Articolo pubblicato originariamente su +972 Magazine. Traduzione a cura della redazione di Bocche Scucite
Foto di copertina: Una bambina palestinese legge il suo libro di scuola davanti a una recinzione di filo spinato appena eretta, su cui sventolano bandiere israeliane, che i coloni israeliani hanno installato per impedire il passaggio di insegnanti e studenti palestinesi dalle loro case nel villaggio di Umm Al-Khair alla loro scuola, Masafer Yatta, nella Cisgiordania occupata, 13 aprile 2026. (Mosab Shawer/Activestills)
Di Tariq Hathaleen
Sono passate tre settimane da quando i coloni hanno recintato il percorso che i miei studenti seguono per andare a scuola, nel tentativo di dimostrare che Umm Al-Khair non ha futuro. Ci rifiutiamo di lasciarli vincere.
La mattina del 13 aprile sono tornato a insegnare dopo un mese e mezzo di interruzione delle lezioni a causa della guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran. Come tutti gli altri insegnanti della mia scuola, situata vicino al mio villaggio di Umm Al-Khair nella regione di Masafer Yatta della Cisgiordania occupata, non vedevo l’ora di sentire di nuovo il familiare chiacchiericcio delle voci dei bambini riempire le aule, di vederli tornare ai loro banchi e di riprendere la fragile routine dell’apprendimento che fatichiamo tanto a mantenere qui sulle colline a sud di Hebron.
Ma quella mattina c’era qualcosa di terribilmente sbagliato. Mancavano più di 50 dei nostri studenti.
Non era perché non volessero venire a scuola, né perché le loro famiglie li avessero tenuti a casa. Erano assenti perché la strada sterrata che collegava le loro case alla scuola era stata bloccata dai coloni israeliani.
La notte precedente, la guardia di sicurezza dell’insediamento di Carmel, insieme a un adolescente colono che vive lì, ha installato una recinzione di filo spinato lungo il sentiero della valle che i bambini di Umm Al-Khair utilizzano da oltre 40 anni. All’alba, il percorso era sparito.
Il tempismo non era casuale. I coloni sapevano che i bambini sarebbero dovuti tornare a scuola il giorno successivo, dopo settimane di interruzione a causa della guerra nella regione. Dopo aver perso una parte significativa della loro istruzione, i nostri studenti erano finalmente pronti a tornare in classe. Invece, al risveglio hanno trovato la loro strada verso l’istruzione bloccata.
Dopo aver fatto il giro completo dell’insediamento in auto, mi sono unito ai genitori dei bambini presso la barriera appena eretta. Gli alunni — alcuni seduti per terra, altri in piedi pazientemente con gli zaini in spalla — fissavano in silenzio le spesse spirali metalliche che ora li separavano dalle loro aule, come se il solo fatto di aspettare abbastanza a lungo potesse farle sparire.
In qualità sia di loro insegnante che di residente del loro villaggio, vederli in quel modo è stato uno dei momenti più dolorosi che abbia mai vissuto. Erano bambini che desideravano semplicemente andare a scuola a piedi in sicurezza; invece, venivano trattati come intrusi nella loro stessa terra.
Poco dopo il nostro arrivo, abbiamo chiamato la polizia israeliana per segnalare la recinzione che era stata eretta illegalmente durante la notte su un terreno privato palestinese. I soldati israeliani sono arrivati poco dopo, ma invece di aiutare hanno immediatamente iniziato a lanciare gas lacrimogeni verso i bambini e i loro genitori.
Molti studenti facevano fatica a respirare mentre il fumo si diffondeva intorno a noi. I genitori si sono precipitati in avanti per portarli via. È così che è iniziato il blocco all’istruzione dei nostri figli, e continua ogni giorno da tre settimane.
Da allora, ogni giornata scolastica non inizia più in classe, ma davanti alla recinzione di filo spinato. Alle 7 del mattino, ora in cui i bambini di solito si recano a scuola a piedi, si radunano davanti alla barriera insieme ad attivisti palestinesi, israeliani e internazionali, intonando slogan rivolti ai soldati di guardia e alla guardia di sicurezza dell’insediamento affinché aprano la strada, e sventolando cartelli in cui rivendicano il loro diritto all’istruzione.
Per un attimo, è sembrato che il mondo se ne fosse finalmente accorto. Giornalisti internazionali sono venuti a documentare ciò che stava accadendo. Le organizzazioni per i diritti umani hanno denunciato l’ingiustizia. Immagini e video di studenti in piedi dietro il filo spinato si sono diffusi sui social media, compreso quello della mia bellissima nipotina di 5 anni, Masa Bilal.
Eppure, nonostante l’attenzione globale e l’indignazione online, nessuna autorità ha costretto i coloni a rimuovere la barriera. Il percorso rimane bloccato.
