Il prezzo che nessuno vede: il peso psicologico pagato dai giornalisti di Gaza

Articolo pubblicato originariamente su We Are Not Numbers. Traduzione dall’inglese a cura della redazione di Bocche Scucite

Foto di copertina: Il posto in cui Refaat Ibrahim era seduto quando scrisse il suo primo articolo nel 2024, pubblicato dal Washington Report. Foto: Refaat Ibrahim

Viviamo ciò che raccontiamo: paura, lutto, sfollamento, fame, pericolo.

Di Refaat Ibrahim — Striscia di Gaza

Il luogo in cui Refaat Ibrahim era seduto quando scrisse il suo primo articolo nel 2024, pubblicato dal Washington Report. Foto: Refaat Ibrahim

All’inizio di luglio del 2024 ero seduto sulla mia sgangherata sedia davanti alla tenda che avevo appena montato: il mio undicesimo sfollamento da quando Israele aveva lanciato la guerra genocida contro Gaza nell’ottobre del 2023. Avevo il telefono in mano e cercavo di captare un segnale internet, mentre contemporaneamente scrivevo il mio primo articolo, che più tardi, quello stesso mese, sarebbe stato pubblicato dal Washington Report on Middle East Affairs.

Non sapevo che quel momento avrebbe segnato l’inizio di una carriera durante la quale la mia vita sarebbe cambiata completamente.

Questa non è soltanto una storia di giornalisti che affrontano il pericolo mentre raccontano una guerra. È la storia di un prezzo che non compare nei materiali pubblicati, nelle immagini, né nel numero di visualizzazioni o di interazioni. Il prezzo di lavorare in mezzo alla paura, alla perdita delle persone care, allo sfollamento, alla fame, all’ansia per la propria famiglia, e poi tornare davanti al computer per cercare di produrre materiale giornalistico che al lettore appare come se fosse stato scritto in condizioni normali.

La cosa più dura che ho vissuto durante questo percorso è stata raccontare la storia dei miei amici Muhammad e Mahmoud, due fratelli uccisi da Israele durante il genocidio. Sono andato a intervistare la loro madre. Conoscevo particolarmente bene uno dei due figli e andavo spesso a casa loro per incontrarli. Questa volta, invece, mi sono seduto davanti alla loro madre per ascoltarla parlare dei suoi due figli martiri.

Dovevo mostrarmi lucido e nascondere la mia tristezza per poter fare le domande e registrare la sua testimonianza. Sembrava un incubo: ero seduto davanti a una persona che conoscevo bene, ma non c’erano gli amici per i quali ero solito andare a trovarla. Al loro posto, ascoltavo la loro madre parlare con la voce spezzata e soffocata dalle lacrime.

Mi porse i loro vestiti dentro una piccola borsa. «Questo è tuo», mi disse tra le lacrime. «Ricordali attraverso questo.»

Guardò i vestiti e poi guardò me, come se mi stesse affidando qualcosa di estremamente pesante.

Dopo quelle parole non riuscii più a dire nulla. Terminai l’intervista e tornai alla mia tenda piangendo per tutto il tragitto. Quella notte non riuscii a dormire. Continuavo a pensare alle sue parole e ai vestiti che mi aveva messo tra le mani.

Per mesi non sono riuscito ad accettare che i due fratelli che conoscevo e amavo non ci fossero più. Cercavo un modo per esprimere il mio dolore o scrivere qualcosa su di loro, ma non ci riuscivo. Pensai di chiedere a un altro giornalista di raccontare la loro storia, ma non ne ebbi il coraggio. Sentivo che nessun altro avrebbe potuto raccontare Muhammad e Mahmoud come li conoscevo io.

Mi ci volle un mese intero prima di riuscire a completare la storia, che fu pubblicata nell’ottobre del 2024 sul sito di We Are Not Numbers.

Non è un normale ambiente di lavoro

Quella che ho vissuto non è un’esperienza unica.

I giornalisti palestinesi a Gaza lavorano in un ambiente che non ha nulla a che vedere con quello giornalistico tradizionale. Mentre le organizzazioni dei media ragionano in termini di scadenze e scoop, il giornalista a Gaza non sa se il prossimo bombardamento si avvicinerà alla sua casa, o se tra le vittime di cui dovrà riferire ci sarà un membro della sua famiglia.

A ogni bombardamento o sirena di un’ambulanza, un giornalista può interrompere per un momento il proprio lavoro e chiedersi: il bombardamento è avvenuto vicino alla mia famiglia? Mio padre o mia madre sono rimasti feriti? La persona trasportata dall’ambulanza è qualcuno che conosco? La prossima notizia riguarderà qualcuno che amo?

Queste domande non sono scritte nei contratti di lavoro, né compaiono durante i colloqui di assunzione. Eppure fanno parte del costo quotidiano del lavoro giornalistico a Gaza.

Secondo il Sindacato dei giornalisti palestinesi, dall’inizio del genocidio nell’ottobre 2023 Israele ha ucciso 264 giornalisti palestinesi e ne ha feriti 572. Ma questi numeri, per quanto enormi, non raccontano le centinaia di giornalisti che hanno perso la casa e i familiari, o che sono stati costretti a continuare a lavorare in condizioni che mettono a rischio la loro vita. Dietro le cifre delle vittime ci sono centinaia di storie di giornalisti che continuano a lavorare vivendo le stesse condizioni che cercano di documentare.

