Articolo pubblicato originariamente su Arab 48. Traduzione dall’arabo a cura della redazione di Bocche Scucite
Una palestinese di ritorno a Gaza ha riferito di aver subito pesanti vessazioni al valico di Rafah, tra cui la bendatura degli occhi, la restrizione delle mani, interrogatori e minacce, oltre alla confisca dei bagagli e dei giocattoli dei bambini. Secondo il suo racconto, tali pratiche mirano a esercitare pressioni per impedire il rientro e favorire lo sfollamento della popolazione. Il valico è stato aperto solo in forma limitata e ha consentito il ritorno di appena 12 persone, in un contesto di severe restrizioni imposte da Israele.
Testimonianze umanitarie drammatiche arrivano da Gaza, dove alcuni residenti rientrati nella Striscia, tra cui una donna, hanno denunciato le violenze subite al valico di Rafah da parte dell’esercito israeliano. Secondo i racconti, il passaggio non si è svolto in modo regolare, ma sarebbe stato utilizzato come strumento di pressione per scoraggiare il ritorno degli abitanti e spingerli allo sfollamento.
Il primo gruppo di rientranti ha fatto ingresso nella Striscia di Gaza ieri, lunedì, attraverso il valico terrestre di Rafah, riaperto in entrambe le direzioni in maniera estremamente limitata e con rigide restrizioni, per la prima volta dalla sua occupazione nel maggio 2024. Un secondo gruppo è arrivato oggi, martedì.
Un autobus con a bordo 12 persone — nove donne, tra cui un’anziana, e tre bambini — accompagnato da mezzi delle Nazioni Unite, ha raggiunto l’ospedale Nasser di Khan Younis, nel sud della Striscia, proveniente dal valico di Rafah.
La donna, che ha scelto di non rendere pubblico il proprio nome, ha raccontato in diversi video diffusi sui social media di essere stata sottoposta, insieme alla madre e a un’altra donna, a un duro interrogatorio da parte delle forze israeliane.
Secondo la sua testimonianza, i militari avrebbero bendato loro gli occhi e legato le mani per ore, prima di interrogarle su questioni che — ha riferito — non conosceva affatto. Ha inoltre affermato che uno degli interrogatori l’avrebbe minacciata di privarla dei figli e avrebbe tentato di costringerla a collaborare e a lavorare per Israele.
«Ci hanno parlato di emigrazione: stanno facendo pressioni perché non torniamo, vogliono svuotare Gaza dei suoi abitanti», ha raccontato, aggiungendo che le sarebbero state poste domande su Hamas e sugli eventi del 7 ottobre 2023. La donna ha spiegato che ai rientranti è stato consentito portare con sé nella Striscia esclusivamente indumenti, limitati a una sola valigia per persona.
Ha inoltre riferito che i soldati hanno confiscato cibo, profumi, effetti personali e giocattoli dei bambini, definendo tali misure come «un’umiliazione deliberata». Il momento più doloroso, ha raccontato, è stato quando i militari hanno impedito a sua figlia di portare con sé un giocattolo, strappandoglielo dalle mani e dicendole: «Il giocattolo è vietato», una scena che la madre ha descritto come devastante per tutti.
La donna ha infine sottolineato che il messaggio trasmesso dai soldati era inequivocabile: «Non vogliono che torniamo, vogliono svuotare Gaza dei suoi abitanti», prima di lanciare un appello accorato: «Nessuno deve emigrare, nessuno deve lasciare Gaza».
Israele continua a perseguire una politica di sfollamento dei palestinesi. Dall’insediamento del presidente statunitense Donald Trump per il suo secondo mandato, nel gennaio 2025, è stata avanzata l’ipotesi di trasferire palestinesi in Egitto e Giordania, proposta respinta con fermezza sia dal Cairo sia da Amman, in un clima di ampia solidarietà araba e internazionale a sostegno della posizione dei due Paesi.
La donna ha concluso la sua testimonianza in uno stato di profondo sfinimento fisico e psicologico, scoppiando in lacrime e gridando: «No allo sfollamento, no allo sfollamento», descrivendo quanto vissuto come una vera e propria “morte”, alla luce delle sofferenze, dell’estrema stanchezza e delle umiliazioni subite durante il passaggio.