L’aspetto più doloroso di questa situazione è il modo in cui i nostri bambini vengono usati come strumenti di pressione. I coloni sanno bene che colpire l’istruzione significa colpire al cuore qualsiasi comunità. Bloccando il percorso verso la scuola, stanno inviando un messaggio all’intero villaggio: qui non avete futuro.
E sebbene siano stati i coloni a erigere fisicamente la barriera, è il governo israeliano a permettere che questa ingiustizia continui.
Il significato della resilienza
Umm Al-Khair è un’isola circondata da un oceano che vorrebbe cancellarla.
Per decenni abbiamo vissuto all’ombra dell’insediamento di Carmel, che ci circonda e continua ad espandersi sulla nostra terra. Le nostre case sono state demolite; il nostro accesso alla terra è stato limitato; i nostri spostamenti sono controllati. Ogni famiglia qui ha storie di vessazioni, intimidazioni e perdite.
Dal 7 ottobre 2023, la situazione è diventata ancora più dura. In tutta la Cisgiordania, i coloni hanno intensificato i loro attacchi, mentre le restrizioni militari alla libertà di movimento dei palestinesi sono aumentate drasticamente. Nelle piccole comunità come la nostra nell’Area C, la vita quotidiana è sempre più soffocata, al punto che andarsene diventa l’unica opzione.
Ma ci rifiutiamo di farlo, perché non possiamo permetterci di non farlo. E perché l’istruzione dei nostri figli è troppo importante.
Con la nuova barriera ancora in piedi tre settimane dopo, le famiglie hanno iniziato ad accompagnare i bambini a scuola in auto, percorrendo una strada lunga e dissestata che aggira l’insediamento. Ci vuole molto più tempo, comporta spese che molte famiglie non possono permettersi ed espone i bambini a nuovi pericoli. I coloni hanno già bloccato alcuni tratti di quella strada con delle pietre, nel tentativo di rendere impossibile anche questo percorso alternativo.
Spesso si descrivono gli abitanti di Umm Al-Khair come “resilienti”. A volte penso che quella parola non riesca a cogliere appieno la realtà di ciò che dobbiamo fare semplicemente per mantenere l’apparenza di una vita normale.
Qui resilienza significa che i bambini ogni mattina prendono i loro zaini e percorrono tre chilometri per andare a scuola quando il percorso normale è stato bloccato dai coloni. Significa sapere che ogni giorno porterà con sé un’altra sfida – una recinzione, un ordine di demolizione, un attacco, un omicidio – e scegliere comunque di andare avanti.
Significa che gli insegnanti aprono le aule, anche quando metà dei posti sono vuoti, affinché i bambini sappiano di avere sempre a disposizione un luogo dove imparare. Significa rifiutarsi di scomparire.
I fantasmi nelle nostre aule
Quando mi trovo nella mia classe, penso spesso agli insegnanti che sono stati qui prima di me. Uno di loro era il nostro amato Awdah Hathaleen, che non era solo un insegnante, ma anche la voce della nostra comunità e un simbolo della resistenza non violenta all’occupazione israeliana.
Lo scorso luglio, Awdah è stato ucciso a colpi di arma da fuoco da un colono israeliano che aveva invaso la nostra terra, mentre lui stava filmando da oltre 30 metri di distanza. Aveva solo 31 anni. Ha lasciato una moglie, tre figli piccoli e una comunità che sente ancora il vuoto che ha lasciato.
Per me, Awdah era più di un fratello. Siamo cresciuti insieme. Facevamo tutto insieme. Eravamo quasi come una persona e la sua ombra.
Molti degli studenti a cui ora è impedito di raggiungere la scuola un tempo erano allievi di Awdah. Lo conoscevano non come un simbolo politico, ma come un insegnante che si prendeva cura di loro. Ora quegli stessi bambini stanno pagando ancora una volta il prezzo della violenza che è costata la vita ad Awdah.
Prima di Awdah, abbiamo perso un altro pilastro della nostra comunità: mio zio, Haj Suleiman Hathaleen, ucciso dalla polizia israeliana nel 2022. La sua morte ha scosso profondamente il nostro villaggio.
Queste perdite non sono ricordi lontani. Sono con noi ogni giorno: nelle nostre case, nelle conversazioni con gli amici e nelle nostre aule. Quando i bambini non possono nemmeno raggiungere la scuola in sicurezza, questi fantasmi pesano ancora di più.

Sono vicina al popolo palestinese. Unità a voi nella preghiera. Soffro con voi. Quando finirà? Il mondo che conta e…
il soldato in questione è stato ricevuto in ambito isareliano in Italia credo anche una scuola ebraica a Milano ma…
[…] dalla “devastazione che si è dispiegata davanti agli occhi del mondo”. ( https://bocchescucite.org/difendere-la-dignita-e-la-presenza-del-popolo-di-gaza/ ) Mai così espliciti e rinunciando…
Grazie per il vostro coraggio Perché ci aiutate a capire. Fate sentire la voce di chi non ha voce e…
Vorrei sapere dove sarà l'incontro a Bologna ore 17, grazie