Nel mio quartiere, l’acqua corrente arriva nelle tubature una volta alla settimana, per un periodo compreso tra 24 e 48 ore. Organizziamo la nostra vita intorno a quelle poche ore: riempiamo i serbatoi sui tetti, facciamo il bucato e laviamo i pavimenti. Quando i serbatoi si svuotano, acquistiamo acqua da autocisterne private a prezzi esorbitanti: acqua pompata dalle nostre falde acquifere che ci viene rivenduta a un prezzo cinque volte superiore al costo. Dal tetto di casa vedo un insediamento vicino in cui gli irrigatori dei prati funzionano per tutto il pomeriggio. Guardo il mio lavandino e non ne esce neanche una goccia.
La griglia del controllo: checkpoint, chiusure e violenza dei coloni
Gli spostamenti in Cisgiordania sono da tempo soggetti a restrizioni, trasformando il territorio in un labirinto a cielo aperto di enclavi isolate. Oltre 560 ostacoli permanenti — checkpoint militari presidiati, cancelli di ferro, cumuli di terra e blocchi di cemento — frammentano il territorio.
Un viaggio da Ramallah a Qira, il mio paese natale, che storicamente richiedeva 45 minuti di auto, oggi può durare dalle quattro alle sei ore. In qualsiasi momento, un soldato israeliano può chiudere un cancello di ferro, isolando migliaia di persone in una valle o impedendo l’accesso a strutture sanitarie, università o posti di lavoro.
A tutto questo si aggiunge la crescita incessante del terrorismo dei coloni. Protetti dalle forze armate, gruppi di coloni sostenuti dallo Stato si riversano nei villaggi, bruciando uliveti, attaccando abitazioni, distruggendo veicoli e chiudendo i terreni agricoli.
Proprio di recente, alcuni coloni sono arrivati nel mio paese, Qira. Sono entrati senza autorizzazione per effettuare rilievi nei siti archeologici locali, pubblicando in seguito due video accompagnati da musica ebraica nei quali li si vede ispezionare l’antica piscina romana accanto alla mia casa e un vecchio santuario nella valle sottostante. Questa volta non ci sono stati attacchi diretti né danni alle proprietà, ma queste incursioni raramente rimangono passive; vederli muoversi nei nostri spazi lascia una paura persistente, il timore che questa ricognizione apparentemente innocua sia soltanto il preludio a qualcosa di molto peggiore.
Per me, come agricoltore palestinese, coltivare i terreni della mia famiglia, custoditi per generazioni, è diventato un’attività ad alto rischio: posso essere picchiato o trovarmi sotto il fuoco vivo semplicemente per raccogliere le mie olive. Il messaggio è semplice: il vostro spazio si restringe e non siete mai al sicuro.
L’uscita soffocata: il collo di bottiglia del valico di Al-Karameh
Per i 3 milioni di palestinesi della Cisgiordania non esiste un aeroporto commerciale accessibile. Non potendo utilizzare l’aeroporto israeliano Ben Gurion, la nostra unica finestra sul mondo è il ponte di Allenby — valico di Al-Karameh / King Hussein Bridge — che collega la Cisgiordania alla Giordania.
Di recente, l’Autorità israeliana per i valichi di frontiera ha drasticamente ridotto gli orari di apertura di Al-Karameh. Il terminal, che nei periodi di maggiore afflusso operava un tempo 24 ore su 24, ha visto fortemente limitata la finestra per il transito, con chiusure anticipate nei giorni feriali e chiusura nei fine settimana.
Viaggiare all’estero è diventato un incubo di crudeltà burocratica. Migliaia di persone si radunano all’alba nelle sale d’attesa soffocanti. Gli appuntamenti per la registrazione digitale vengono esauriti con settimane di anticipo. Intere famiglie vengono rimandate indietro dopo aver atteso per un’intera giornata perché il valico chiude alle 13:30 in punto. Intrappolare milioni di persone all’interno di un’enclave senza sbocco sul mare, soffocandone l’unica via d’uscita, non è sicurezza: è una gabbia psicologica.
Lo sfollamento coercitivo: la strategia di rendere la vita insostenibile
Quando si mettono insieme tutti questi elementi — le code per il carburante, i mesi senza stipendio, la trappola dello shekel, le tubature a secco, i checkpoint imprevedibili, la violenza dei coloni e le frontiere chiuse — emerge uno schema chiaro e agghiacciante.
Nessuna di queste pressioni agisce isolatamente. Insieme formano una deliberata architettura di ostacoli progettata per logorare lo spirito umano: una politica di sfollamento silenzioso e coercitivo. L’obiettivo è rendere la vita quotidiana così intollerabile, costosa e priva di speranza che le persone — soprattutto i giovani, gli istruiti e gli ambiziosi — finiscano per andarsene di propria iniziativa.
Ogni coda in cui siamo costretti ad aspettare, ogni rubinetto a secco che apriamo e ogni cancello chiuso ci trasmettono lo stesso messaggio implicito: qui non c’è posto per voi, perché possiate vivere e prosperare.
Per decenni, la nostra risposta all’oppressione è stata il Sumud — restare saldamente ancorati alla nostra terra, al nostro patrimonio e alla nostra dignità. Ma mentre l’occupazione logora sistematicamente i meccanismi della sopravvivenza quotidiana, resistere e restare diventa ogni giorno più difficile. Rimaniamo qui non perché sia facile, ma per necessità — chiedendoci quanto ancora possa durare la nostra fermezza prima che ci venga tolto tutto e veniamo sfollati con la forza.

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