Lunedì è iniziata la riapertura operativa del valico di Rafah tra l’Egitto e la Striscia di Gaza, per la prima volta dopo circa due anni, ma in forma limitata e con rigide restrizioni. Anche un’anziana donna, che ha preferito restare anonima, ha raccontato in una testimonianza toccante — diffusa in un video sui social media — di essere stata sottoposta a un duro interrogatorio israeliano durato circa tre ore, al suo rientro a Gaza dopo un lungo periodo di cure mediche in Egitto.
Con voce affannata, la donna ha riferito di essere stata trattata con durezza: «I militari israeliani hanno circondato l’autobus con mezzi militari davanti e dietro, poi ci hanno portati in un’altra area e sottoposti a interrogatori durati ore». Ha aggiunto che il gruppo è stato condotto in una zona sotto il controllo dell’esercito israeliano e consegnato a quello che viene definito “apparato antiterrorismo”, guidato da Ghassan al-Dahini, capo di una milizia che collabora con l’occupazione israeliana nella Striscia di Gaza.
Secondo la sua testimonianza, due uomini e una donna appartenenti a questa milizia li avrebbero accompagnati fino al centro di interrogatorio israeliano, consegnandoli poi all’esercito per gli interrogatori. Le milizie guidate da al-Dahini operano nelle aree orientali e meridionali della città di Rafah, nel sud della Striscia, territori sotto il controllo militare israeliano, dove godono di protezione sul campo nell’ambito di una cooperazione che consente loro di agire in tali zone.
L’anziana palestinese ha spiegato di essere stata interrogata per circa tre ore e che l’interrogatore israeliano le avrebbe posto domande su familiari uccisi durante la guerra, senza che lei ne facesse i nomi, mostrando di conoscere in anticipo numerosi dettagli, in quello che ha definito un tentativo di intimidazione e di diffusione del terrore tra i rientranti.
Secondo quanto riportato lunedì dai media israeliani ed egiziani, era previsto l’ingresso nella Striscia di 50 persone, ma solo 12 sono effettivamente riuscite a rientrare.
In serata, l’emittente egiziana Al-Qahera News ha riferito che le autorità egiziane hanno accolto il primo gruppo di feriti e malati provenienti da Gaza, mentre alcuni dei rientranti hanno lasciato il lato egiziano del valico di Rafah in direzione di quello palestinese.
Prima della guerra, centinaia di palestinesi attraversavano quotidianamente il valico verso l’Egitto e altrettanti rientravano nella Striscia, secondo un meccanismo di gestione congiunta tra il ministero dell’Interno di Gaza e le autorità egiziane, senza interferenze israeliane.
Secondo fonti israeliane ed egiziane, persiste una disputa tra Il Cairo e Tel Aviv sul numero quotidiano di persone autorizzate a uscire e rientrare a Gaza: Israele punta ad aumentare il numero dei partenti rispetto ai rientri, una posizione respinta dall’Egitto per il timore di un tentativo di sfollamento forzato della popolazione.
Israele avrebbe dovuto riaprire il valico già nella prima fase dell’accordo di cessate il fuoco, entrato in vigore il 10 ottobre 2025, ma non ha dato seguito all’impegno.
Con il sostegno degli Stati Uniti, la guerra israeliana a Gaza ha causato circa 72 mila morti e oltre 171 mila feriti, in gran parte donne e bambini, e la distruzione di circa il 90 per cento delle infrastrutture civili.









il soldato in questione è stato ricevuto in ambito isareliano in Italia credo anche una scuola ebraica a Milano ma…
[…] dalla “devastazione che si è dispiegata davanti agli occhi del mondo”. ( https://bocchescucite.org/difendere-la-dignita-e-la-presenza-del-popolo-di-gaza/ ) Mai così espliciti e rinunciando…
Grazie per il vostro coraggio Perché ci aiutate a capire. Fate sentire la voce di chi non ha voce e…
Vorrei sapere dove sarà l'incontro a Bologna ore 17, grazie
Parteciperò alla conferenza stampa presso la Fondazione Basso il 19 Mercoledì 19 febbraio. G. Grenga