Articolo originariamente pubblicato su Thinking Palestine. Traduzione a cura di Veronica Bianchini per Bocche Scucite
Di Ronnie Kasrils
Foto di copertina: Ronnie Kasrils, veterano dell’African National Congress (ANC). (Illustrazione: Thinking Palestine)
Attingendo all’esperienza della lotta per la liberazione del sud Africa, Ronnie Kasrils ha spiegato come la resistenza organizzata, la solidarietà internazionale e l’azione politica restano gli strumenti più importanti per la liberazione della Palestina.
Dalla sfida alla resistenza
Pochi relatori sono in grado di portare nel dibattito l’autorità dell’esperienza vissuta propria di Ronnie Kasrils. Veterano del Congresso nazionale africano (ANC), già ministro dei servizi segreti nel Sud Africa democratico e una delle figure più riconoscibili della lotta contro l’apartheid, nel corso del suo intervento Kasrils non ha inteso presentare una versione idealizzata della lotta armata, ma illustrare il lungo processo politico che l’ha resa inevitabile.
Kasrils ha aperto il suo intervento con una nota di umorismo.
Rievocando un incontro clandestino avvenuto con alcuni combattenti anti-apartheid anni prima, ha ricordato di essere entrato in un buio fienile pieno di uomini armati che indossavano il passamontagna. Per stemperare la tensione ha aggiunto scherzosamente di aver dormito con un AK-47 sotto al letto più volte che accanto a sua moglie, suscitando il riso del pubblico prima di passare al punto vero dell’aneddoto: i movimenti di liberazione sopravvivono solo in quanto imparano ad adattarsi, passando dalla legalità all’illegalità a seconda delle circostanze politiche.
La capacità di adattamento, ha fatto notare, è la caratteristica che meglio definisce la lotta del Sud Africa.
Molto prima di imbracciare le armi, l’ANC ha operato all’interno di quello che il governo di apartheid presentava come un ordine democratico fondato sulla legge, che, sottolinea Kasrils, funzionava in modo molto simile alla dichiarata democrazia israeliana di oggi. Il Sud Africa dell’apartheid, infatti, era democratico per i bianchi, allo stesso modo in cui Israele dichiara di essere una democrazia mentre esclude i palestinesi dal godimento di pari diritti politici.
Invece di abbracciare immediatamente la resistenza armata, l’ANC ha dapprima sfidato il sistema di apartheid con campagne di disobbedienza civile nel corso delle quali ha violato deliberatamente le leggi razziste che disciplinavano ogni aspetto della vita quotidiana.
È così che i sud africani neri sono entrati nelle stazioni per soli bianchi, hanno usato servizi pubblici soggetti alla segregazione e sfidato apertamente la legislazione dell’apartheid, nonostante sapessero per certo che sarebbero stati arrestati. Con l’intensificarsi della repressione, tuttavia, le pene detentive si sono fatte più pesanti: i mesi sono diventati anni e ogni spazio disponibile all’esercizio della resistenza pacifica è stato progressivamente chiuso.
Solo allora, ha concluso Kasrils, il movimento ha capito “di non poter fare altro che impugnare le armi”, sottolineando che la lotta armata si è imposta solo quando ogni possibilità di cambiare le cose restando nella legalità era stata sistematicamente cancellata.
La legge da sola non porta alla liberazione
Nonostante Kasrils riconosca l’importanza del diritto internazionale, ammonisce dal credere che le sole vittorie ottenute in ambito legale possano smantellare un sistema fondato sull’oppressione.
“Il diritto internazionale riconosce il diritto dei popoli a resistere con le armi all’oppressione e alla tirannide”, ha affermato, aggiungendo che se le Nazioni unite restano un’istituzione importante per la promozione dei diritti dei palestinesi, decenni di risoluzioni rimaste ignorate ne mostrano i limiti intrinseci.
“Quante risoluzioni sono state approvate per poi restare disattese?”, ha chiesto riferendosi alle ripetute votazioni con cui le Nazioni unite hanno condannato le politiche israeliane senza che praticamente nulla sia cambiato nei fatti.
“Non possiamo contare solo sulla legge”, ha proseguito Kasrils. “Il mondo sarebbe meraviglioso se avessimo buone leggi a cui affidarci. Ma le leggi possono essere anche molto repressive”.
Tornando quindi sulla strategia che ha informato l’azione del movimento di liberazione del Sud Africa, ha spiegato che l’ANC ha costruito quelli che sono poi divenuti noti come i “quattro pilastri della lotta”, ponendo la mobilitazione politica organizzata al di sopra di qualsiasi altra forma di resistenza.
“Il primo pilastro, assolutamente centrale, è rappresentato dalle persone: mobilitate e organizzate nella lotta”, ha affermato Kasrils, sottolineando che la politica ha sempre svolto un “ruolo primario”.
La lotta armata, ha aggiunto, non ha mai sostituito la politica, ma l’ha integrata rinforzandola. Inoltre, ha creato reti sotterranee clandestine che hanno organizzato le comunità e supportato la resistenza nonostante la repressione, mentre la solidarietà bianca internazionale ha isolato il Sud Africa dell’apartheid dal punto di vista politico ed economico.
Secondo Kasrils lo stesso principio si applica oggi alla Palestina.
La solidarietà internazionale, ha fatto notare, è utile solo quando va oltre le dichiarazioni e si trasforma in azione collettiva.
“Boicottaggio. Il movimento del BDS (Boicottaggio, disinvestimento e sanzioni). Questa è la strada. Questo è ciò che serve”, ha dichiarato esortando i partecipanti a trasformare il tema del congresso, “Dalle parole all’azione”, in una strategia pratica capace di accrescere l’isolamento internazionale di Israele.