Ma il pericolo non finisce quando il giornalista lascia il luogo dell’evento; a volte la parte più dura comincia quando torna davanti al computer.

Quando un giornalista ascolta la testimonianza di una persona che ha perso qualcuno o che è rimasta ferita, deve mantenere la lucidità durante l’intervista e poi tornare alla registrazione, ascoltandola di nuovo, forse molte volte, fino a scegliere le parole giuste, montare il materiale, scrivere il testo o realizzare il video.

L’ho vissuto mentre preparavo un servizio su alcuni giovani che si erano sposati da poco, o che stavano per sposarsi, prima di essere uccisi da Israele.

Il materiale finale era breve, ma mi richiese circa un mese di lavoro. Ascoltai ripetutamente le testimonianze dei familiari delle vittime, guardai fotografie e video e riorganizzai diverse parti delle interviste.

Ascoltavo donne che si erano sposate appena pochi giorni o settimane prima dell’intervista e che poi avevano perso i loro mariti. Vedevo abiti da sposa, regali, fotografie e progetti di una vita coniugale che non era nemmeno cominciata. Era difficile guardare quel materiale una volta sola, figuriamoci tornarci sopra decine di volte per montarlo.

Dopo circa un’ora di lavoro sul materiale, mi sono ritrovato incapace di continuare; dovevo fermarmi e dormire per ore. È successo più volte durante la preparazione del video, fino a quando sono finalmente riuscito a terminarlo.

Vivere e rivivere la storia

Anche altri giornalisti raccontano esperienze simili.

Il 17 settembre 2025 la giornalista Eman Abu Zayed stava terminando un articolo, pubblicato successivamente sul quotidiano Le Monde, dal titolo Privare i bambini di Gaza dell’istruzione significa privare la società del suo futuro. All’una di notte furono emessi ordini di evacuazione per la torre in cui Eman viveva con la sua famiglia. Dovette lasciare casa e trascorrere un’intera notte per strada, senza un riparo.

La casa bombardata nella notte in cui Eman Abu Zayed stava lavorando al suo servizio giornalistico. Foto: Eman Abu Zayed

Il giorno successivo tornò e trovò il loro appartamento distrutto. Dovette trovare un luogo sicuro per la sua famiglia. Quello stesso giorno dovette percorrere una lunga distanza alla ricerca di una connessione internet per poter continuare il lavoro e apportare le modifiche richieste al suo articolo, mentre i raid proseguivano.

Queste esperienze rivelano un crudele paradosso: il giornalista a cui viene chiesto di documentare la vita degli altri sta, nello stesso momento, vivendo lo stesso pericolo che racconta.

Eman si è trovata di fronte a questo dilemma anche mentre intervistava una bambina di 10 anni che aveva riportato una ferita tale da rendere necessaria l’amputazione della mano. Durante l’intervista e, in seguito, durante il montaggio del materiale, Eman si è ritrovata a rivivere una ferita che aveva subito in precedenza, immaginando come avrebbe affrontato quella situazione se fosse stata una bambina.

Ed è questo uno degli aspetti più difficili del lavoro giornalistico a Gaza: un giornalista non può sempre separare ciò che vede da ciò che ha vissuto.

Il materiale viene consegnato entro la scadenza, viene pubblicato, le visualizzazioni e le interazioni iniziano ad aumentare e la storia viene apprezzata. L’organizzazione vede la storia, ma il giornalista vive le condizioni in cui quella storia è stata prodotta: trascorre lunghe ore per strada o in un luogo pubblico alla ricerca di una connessione internet, per poi tornare tardi alla propria tenda.

I giornalisti palestinesi non lavorano da una posizione neutrale rispetto agli eventi che raccontano. Ci vivono dentro. Eppure continuano a lavorare perché considerano documentare ciò che accade un dovere morale e perché ci sono storie che potrebbero scomparire se nessuno le raccontasse.

Lavorano nonostante la paura, il lutto e la sofferenza delle proprie famiglie, con corpi stanchi e menti che non sempre riescono a sopportare tutto ciò che vedono.

All’inizio di luglio del 2024 ero seduto davanti alla mia tenda malridotta, cercando di ottenere un segnale internet per scrivere il mio primo articolo. Oggi, dopo due anni, 80 articoli e migliaia di post sui social media, continuo a scrivere.

Ma ora so che ogni materiale che arriva al lettore porta talvolta con sé un’altra storia, mai pubblicata: la storia del giornalista che l’ha scritto, del tempo che ha perso, della paura che ha nascosto, delle persone che ha perduto e della fame che ha vissuto nella sua tenda.

Mentre i programmi informatici contano il numero di visualizzazioni e di interazioni dei nostri lavori, noi torniamo nelle nostre tende buie, cercando di condividere con le nostre famiglie quel poco cibo che abbiamo.

Rimane una domanda a cui nessun contratto di lavoro può rispondere: quanti altri pezzi delle nostre anime dovranno essere bruciati domani per convincere questo mondo che non siamo soltanto numeri?

Questo articolo è pubblicato congiuntamente con il Washington Report on Middle East Affairs, in una versione leggermente rivista.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *