Ci state davvero ascoltando?

CI STATE DAVVERO ASCOLTANDO? Rev. Munther Isaac, 23 luglio 2026

Dopo tanti anni in cui noi cristiani di Terra santa abbiamo accolto infinite delegazioni di chiese europee che intraprendono il loro pellegrinaggio, visitano le nostre comunità, scattano foto e poi tornano a casa dicendo che ci hanno ascoltato, hanno ‘visto il dolore’ e ‘ascoltato le storie’, ci chiediamo: “Ma è davvero così?”

Quello che vedo io è ben diverso: le Chiese europee spesso ignorano ciò che diciamo loro, non tengono conto di ciò che da anni chiediamo e si rifiutano di cambiare i loro atteggiamenti teologici e politici. Siamo logorati dal riproporsi degli stessi atteggiamenti anche di fronte al genocidio a Gaza e alla pulizia etnica in Cisgiordania (che non è, come ripetono: ‘una sofferenza da entrambe le parti’).

Per questo non possiamo più rimandare questo momento di verità, provando ad elencare alcune di queste posizioni.
Ci dicono:
“Siamo qui per ascoltare”. In realtà il loro non è un ascolto che porti ad una vera solidarietà. Se ci avessero ascoltato in tutti questi anni, non ci abbandonerebbero ora al genocidio. Riflettono su di noi, ma a partire da una visione di falsa simmetria che inevitabilmente protegge l’oppressore e calpesta la verità. Ci chiediamo: “Se quando tornano nel loro Paese non raccontano nulla, a cosa serve che vengano qui?”

LA TEOLOGIA DELLA (FALSA) SIMMETRIA

Dobbiamo ascoltare il dolore di entrambi!”

Le Chiese europee ripetono costantemente queste affermazioni lapidarie, nascondendosi dietro di esse: “Non possiamo fare una classifica del dolore”, “La sofferenza degli uni non può cancellare la sofferenza degli altri”, “E’ troppo complesso”, “Deve cessare la violenza di entrambi”, “Ci vuole il tempo per curare le ferite, elaborare il lutto e concentrarsi sulla sicurezza per i due popoli”, “Vediamo l’orrore da una parte e dall’altra; perciò, dobbiamo stare attenti a non schierarci”.

In realtà manca una sincera analisi dei fatti sul terreno e non riescono proprio a considerare i nostri traumi senza parlare di quelli di chi ci sta opprimendo. Il loro evitare di prendere atto dell’inequivocabile situazione di oppressione si cela dietro un’ipotetica logica di simmetria e l’uso di un linguaggio ben preciso.

Selezionano con precisione solo alcuni termini: tragedia, trauma, tensioni, reciproco bisogno di sicurezza, evitando quelli che evidenzierebbero la responsabilità di chi ha commesso massacri e crimini contro l’umanità. È questo il tempo di una necessaria chiarezza morale: chiamiamo per nome la pulizia etnica, il genocidio, l’apartheid, il dominio coloniale, l’occupazione, la colonizzazione da insediamento.

Costantemente ripetono: Ci rifiutiamo di essere filo-israeliani o filo-palestinesi”, “Vogliamo ascoltare attentamente qualcuno a Betlemme così come un colono di Hebron”, “Scegliamo l’equilibrio, la simmetria e l’uguaglianza emotiva”. “Abbiamo compassione per entrambi e, astenendoci dal fare politica, rimaniamo su un piano pastorale ed ecclesiale”.

In realtà evitano a tutti i costi di dare un nome ai fatti e non intendono schierarsi dalla parte delle vittime. Per questo, con loro l’apartheid diventa il ‘conflitto’ e il genocidio una ‘guerra. Più sottilmente si resta esclusivamente su un piano di relazione così da evitare qualsiasi denuncia e presa di posizione.

Affermano: “Restiamo in costante modalità di ascolto, dialogo e incontro”: in questo modo non si giunge mai una definizione precisa della realtà, a denunciare e ad agire. Parlano di trauma ebraico, ma quasi mai di quello palestinese. Citano giustamente il 7 ottobre, ma solo raramente la Nakba di ieri e di oggi; Condannano giustamente l’antisemitismo in aumento ma non altrettanto l’apartheid israeliano.

Costantemente ripetono: “Siamo venuti per ascoltare, per incontrare, per imparare, per essere pellegrini”. Ma sanno bene che l’ascolto, in senso biblico, non è mai passivo e implica disponibilità ad accettare le conseguenze di ciò che si è ascoltato, portando quindi al cambiamento, alla conversione, all’allontanamento dalla menzogna e dalla complicità.

Personalmente sono giunto a queste conclusioni:

incredibilmente, mentre il genocidio continua, per le chiese europee sembra che nulla debba cambiare nel linguaggio. Esse osservano che anche in Cisgiordania la politica di apartheid e l’annessione di terra diventa sempre più soffocante, ma non aggiornano il loro linguaggio che parla sempre di “entrambe le parti”.

Non voglio negare il dolore di nessuno, né minimizzare l’orrore del 7 ottobre, ma le chiese non sono chiamate solo a condividere il lutto: sono chiamate a dire parole di verità e di giustizia.

Le Chiese hanno l’obbligo di denunciare il peccato, soprattutto quando è commesso dai potenti, protetto dall’Occidente e normalizzato dalla teologia.

Sembra incredibile che si continui ad usare rigorosamente il linguaggio rassicurante del “conflitto”, della “complessità” e del “dolore di entrambe le parti”, mentre Gaza è stata polverizzata e i palestinesi vengono cancellati. L’intenzione può essere giustamente pastorale, ma le chiese si dimostrano moralmente inadeguate e complici di quanto accade.

L’empatia delle Chiese europee verso le persone che soffrono è ovviamente encomiabile e cristianamente conseguente. Mi sconvolge però il loro ostinato rifiuto di affrontare e nominare i fatti che causano quella sofferenza.

Quello che i palestinesi stanno vivendo non è semplicemente un ‘conflitto’: è apartheid e colonizzazione da insediamento.

Non si vuole ammettere che non c’è alcuna simmetria. In particolare, ciò che sta accadendo a Gaza non è semplicemente ‘sofferenza da entrambe le parti: è un genocidio.

IL RIFIUTO DI CHIAMARLO GENOCIDIO

Coloro che negano il genocidio, nonostante le prove schiaccianti e le dichiarazioni degli stessi sionisti, negano l’umanità stessa del popolo palestinese” (Kairos, Un momento di verità in tempo di genocidio, 3.4)

Non è tanto una questione di opinioni diverse, né utilizzo di termini corretti, di slogan o di ideologia. Ormai da tempo la maggioranza delle istituzioni e degli esperti internazionali ha concluso che a Gaza si deve parlare di genocidio. Le commissioni Onu più diverse e molte autorevoli voci ebraiche e israeliane si sono pronunciate in questo senso. Il genocidio non è un’invenzione palestinese e non siamo stati noi a definirne il quadro giuridico. La definizione proviene dalla ‘Convenzione delle Nazioni Unite per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio’ (1948). In base ad essa, il genocidio si riferisce non solo all’omicidio di massa, ma anche alla distruzione deliberata di un popolo, o di una sua parte, attraverso lo smantellamento sistematico delle condizioni che rendono possibile la vita. La Convenzione è stata elaborata all’indomani dell’Olocausto ed è portata avanti dalla stessa tradizione valoriale europea grazie a cui l’Europa ha insegnato per decenni al resto del mondo i diritti umani.
E’ proprio per questo che
il rifiuto delle chiese e dei governi europei di applicare il loro stesso linguaggio giuridico e morale alla questione di Gaza è così rivelatore. L’affermazione secondo cui Israele starebbe commettendo un genocidio a Gaza non proviene da attivisti e non si basa su slogan ideologici. È stata formulata in un crescente corpus di prove, da istituzioni ed esperti autorevoli, provenienti da diverse discipline e continenti. Studiosi di genocidio1 e giuristi hanno avvertito che le azioni di Israele mostrano chiare intenzioni genocidarie.

Per questo, il rifiuto da parte di alcune Chiese, di usare il termine ‘genocidio’, è grave.

Mi chiedo allora: i leader religiosi ritengono forse che tutti questi soggetti, singoli e organismi più diversi, siano faziosi o sbaglino? E se l’Aja è considerata la capitale del diritto internazionale, come intendiamo proteggere il suo prezioso lavoro? Forse i cristiani occidentali non considerano i fratelli e le sorelle palestinesi pienamente umani, con la conseguenza che i diritti umani a loro non si dovrebbero applicare?

LA TEOLOGIA DEL PELLEGRINAGGIO

Noi siamo in cammino con entrambi i popoli”

Le Chiese amano descriversi come una comunità che intraprende un cammino e che, vulnerabile e attenta, desidera rimanere connessa con ebrei israeliani e cristiani palestinesi. La Chiesa ascolta le loro storie e cerca di capire come, in quanto Chiesa, possa parlare e agire in una realtà lacerata. Ma questo tipo di “pellegrinaggio” sembra funzionare come meccanismo teologico per evitare di dover riconoscere la chiarezza morale.

La comunità dei pellegrini si pone giustamente in modalità di ascolto, dialogo e incontro ma purtroppo non giunge a quel punto dell’ascolto stesso che porta ad una obiettiva definizione della realtà sul campo, a schierarsi dalla parte delle vittime e ad agire di conseguenza. Sembra che ci si astenga dall’usare i termini ‘genocidio’ e ‘apartheid’ proprio per non prendere una posizione chiara. Così l’apartheid diventa un ‘conflitto’, il genocidio una ‘guerra’ e la nostra distruzione ‘violenze e tensioni’. La Chiesa sembra diventare luogo di supplica disincarnata a Dio, mediatrice tra due parti ugualmente sofferenti, anziché testimone della verità.

E’ un vero insabbiamento della verità. Ecco a cosa portano queste visite nella loro forma attuale. Con trasporto i membri delle delegazioni ci incontrano, fotografano e scrivono articoli nei loro giornali ecclesiali: “Abbiamo fatto il nostro dovere: abbiamo visitato i cristiani palestinesi”. Si rendono conto di continuare ad usare un linguaggio teologico funzionale alla nostra eliminazione? Si accorgono di essere funzionali a chi non solo ci opprime, ma sta ormai sottraendoci tutto, la terra e la storia, fino a che non ci saranno più cristiani palestinesi in Palestina?

Ecco ciò che le chiese europee non vogliono ammettere: il loro silenzio sul genocidio non nasce solamente dall’ipotesi che esso non sia provato, ma è profondamente radicato nella teologia europea. Il sionismo cristiano è ormai una realtà sempre più determinante nell’ambito ecclesiale, ma le chiese cristiane evitano di chiedersi come respingerlo e rifiutarlo esplicitamente. (Cfr. per es. Kairos, vivere la fede in tempo di genocidio, 3.7).

L’occupazione e colonizzazione della Cisgiordania vengono citate ma non si nomina il responsabile di questa costante e decennale violazione del diritto internazionale, senza descrivere alcuna conseguenza a questa come ad altre ingiustizie. Ci si scandalizza del livello di annessione raggiunto sul terreno ma si evita assolutamente di chiedere sanzioni né alcuna forma di obbligo giuridico, allo stato d’Israele.

Il rapporto delle chiese con gli ebrei viene definito come teologico, esistenziale e radicato nell’identità stessa della Chiesa. Si parla di “solidarietà incrollabile” riferita al “popolo di Israele”, ma si evita di chiarire cosa intende esattamente la Chiesa per ‘popolo di Israele’.

Ma il rapporto delle Chiese con i cristiani, paradossalmente, non sembra ricevere la stessa considerazione teologica riservata agli ebrei. Dei cristiani palestinesi non si parla come di soggetti teologici ma molto più semplicemente in relazione alla vocazione ecumenica e diaconale della Chiesa.

Mentre nominare gli “ebrei” significa immediatamente fare un riferimento teologico, quando le chiese nominano i “palestinesi” attribuiscono ad essi un valore esclusivamente politico. L’esistenza palestinese è sempre stata vista attraverso una lente politica, ritenuta oggetto di opinioni diverse e di conseguenza tenuta ai margini dalle chiese. I cristiani palestinesi percepiscono da sempre di venir considerati dalle chiese attraverso lenti diverse,

Se l’antisemitismo è una priorità per le Chiese, essa deve ricordare sempre la chiara distinzione tra gli ebrei e lo Stato di Israele.

Le chiese europee faticano a riconoscere che è il razzismo alla base della loro considerazione dei cristiani di terra santa, in quanto palestinesi

Il vangelo esige dalla chiesa di schierarsi dalla parte della verità e non di evitare le controversie, le denunce e le prese di posizione. Il Vangelo è inequivocabile nel pretendere che la Chiesa non sia neutrale di fronte alle ingiustizie, a chi opprime e ad ogni forma di peccato. Esige dalla Chiesa di essere veritiera e profetica. Chiede alla Chiesa di stare dove sta Cristo: con i crocifissi.

Se queste visite non contribuiscono a realizzare il Regno di Dio, è utile continuare a farle? Se servono a proteggere le chiese dalla responsabilità di dire la verità e se funzionano come un surrogato del pentimento e di una solidarietà che sarebbe troppo onerosa, perché farle ancora? Se le Chiese non ci aiutano e non intervengono, si rifiutano perfino di nominare il genocidio e l’apartheid, di ammettere la propria complicità, perché dovremmo fingere con loro?

Se chi dice di ascoltarci si rifiuta di cambiare mentalità, le sue parole e le sue azioni saranno un attacco anche alla nostra umanità e alla sopravvivenza dei cristiani palestinesi. Questi fratelli nella fede li vediamo salutarci e abbracciarci con affetto sincero mentre ritornano in Europa nelle loro comunità. Dentro di noi soffriamo nel vedere che hanno riposto nelle loro valigie anche il nostro immenso dolore. Chissà che idea hanno di speranza e di futuro, di regno di Dio e di liberazione.

Il reverendo dottor Munther Isaac è un pastore e teologo cristiano palestinese. È preside del Bethlehem Bible College e direttore delle influenti conferenze “Christ at the Checkpoint”. È inoltre membro del consiglio direttivo di Kairos Palestine. Durante il genocidio di Gaza, Munther ha attirato l’attenzione globale con il suo sermone “Christ under the Rubble” (Cristo sotto le macerie), ascoltato da decine di milioni di persone e successivamente citato nella procedura del Sudafrica contro Israele presso la Corte Internazionale di Giustizia. Viene spesso intervistato dalle principali emittenti televisive. Munther è autore di numerosi libri e articoli cristiani incentrati sul contesto palestinese. Ha conseguito un dottorato di ricerca presso l’Oxford Centre for Mission Studies. Munther è sposato con Rudaina, un’architetta, e insieme hanno due figli: Karam (12 anni) e Zaid (10 anni).

1 Tra questi c’è Amos Goldberg, professore di studi sull’Olocausto e sul genocidio presso l’Università Ebraica di Gerusalemme, il quale ha chiaramente sostenuto che ciò che Israele sta facendo a Gaza costituisce un genocidio. Non è il solo. Importanti studiosi israeliani di genocidio, come Raz Segal, e un numero crescente di studiosi ebrei in tutto il mondo, hanno insistito sul fatto che questa accusa debba essere presa sul serio e non liquidata come antisemita. Inoltre, importanti organizzazioni del settore, come la International Association of Genocide Scholars e centinaia di studiosi di genocidio in tutto il mondo, hanno rilasciato dichiarazioni che mettono in guardia contro il genocidio a Gaza. Importanti organizzazioni per i diritti umani che citano regolarmente le chiese in altri contesti, come Amnesty International e Human Rights Watch, l’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem e numerosi funzionari delle Nazioni Unite, mettono in guardia contro circostanze genocidarie, intenzioni dolose e la deliberata distruzione della vita di civili. Nel caso delle accuse mosse dal Sudafrica, la Corte Internazionale di Giustizia ha stabilito che erano sufficientemente plausibili da giustificare misure provvisorie e la Corte Penale Internazionale ha emesso mandati di arresto per Benjamin Netanyahu e Yoav Gallant.

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