Per mostrare cosa può fare la solidarietà organizzata, Kasrils ha ricordato uno dei momenti più importanti del movimento anti-apartheid.
Ha ricordato quando Mary Manning, che allora aveva appena ventuno anni e lavorava in un supermercato Dunnes stores di Dublino, rifiutò di trattare prodotti provenienti dal Sud Africa perché il sindacato a cui apparteneva aveva chiesto ai suoi iscritti di aderire al boicottaggio.
Sospesa dal lavoro, Manning e i colleghi rimasero in sciopero per quasi 3 anni. Rievocando l’evento Kasrils ha insistito sul fatto che la storia spesso ricorda i singoli individui, mentre tende a trascurare i movimenti che rendono possibile le azioni compiute da questi ultimi.
“L’azione è stata iniziata da una persona singola” ha dichiarato, per poi precisare subito dopo, “ma insieme ai compagni e agli amici, non ha agito da sola”.
L’azione di Mary Manning ha prodotto risultati perché è frutto della preesistente campagna internazionale organizzata contro l’apartheid. Il rifiuto opposto da Manning è stata la scintilla che ha convinto il governo irlandese a vietare l’importazione di frutta e verdura dal Sud Africa, una delle più importanti vittorie internazionali registrate dal movimento anti-apartheid.
“È questa la strada da seguire”, ha dichiarato ancora Kasrils sottolineando che per essere utile la solidarietà deve essere organizzata, duratura e collettiva e non può esaurirsi in gesti simbolici.
Mai più Bantustan né divide et impera
Tornando al presente, Kasrils ha ammonito che la situazione della Palestina deve essere esaminata alla luce del più ampio tentativo internazionale di vanificare le conquiste ottenute dai movimenti anti-coloniali nel corso del XX secolo.
Kasrils ha criticato le dichiarazioni rilasciate di recente da importanti rappresentanti delle autorità statunitensi, che trattano i movimenti di liberazione alla stregua di cospirazioni comuniste, evidenziando che potenti interessi politico-economici cercano di ripristinare quelle stesse forme di dominio che i movimenti anti-coloniali hanno lottato per smantellare.
La “contro-rivoluzione” attualmente in corso, ha aggiunto, si estende ben oltre la Palestina e interessa Paesi come il Libano, l’Iran, Cuba e il Sud Africa stesso.
Richiamandosi alla sua personale esperienza in Sud Africa, Kasrils ha messo in guardia il pubblico da rinnovati tentativi di creare spaccature all’interno della società facendo leva sulle divisioni tra etnie.
Riferendosi a proposte avanzate recentemente da commentatori pro-Israele, che auspicano un ritorno al modello del Bantustan lanciato nell’era dell’apartheid, ha affermato che queste idee rivelano l’intento di continuare ad attuare politiche improntate al principio del divide et impera.
“Dobbiamo dire con fermezza: no alle divisioni. No alla strategia del divide et impera. No alla creazione di nuovi Bantustan”, ha dichiarato, aggiungendo che anche la soluzione dei due stati è stata di fatto svuotata di significato dai governi israeliani che si sono succeduti nel tempo.
Nel corso di tutto l’intervento Kasrils si è opposto al tentativo di rappresentare queste dinamiche come espressioni dell’influenza del popolo ebraico, chiamando in causa invece il potere del sionismo e il ruolo degli interessi delle corporazioni e delle elites politiche occidentali.
“Quando parlo di denaro”, ha affermato, “non parlo dei soldi del popolo ebraico, ma dei sionisti. Parlo dei profitti delle grandi corporazioni”.
E tuttavia è stato nei commenti finali che Kasrils ha evidenziato quella che è forse la differenza più netta tra il Sud Africa e la Palestina.
Mentre il Sud Africa dell’apartheid e Israele sono spesso messi a confronto, ha fatto notare, vi è una differenza fondamentale tra i due stati che non bisogna mai dimenticare.
“In Sud Africa”, ha affermato, “non era in corso un genocidio”.
Il regime di apartheid dipendeva dalla forza lavoro nera e pertanto mirava a dominare la popolazione non a sterminarla. La guerra genocida a Gaza, invece, è figlia di una diversa tradizione storica, quella che ha condotto alla distruzione dei popoli indigeni dell’America e dell’Australasia.
“È una barbarie, una cosa che dà disgusto”, ha dichiarato Kasrils.
Per questo, ha sottolineato, la Palestina non ha bisogno solo di solidarietà, ma che si decida di riprendere in mano quelle forme di resistenza organizzata che hanno contribuito a smantellare lo stesso sistema di apartheid.
La sorte di questa lotta dipende dalla capacità di unire le persone, rafforzare la coscienza politica e imparare a usare efficacemente strumenti internazionali come il movimento BDS.
“Perché alla fine per cambiare le cose ci vuole la resistenza, la resistenza dei popoli”.
MARY MANNING

Bellissimo articolo di Nabil Bey Salameh. L'Unione europea ha fatto propria la narrazione degli Ebrei sionisti israeliani, parla di pace…
I coloni israeliani mi ricordano il KU-KLUX-KAN del razzismo statunitense. I governi europei ed anche quello italiano che si presentano…
Sempre ho nel cuore il popolo palestinese. Anch'io dico: Signore fino a quando?". Perché nessuno dei potenti parla? Perché si…
Sono vicina al popolo palestinese. Unità a voi nella preghiera. Soffro con voi. Quando finirà? Il mondo che conta e…
il soldato in questione è stato ricevuto in ambito isareliano in Italia credo anche una scuola ebraica a Milano ma…